DI FOGLIA IN FOGLIA

Quando cadono, le foglie si fanno male?

In autuno un giorno le vedi sull’albero, il giorno dopo per terra; a volte quando sei nel bosco o lungo i viali alberati ti trovi in mezzo a un turbinio perchè il vento le fa volare.

Le foglie sporcano la strada, per questo ci vogliono li spazzini che facciano pulizia:  qualcuno potrebbe scivolare,  specie quando piove e le vedi appiccicate all’asfalto,  lucide oppure sfatte, quasi sul punto di diventare poltiglia.

Le foglie sono un tappeto morbido per i nostri piedi, un letto per gli animali  e cos’altro?

Basta! 

Dopo questa vergognosa carrellata di luoghi comuni passiamo a cose più serie (forse),  alla passione che a molti ci prende (ci prendeva) di portarsele a casa, attratti dalle forme e colori diversi perchè la diversità (la bio-diversità) non è solo utile ma anche attraente. 

E’ così che a volte nasce la curiosità per la natura, da foglie che nemmeno sappiamo che nome hanno (ma io ho provato a metterli).

Allora abbiamo due possibilità:  fermarsi ad ammirare la loro bellezza o partire alla scoperta di un mondo meraviglioso.

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SCAMBIARE FIACCOLE PER LANTERNE

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Sì, lo so,  non è proprio così il modo di dire… ma concedetemi questa licenza poetica.

Adesso Vi spiego.

La Cascina Grande di Robecchetto con Induno, nell’Alto Milanese, è una grossa cascina a quadrilatero costruita nel 1841 attorno a un pozzo e  con un esteso cortile interno occupato in parte da orti.

Ci arrivo all’imbrunire dopo un lungo giro sulle sponde del Naviglio Grande e del Ticino.

….ma quelle cosa sono? Cosa sono quelle macchie di colore gialle, rosse, arancio come il disco del sole ormai basso sull’orizzonte?

Ma certo: sono i fiori della Canna indica  o Canna da Fiore.  E’ una pianta originaria dell’America del sud con grandi foglie verde scuro che ricordano quelle del banano e steli dei fiori che arrivano fino a 150 centimetri di altezza.

Ha una fioritura molto lunga e praticamente nessun bisogno di cure per cui è molto diffusa sia nei giardini privati che nei parchi pubblici.  Anche la sua propagazione è molto semplice in quanto basta separare le radici per generare nuove piante.

La pianta è perenne ma alle mie latitudini (45° parallelo) gli inverni sono troppo rigidi per lei e quindi è bene a fine autunno togliere dalla terra i tuberi e conservarli in un luogo asciutto e buio fino alla primavera successiva.

Allora, tornando a questi colori fiochi a queste lanterne che mi sembra di vedere in controluce, scopro che stanno dentro un giardinetto spelacchiato: un piccolo orto appoggiato al muro esterno della cascina.

Il sole ormai è calato e una leggera sensazione di freddo corre attraverso i miei occhi. Devo tornare a casa:

tra poco, nel 1841, passerà l’omino ad accendere i lumi a petrolio.

AL CONTRARIO DI DEL PIERO

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Questa è una storia  di emigrazione e di calciatori, di carabinieri e di bottiglie da lavare.

Sì, tutto questo è la storia del Callistemon, una pianta che è arrivata in Europa  nel 1770 ad opera di Joseph Banks (almeno così dicono le cronache).

Allora vediamo un po’ da dove incominciare.

La storia dell’emigrazione degli italiani in Australia è una lunga storia: inizia dalla seconda metà dell’ 800 quando il viaggio in nave durava ancora mesi  e continua fin verso il 1970 con flussi notevoli nel periodo dopo la seconda guerra mondiale  (tutti ricorderanno il bel film con Alberto Sordi e Claudia Cardinale)  tanto che oggi gli oriundi italiani in Australia sono il 4% della popolazione: la comunità più numerosa non di lingua inglese.

Questa storia sarebbe dimenticata se non fosse per un recente emigrato di lusso: il calciatore Alessandro Del Piero.

