L’ALBERO NUDO

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In queste settimane o giorni mi è capitato di passare accanto alle case “delocalizzate” di Malpensa  e qui come altrove è impossibile non notare la fioritura della Lagestroemia indica, una pianta originaria delle zone temperate della Cina e oggi assai popolare anche in Italia dove è  utilizzata in parchi pubbllici, viali, giardini privati.

Si tratta di grandi arbusti o piccoli alberi dalle fioriture estive tra le più spettacolari e vistose, con colori che partono dal rosso e  attraversano tutte le tonalità del viola; il tronco è ricoperto da una corteccia come una pellicola sottile così che sembra nudo.

Ecco la sua storia.  

Dalla Cina  passò in India dove nel 1759 fu notata da Magnus Von Lagerstroem, allora direttore della Compagnia delle Indie. Lagerstroem ne inviò alcune piantine in Europa, al grande botanico Linneo affinché le classificasse, ma non seppe mai di aver trovato un nuovo vegetale perché morì prima, e Linneo, in onore del suo scopritore, dette alla nuova pianta il nome di Lagerstroemia indica.

Che differenza c’è tra una Lagestroemia di una casa abitata e quella di una casa abbandonata? 

Nessuna, direte voi, e anch’io la pensavo così senonchè vederla circondata dalle  cosiddette erbacce, tra cancelli arrugginiti, i vetri rotti e  rampicanti che colonizzano i muri, mi ha davvero fatto una gran pena, mi è sembrata come un cane o un gatto abbandonati che si aggirano tra le rovine alla ricerca di un po’ di cibo e di affetto.

E pensare  che in Cina, da millenni, la Lagestroemia è usata per ornare i templi e qui invece è rimasta una vestale inutile a guardia di un fuoco ormai spento.

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BALSAMO IMPAZIENTE

Eh gli uomini… certi uomini, è meglio lasciarli stare.  Non che siano cattivi, ma appena li tocchi scattano subito in un moto d’ira e d’orgoglio. 

Sono quelli belli o potenti (o tutt’e due: in quest’epoca la bellezza è potere).

Per fortuna che ancora esistono i comici… e i botanici, anzi no non è colpa loro; è semmai la saggezza popolare che ha associato le caratteristiche di questa pianta a quella degli uomini belli.

Infatti la balsamina o Fior di vetro è conosciuta col nome popolare di Begliuomini. E perchè mai?

Perchè i suoi frutti sono delle capsule così sensibili che se appena vengono sfiorate, esplodono, sbottano, danno in escandescenze, sputando lontano i semi contenuti all’interno.

Vedete qualche attinenza con il comportamento di qualche bell’uomo di vostra conoscenza?

Per la pianta rappresenta  un sistema ingegnoso per propagarsi  e quindi per lei non è un difetto, semmai una virtù.

Ma parlando di virtù eccone altre: nella medicina popolare, da sempre, gli vengono attribuite proprietà lassative, antibatteriche, emetiche, diuretiche e antinfiammatorie (un vero balsamo!).

Le specie spontanee di balsamina presenti in Italia sono la Balsamina giallaImpatiens noli- tangere, la Balsamina minore o Impatiens parviflora e la Balsamina di Balfour (detta anche Orchidea dei poveri) che è originaria dell’Himalaya ed ormai ampiamente naturalizzata ancorchè considerata, in alcune regioni, infestante.

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QUELLO CHE SO DI TE

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E’ come quelle donne (o uomini)  che ti passano accanto migliaia di volte e tu non ti accorgi di loro.  Poi un giorno ti fermi, magari distratto da altri pensieri e metti a fuoco degli occhi, un viso…

Beh in questo caso si tratta di ali, antenne, macchie di colore.

Lei si chiama Melitea dydima, è una farfalla di medie dimensioni (35-50 mm. di apertura alare), con le ali arancio come molte altre, ad uno sguardo superficiale, poi, piano piano, osservando i particolari (e consultando i manuali) ecco che capisci che  è diversa dalle altre (Si dice così  no?).

