MARAMAO PERCHE’ SEI MORTO

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Pane e vin non ti mancava, l’insalata era nell’orto (e una casa avevi tu).

O almeno così cantavano le tre ragazze ungaro-olandesi diventate famose in Italia tra il 1936 e 1l 43 con il nome di Trio Lescano.

Ma a me viene un dubbio.  E se invece di insalata fosse stata salvia?

Se così fosse avevano ragione le tre signorine a pensarla così, ma forse questa è solo l’ennesima interpretazione  e forse neanche l’ultima, di una canzone che ha avuto anche problemi di censura.

Ma torniamo alla salvia.

C’è un antico motto che dice…..Cur moriatur homo, cui salvia crescit in horto? Infatti  la salvia deriva il suo nome da “salvus” che significa sano ed è conosciuta fin dall’antichità per le sue proprietà salutari.

Il genere salvia conta un migliaio di specie originarie dell’Europa centro-meridionale, dell’America centrale e delle zone tropicali.  Molte di queste specie sono coltivate come piante ornamentali.

La salvia comunemente coltivata nei giardini è la Salvia officinalis e come le altre salvie appartiene alla famiglia delle Labiate caratterizzate da un fusto quadrangolare e da an fiore con labbro inferiore sporgente.  E’ una pianta sempreverde dalle foglie lancelolate grigio-verdi che se lasciata crescere diventa un arbusto con rami inferiori legnosi. La fioritura con fiori violetto-lilla parte dalla primavera e continua per tutta l’estate.

Ampiamente conosciuta per usi culinari, trova anche innumerevoli impieghi in cosmetica e fitoterapia con un’unica attenzione a non eccedere perchè contiene un elemento tossico, il tujone, che può risultare tossico ad alte dosi.

Comunque Maramao, con tutta quella salvia nell’orto, aveva sicuramente denti bianchissimi e gengive sane, digeriva benissimo, non soffriva di reumatismi e neanche di mal di testa, non aveva zuccheri in eccesso nel sangue e se gli veniva il mal di gola gli passava subito.

Allora di cosa è morto Maramao?

La polizia scientifica sta ancora indagando.

IL SIGARO E LA NEBBIA

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Che strana accoppiata. Cos’hanno in comune due piante così (a parte il fatto di appartenere al regno vegetale)?

Una, lo Scotano (cotinus coccygria) o Albero della nebbia è una arbusto (o piccolo albero) originario dell’asia sud-occidentale e dell’europa meridionale. Appartiene alla famiglia delle Anacardiaceae come il lentisco e il terebinto (due arbusti tipici della macchia mediterranea) e come il pistacchio (che in Italia cresce solo in Sicilia).  E’ una pianta che cresce spontaneamente allo stato selvatico ma è anche molto usata nei giardini come pianta ornamentale.

L’altra, la Catalpa (Catalpa bignonioides W.) per gli inglesi “Indian bean tree” è una pianta della famiglia delle Bignoniaceae chiamata anche Albero dei sigari a causa della forma dei suoi frutti: lunghi baccelli (come lascia intuire il nome inglese) che restano attaccati alla pianta anche da secchi in inverno.

I  fiori dello scotano sono giallini e poco appariscenti, riuniti in spighe ma la sua bellezza sono sicuramente le foglie ovali che diventano rosso scuro in autunno ma soprattutto la forma dei suoi frutti filiformi e molto fitti che formano pennacchi radi e creano un effetto di nebbia (una rossa nebbia estiva che niente ha a che vedere con quella grigia di novembre o con l’altra nebbia rossa dei razzi negli stadi di calcio)

La catalpa o Albero dei sigari arriva in Europa non da Cuba, come si potrebbe pensare, ma  dalle coste sud-orientali degli Stati Uniti e dal Messico nei primi decenni del 1800 e oggi la possiamo ritrovare nei giardini come piccolo albero ornamentale o, raramente, rinselvatichita. E’ una pianta dallo sviluppo rapido ma poco longeva e poco resistente al gelo. Ha grandi foglie cuoriformi e un aspetto nel complesso un po’ trasandato ma la sua bellezza (io credo) sono i fiori riuniti in grappoli dai petali bianchi e tigrati, che a me ricordano un po’ i fiori delle orchidee.

Allora queste due piante se ne stavano una di fronte all’altra, sui lati opposti di una stradina di campagna che porta fuori paese, arrivate lì per motivi diversi; una piantata dall’uomo, l’altra nata spontaneamente da semi forse trasportati dagli uccelli. 

Sapevo che erano lì, non sono passato  per caso; avevo bisogno di capire alcune cose, di cogliere queste piante nel loro momento di maggiore splendore, di regalarmi e di regalarvi un momento di bellezza.