Il Callistemon invece fa il viaggio al contrario, come altre piante che ci arrivano dal continente australiano  (basti pensare al kiwi)  e subito si pensa di omologarlo alla nostra cultura: infatti  il nome Callistemon deriva dal greco “kalos = bello” e “stemon= stame” in riferimento alla bellezza dei fiori e soprattutto degli stami.

Il Callistemon  è una pianta sempreverde a portamento arbustivo che appartiene alla famiglia delle Myrtaceae. Vanta una trentina di specie la più diffusa delle quali è il Callistemon Citrinus che a fine estate si colora di fiori dai lunghi stami rossi profumati di limone.

Dalla forma del fiore derivano i suoi nomi popolari: scovolino (assomiglia infatti a quelle scopette di nylon che di solito si usano per lavare l’interno delle bottiglie di vetro  e pennacchio del carabiniere (avete presente il cappello dei carabinieri che arrestano Pinocchio?).

Ah, è una pianta che ama i luoghi soleggiati e che non sopporta il gelo…  mi dicono di ricordare.

… chiudo con nostalgia l’album delle foto delle vacanze al mare.

DA DOVE MI GUARDI

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Sto partendo da Malpensa, destinazione Francoforte o forse no, Londra, Barcellona, Parigi…

Il cielo è terso oggi e il Monte Rosa è già imbiancato;  sotto di me un serpente azzurro e  boschi e laggiù in fondo il Lago Maggiore.

Certo da quassù tutto appare tranquillo, sereno… anzi no, aspetta: si vedono le chiome degli alberi bruciate dall’inquinamento  e  più in là la foschia, anzi lo smog che nasconde Milano.

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… Sei partito da Malpensa e io ti ho accompagnato a prendere l’aereo ma poi era presto così ho fatto un giro nei boschi, ho calpestato l’erba dei prati…  Ho camminato su sentieri ricoperti di foglie,  ho ascoltato l”acqua scorrere saltellando tra le pietre del ruscello lungo la strada vecchia di Oleggio.

Ed ecco con mia sorpresa spuntare in mezzo al prato umido della marcita un fiore a stella color rosa confetto. Siamo a metà novembre ma lui è lì imperterrito a guardare gli aerei che passano e tu sicuramente da lassù non l’hai visto.

Prometto che quando ritorni ti porto a vederlo.

Il fiore si chiama Fior cuculo  ovvero Lychnis flos-cuculi; è una pianta  erbacea perenne alta da 30 fino a 70 cm. che appartiene alla famiglia delle Caryophyllacee e perciò è un parente delle saponarie e della silene.

Cresce bene nei posti ricchi di acqua e quindi anche in questi prati irrigati tutto l’anno quali sono le marcite

L’origine del nome è un po’ strana: sembra infatti che derivi dal fatto che un insetto  (Philaenus spumarius o sputacchina) produca sulla pianta una spuma  bianca chiamata saliva del cuculo.

Basta questo a dargli il nome?

Da dove mi guardi adesso ti sembrerò uno stupido, chinato in mezzo a un campo ad osservare un fiore.

(grazie a Michela per le foto dall’aereo)

VIENI DENTRO CHE E’ BUIO

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Vieni dentro che fa freddo! –  dice la pianta alla clorofilla, con l’approssimarsi dell’ìnverno.

Ma alla clorofilla piace troppo starsene all’aria aperta, sulle foglie, ed osservarle mentre assorbono anidride carbonica e  restituiscono ossigeno.

Vieni dentro che è buio! – dice la pianta alla clorofilla.

Ma a lei piace troppo giocare con la luce del sole, con l’acqua: è un piccolo maghetto che mette assieme questi elementi e li trasforma in zuccheri.

Le giornate si fanno sempre più corte e lei non riesce a combinare granchè perchè c’è poca luce ma ancora non si decide a ritirarsi dalle foglie.

Allora la pianta manda a prenderla le antocianine, delle baby sitter dai capelli rossi che fanno rosse le foglie.

E l’arancio?  – E’ il carotene. E i gialli?   – Sono le xantofille,  compagni di giochi della clorofilla che adesso che lei è tornata dentro  sono rimasti soli sulla foglie e tra poco cadranno sul tappeto morbido del bosco perchè la pianta chiuderà tutte le porte e limiterà al minimo tutti gli spifferi.