E’ una farfalla che compie due o tre generazioni all’anno,  infatti la possiamo osservare da Marzo ad Ottobre  e passa l’inverno sotto forma di bruco.

Il bruco si ciba di molti tipi di piante: Linaria, plantago lancelolata, veronica, centaurea jacea, digitalis purpurea,  a differenza dei bruchi di altre farfalle che  si cibano di una sola specie di pianta.

E’ una farfalla “sudista” infatti è largamente presente nel sud Europa, Turchia, Vicino Oriente, paesi dell’Asia Centrale  e in Nord Africa ma non è presente nel nord dell’Europa continentale, in Inghilterra e nei Paesi Scandinavi.

Vi basterà per riconoscerla la prossima primavera?

In ogni caso questo è tutto quel che so di lei.

Per i miei amici anglofoni, direttamente da wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Melitaea_didyma

IL TAPPETO DI PORCELLANA

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Dopo il raccolto delle patate dal mio orto, nel terreno lasciato libero da coltivazioni è cresciuta in poco tempo una pianta che ha formato un tappeto verde, compatto e soffice, anche se molto diverso da quello dei campi di calcio.

E’ cresciuta più veloce dell’aumento del prezzo dalla benzina, delle ore di cassa integrazione, più veloce dell’aumento del PIL dei paesi emergenti, più veloce dell’aumento degli stipendi dei politici.

Non sarà per caso la pianta che Marcovaldo si porta a casa dalla ditta per annaffiarla anche di notte e che in poche ore gli riempie tutta la stanza?

NO, tranquilli è la Portulaca oleracea altrimenti detta “porcellana”.

E qui ancora si apre il dibattito linguistico prima di quello scientifico perchè porcellana e anche e prima di tutto un tipo ceramica  a pasta compatta, dura, molto impermeabile e poco porosa, dotata di alta resistenza all’umidità, all’acqua, ai gas. Ideale quindi, per piatti, tazze, recipienti per contenere liquidi.

Ma il nome porcellana dato alla pianta ha altre motivazioni. Non occorre fare molti sforzi perchè questa pianta veniva data da mangiare ai porci.

Più intrigante è l’origine di “portulaca” che significa – in latino – piccola porta, infatti i frutti della porcellana sono delle piccole capsule che si aprono a metà come un  astuccio lasciando fuoriuscire una quantità esagerata di semini neri o grigio ferro così fini che sembrano polvere da sparo.

E’ originaria dell’America del sud ed è estremamente infestante, con il suo portamento strisciante tende a formare tappeti estesi sia nei campi che lungo le strade.

E’ una pianta succulenta e come in altre piante grasse le foglie si sono trasformate in depositi di acqua e sono belle carnose, buone anche da mangiare in insalata mescolate ad altre erbe commestibili.

Provatela!   Non per questo vi sentirete dei maiali.

UNO SCOIATTOLO ALL’IMPROVVISO

Devo ammettere, è sempre una sorpresa vedere uno scoiattolo, perchè non si annuncia mai, è rapido, veloce, scaltro, silenzioso.

Così l’altro giorno la sorpesa è stata doppia perchè non mi aspettavo di vederlo lì.

Sono in un parco cittadino che collega la parte bassa della città a quella alta (ultima propaggine di una morena glaciale), Viali in ghiaia e in cemento che si arrampicano o scendono dolcemente il pendio, alberi di alto fusto (questo almeno è un indizio) e foglie che già si preparano all’autunno.

E’ un parco dove un tempo si svolgevano giochi, feste di partito, dove si poteva andare se marinavi la scuola e adesso (ma forse è l’orario) incontro solo anziani che giocano a bocce.

Scendo anch’io avviciandomi alla fontanella ed ecco una palla di pelo fulvo appena sotto a un cespuglio: si è lui  è uno scoiattolo rosso (Sciurus vulgaris) l’unico mammifero arboricolo presente in Italia e in gran parte d’Europa.