IL BEL MINESTRONE

La parola minestrone nella lingua italiana può avere sia un’accezione negativa:

“Hai fatto un bel minestrone!” (cioè hai messo assieme cose che tra loro non c’entrano niente con un risultato non corrispondente a quello atteso).

Oppure un’accezione positiva (in questo caso il minestrone diventa buono, infatti un buon minestrone di pasta e fagioli o di verdure è uno dei piatti più rinomati della cucina italica).

E che il buon minestrone sia anche bello ce lo spiegano le numerose riviste di cucina dove abbondano scatti del nostro eroe magari con due belle fette di pane che lo baciano sulle guance come due miss al vincitore di una tappa al Giro d’Italia di ciclismo.

Ma la bellezza del minestrone si spiega anche in un altro modo: attraverso i fiori delle verdure che utilizziamo per prepararlo.

Del minestrone ci sono molte varianti ma… ecco la mia ricetta.

LA PADRONA DI CASA

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Mi hanno detto che c’è un party con un sacco di bella gente.

D’altra parte avete mai visto una festa con gente brutta?  Io sì, ma di brutta gente. NO, tranquilli, l’ho vista da fuori… anche perchè non mi hanno fatto entrare.

Il party è un party atipico, così, a metà pomeriggio sul  muretto di un ponte del Canale Villoresi e Meraviglia (Oooohhhh!)

Chi sono gli invitati?  Gente di tutti  i tipi: intellettuali e artisti, nobili e arricchiti, starlette e divi del calcio…

Il bianco per gli aperitivi è stato portato dalla vite, per le tartine ci ha pensato Vitalba (clematis vitalba) la famosa Liana europea, che è arrivata in abito lungo accompagnata da una mora (Rubus fruticosus) e da un’altra amica la Rosa canina che oltre alla “sangria ai petali di rosa” ha portato anche un’ottima marmellata. Il luppolo (Humulus lupulus) invece va ancora raccontando dopo anni come si fa ad aromatizzare la birra.

Tutta bella gente, rampante, anzi rampicante, come l’edera.  Ma l’edera cosa ha portato? Niente, è stata solo vista succhiare senza cannuccia  con quelle sue radichette fitte fitte.

Ah che bella festa, che appena una ti si appiccia addosso non te ne liberi più. Fortuna che c’è anche l’ortica (Urtica dioica) con lei si può parlare di cucina e di farfalle ma tenendo le distanze di sicurezza altrimenti diventa irritante. 

E poi c’è lei, la padrona di casa, la Muraiola ovvero Parietaria officinalis… in tutto il suo splendore.(vedi scheda)

Mi hanno detto che c’è un party ma io non ci andrò: sono allergico a certe padrone di casa.

FIOR DI PATATA

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La patata (Solanum tuberosum) come tutti sappiamo è originaria dell’America meridionale, e rappresenta ancora oggi un cambiamento straordinario nell’alimentazione di tutti i popoli del mondo avvenuto dopo la cosiddetta “scoperta dell’America”.    

 Inizialmente gli europei si mostrarono contrari alla patata, non per ignoranza, bensì per pregiudizi e motivazioni sanitarie e religiose. In primo luogo, pur sapendo di cosa si trattava, la loro cultura alimentare basata sui cereali non ammetteva che si potesse vivere mangiando qualcosa che volgarmente nasceva e si sviluppava sottoterra.  (continua a leggere)

La parte più importante della patata è quindi il tubero.  Ma il fiore? che ce ne facciamo del fiore?

Un fiore apparenemente inutile anche perchè il suo frutto non si mangia.  Alcune varietà di patate addirittura non fioriscono (non serve). Ma è almeno bello?  Lascio a voi decidere. Certo non siamo abituati a guardarlo con la stessa bramosia con la quale guardiamo un bel piatto di patatine fritte.

A cosa assomiglia?  A una piramide atzeca?  A una trottola all’incontrario? A uno stampino per biscotti, a un sac à poche per dolci?  A un budino di crem caramel?

Aspetto il vostro democratico e virtuale parere.

Chi invece vuol sapere tutto sulla coltivazione del prezioso tubero può andare a leggere qui: http://www.agraria.org/coltivazionierbacee/patata.htm

Vedi anche:

IL BEL MINESTRONE

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zucchina

L’ERBA SPETTINATA NON CRESCE IN VATICANO

C’è dell’erba in Vaticano?

Certo: ci sono i giardini ! E immagino anche il loro  splendore. Immagino,  perchè  fin’ora li ho visti solo in fotografia.

L’erba in Vaticano cresce come in tutti gli altri posti della terra (poli esclusi) e anche qui solerti giardinieri si preoccupano di eliminare le erbacce.