Così ancora per pochi giorni possiamo vedere le chiome colorate degli alberi ognuno con il suo colore tipico: i gialli dei tigli, dei gelsi, dei noccioli, dei carpini;  i gialli e gli arancione degli aceri e dei ciliegi, i rossi delle querce rosse, del cappello del prete, il rosso e il viola dei liquidambar e degli aceri giapponesi, il bronzo e il rame delle querce…

… La notte è fredda e il giorno breve ma sereno ed ecco allora i colori farsi più brillanti, più vivi: quasi un paradosso nella stagione delle foglie morte.

AMBRA LIQUIDA

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E quando mai potevo parlarvi di questa pianta se non adesso?  adesso che si è messa il suo vestito migliore: giallo, rosso aranciato con sfumature viola.

Come tante altre arriva da noi nel XVIII secolo  e diventa ben presto una delle piante ornamentali più ambite diffondendosi nei parchi e nei giardini (facile capirne il motivo).

Si chiama Liquidambar e vanta diverse varietà di cui molte orientali e una occidentale (quella dei nostri parchi)  che ha il nome schientifico di Liquidambar styraciflua caratterizzata da una foglia a 5 lobi e da un frutto molto simile a quello del platano: una pallina marrone e “spinosa”.

La particolarità  e la notorietà di questa pianta, oltre ai meriti estetici, è la produzione di una resina profumata (ambra) che si ricava incidendo il tronco; infatti il suo nome deriva dal latino Liquidus e dall’arabo Ambar.  Quanto a Styrax è il nome della resina  in greco.

Bene abbiamo già fatto il giro di tre culture ma aggiungiamo anche un altro termine: ococal, cioè il nome della resina presso gli Atzechi.

Naturalmente non mi avventuro nella descrizione delle proprietà medicinali della resina di liquidambar, anche io, per oggi, mi fermo alla superficie, ai magnifici colori delle sue foglie contro il cielo azzurro dell’ Estate di S. Martino

ma vi lascio due link interessanti:

http://www.actaplantarum.org/floraitaliae/mod_viewtopic.php?t=29966

http://www.giardinaggio.org/Alberi/Alberi-Latifolie/Liquidambar.asp

Buona lettura !!

L’ABBONDANZA E LO SPRECO

Chi di voi ricorda le guerre puniche?  ….Sì, quelle !!  Quelle combattute tra Romani e Cartaginesi tra III e  II secolo avanti Cristo per il dominio del Mediterraneo.

E tutti sicuramente ricorderanno Annibale  e Scipione l’africano ma per i Romani e quindi anche per l’Italia le guerre puniche sono l’occasione per la conoscenza e l’inizio della coltivazione di una pianta  chiamata:  Punica Granatum.

E’ un arbusto o piccolo albero con rami spinosi e foglie piccole ovali e seghettate che dà un frutto rotondo, rosso a maturazione, dalla scorza dura, che ricorda il cuoio, con all’interno tanti piccoli semi avvolti uno ad uno in una polpa rossa e succosa. 

L’albero e il frutto si chiamano  “melograno”  o “melagrana”  e da sempre sono simbolo di abbondanza e fertilità  non solo da noi ma in tutte le culture.

Originario dell’Asia Centrale, attraverso le leggende e le tradizioni possiamo ripercorrere il suo cammino dall’Iran e dall’Afghanistan  fino all’Armenia dove è l’albero nazionale  come l’acero in Canada e poi sulle coste sud del Mediterraneo.

Gli antichi Romani chiamavano i Cartaginesi  “Poenia” e quindi l’albero “Punica” perchè arrivò loro da quella regione.  “Granatum” è facilmente intuibile per via dei grani che secondo una leggenda sono 613.

…. Mi aggiro oggi senza molta ispirazione tra i vicoli del centro e da un alto muro di cinta spuntano le foglile giallo oro di un melograno, pendono ricchi e succosi i frutti, alcuni già scoppiati perchè troppo maturi.

… E uno è caduto per terra, la buccia spappolata, i chicchi sparsi sul selciato…

Perchè sprecare così un frutto simbolo di abbondanza?

Ognuno dei 613 chicchi è prezioso ma noi già da molto tempo lo abbiamo dimenticato.

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