Peccato che questo grazioso mammifero sia a rischio di estinzione, minacciato sempre più dallo scoiattolo grigio arrivato dall’america settentrionale. Così è sempre più difficile vederlo ed ogni volta mi dico che ho avuto fortuna.

Un bel sito per approfondire l’agomento è: http://www.rossoscoiattolo.eu/

… Lo scoiattolo appena mi vede si arrampica su un albero, si ferma sul tronco a tre metri di altezza e mi guarda, testa in giù, poi scompare tra i rami alti della chioma.

Naturalmente non sono riuscito a fargli la foto e ho dovuto mettere una foto d’archivio ( mi spiace per lui se non si riconoscerà).

Ecco qui invece lo scoiattolo grigio:

DIGITALE SENZA TELEVISORE

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Ah come cambia la lingua italiana!!

Un tempo il “cellulare” era un furgone con il quale i carabinieri portavano i delinquenti in prigione e ancora in un tempo non lontano ( ma anche adesso), “imputare”  voleva dire accusare qualcuno di un reato.

Ma è propio questo il bello, è questa trasformazione che fa di una lingua una cosa viva.

Oh, allora se chiediamo a dei ragazzi delle scuole elementari o medie che cos’è il digitale vi risponderanno sicuramente in un certo modo.

E se non abbiamo il televisore o il computer?

Eh sì, perchè esiste un altro digitale che non è alternativo all’analogico:  si chiama “Digitalis purpurea” ed è una pianta biennale o perenne della famiglia delle Scrophulariacee  con grappoli di fiori tubolari rossi ( o gialli nel caso della “Digitalis lutea”) che compaiono da maggio a settembre sia in pianura che in montagna fino ad un’altezzza di 1500 metri.

La forma del fiore è simile a un ditale (dal latino “digitale”): cappuccio di materiale rigido che si mette sulla punta delle dita in genere per non pungersi con un ago mentre si cuce). 

Gli anglosassoni invece la chiamano guanti della volpe (foxgloves) o guanti delle streghe (witches gloves).

Digitale fa anche rima con cardiotonico (ma qui lascio la parola ai miei amici farmacisti). Quello che so è che la pianta è velenosa ma io che non la devo cogliere ma solo ammirare e al limite fotografare non mi pongo questo problema. 

Semmai posso fare un altro paragone: il fiore assomiglia un po’ ai campanacci delle mucche che sento in lontananza in questa fresca mattina di fine estate.

Ah che pace, che serenita!! …solo un dubbio mi rode:  esisterà un fiore che si chiama “analogico”?

IL THE DI VANIA

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Sono sulla cresta del Col du Calvaire a sinistra la pianura alsaziana e le colline tedesche della Foresta Nera, a destra la pianura francese e ai piedi dei monti la cittadina di St. Diè.  Mirtilli, brugo, campanule… e genziane gialle ormai sfiorite.

Cammino verso sud in compagnia di Olga e Vania, due universitari russi. Ad un certo punto incontriamo spighe di fiori rossi-violetto.

-Anche da noi in Russia ci sono questi fiori! – mi dicono

Per forza, questo fiore è dappertutto, nel nord e nel sud Europa, in America settentrionale e in Africa in montagna e in pianura lungo i fiumi e negli incollti, impossibile in settembre non notarlo: è l’epilobio, una pianta che può vantare 100 specie diverse anche se le più diffuse sono l’epilobio angustifolium detto anche Garofanino di bosco e Fiore di S. Anna e l’epilobio parviflorum detto anche Gambi rossi.

per approfondimenti si veda: http://giardinaggio.net/Erboristeria/fitoterapia/epilobio.asp

– Sai come si chiama questa pianta in Russia?-  mi dice il ragazzo.

– Si chiama il the il Vania.

– Oh, allora quanto lo vedrò in giro sarà facile ricordarmi di voi e di questa passeggiata!