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Giardini Vaticani: vista panoramica dall’alto

Chissà se nei giardini vaticani c’è questa “erbaccia”. Difficile penso, i giardini del Papa sono troppo pettinati, e lei invece è un po’ scarmigliata.

Il suo nome scientifico è Lonicera japonica  ovvero Caprifoglio giapponese. E’ una pianta originaria della Cina e del Giappone ma ormai perfettamente adattata in Europa, Australia e Stati Uniti.  In Italia è presente allo stato selvatico solo nelle regioni del Nord.  E’ una pianta rampicante semprevende con foglie ovali che fiorisce in maggio/giugno con fiori bianchi e gialli (come la bandiera vaticana) dal profumo dolcissimo. I frutti sono bacche nere non commestibili.

Essendo rampicante ha bisogno di un sostegno per svilupparsi e infatti la troviamo in grande quantità lungo le recinzioni o ai margini dei boschi dove i suoi rami, come le liane, si aggrappano ad altre piante, a strutture rigide.

Allora è lei la più debole?  Nonproprio; il suo sviluppo impetuoso a volte soffoca chi gli dà sostegno un po’ come quelle persone che cerchi di aiutare e delle quali poi non ti liberi più. Certo, all’inizio è facile innamorarsi di lei per quel suo profumo dolce come il miele, così diverso da quello amarognolo del ligustro o da quello penetrante del gelsomino. Profumi che in questi giorni di inizio estate pervadono l’aria, solleticano il naso e la fantasia.

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Vedo il bianco e il giallo della bandiera pontificia, l’oro e l’argento… vedo le chiavi di San Pietro e mi chiedo se sono alle porte del Paradiso… ma il bianco e il giallo sono quelle del Caprifoglio giapponese e io sono qui nei “miei” boschi e non a Roma.

Prima o poi comunque  andrò a visitare i giardini vaticani e dopo vi racconto.

Vedi anche:

COSA C’ ENTRA LO IOR

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CRONACA NERA (E GIALLA)

Ragno  Thomisus onustus che cattura un'ape
Ragno Thomisus onustus che cattura un’ape

Sul “Gazzettino delle sterpaglie” è apparsa questa notizia:

Oggi un’ape è stata catturata da un Thomisus onustus, un ragno che si nasconde mimetizzato sui fiori e uccide le sue prede quando si posano su di essi in cerca di polline.

L’ape che era con lei, miracolosamente sfuggita all’assalto ha riferito alle altre api: “Sorelle, ho una brutta notizia da darvi, Camilla una delle nostre valorose api bottinatrici è stata uccisa da un ragnaccio giallo che si era appostato vigliaccamente dietro un fiore di ranuncolo. Il cielo era azzurro e i fiori ondeggiavano al vento ma tra tutto quel giallo vegetale c’era anche un ragno giallo, un giallo animale che cattura le api gialle e nere e sazia la sua fame”.

La notizia è stata immediatamente ripresa dalle altre agenzie di stampa: Un noto entomologo così commenta l’accaduto sulle pagine del Corriere: “I ragni debbono pur vivere di qualcosa, i ragni mangiano anche prede più grosse di loro,  e lui, il Thomisus onustus è bravissimo, un vero campione di mimetismo perchè riesce a cambiare colore secondo il colore del fiore dove si apposta per catturare le sue prede”.

Ma in giro c’è aria di protesta, preoccupazione, anzi insofferenza;  L’agenzia Press People riferisce: “NO,  davvero, non se ne può più con questi teppisti che si appostano dietro un filo d’erba:  taccheggiano, rapinano, stuprano innocenti imenotteri intenti solo al loro dovere, se non si pone rimedio le api entrerenno in sciopero e allora addio miele”.

Ancora la testimonianza dell’ape operaia: “L’ho visto, ma non ho fatto in tempo ad avvisarla. Stavo volando su un prato di buglosse lì, vicino alla rotonda per Tornavento e il mio punto di osservazione era migliore del suo. Non potete capire il mio dolore quando l’ho vista cadere sotto quelle zampe pelose”.

Il settimanale  di approfondimento culturale Life nature fa le seguenti considerazioni: “Quante api muoiono ogni anno vittime dei ragni?  Non lo sappiamo. Ma forse ne muoiono di più a causa dell’inquinamento, della siccità, a causa dei parassiti che si introducono nelle loro arnie cibandosi di miele e delle loro ninfe.  I ragni sono il male minore, per loro vale la legge naturale della sopravvivenza”.

E da ultimo su “News delle news” ecco un titolo a sette colonne: OMICIDIO AL SOLE  

Ragno  Thomisus onustus uccide apis mellifera mentre stava raccogliendo il polline su un ranuncolo.

Dove sta la notizia?

Che una volta tanto non si parla di politica, di scandali, di calcio e di scommesse,  o di tutte queste cose assieme.