IL CACCIATORE DI STELLE

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Lontane… lontane, intoccabili… con quella luce fioca che si vede solo di notte, No, non sono loro, ma altre di verde clorofilla che sta cercando il bombo.

Voi magari avrete pensato: chi sarà mai questo “cacciatore di stelle” e invece è solo un pretesto per parlarvi di questi insetti che da alcuni sono scambiati per calabroni ma che in realtà appartengono al genere “Apidae” come le api  mentre i calabroni sono delle vespe.

E le stelle allora cosa centrano?

Diciamo che c’entrano perchè i fiori sui quali li ho fotografati, il Sedum maximum o Borracina sono a forma di stella (vai all’articolo)

E allora i bombi, queste api un po’ pelose e obese si cibano anche loro del nettare dei fiori.

I bombi (per gli anglofoni “Bumbles bees”) sono insetti sociali che vivono in piccole colonie, formate da pochi esemplari.  Infatti quel loro essere così paciosi li rende poco inclini al moto perpetuo, a quel ronzare infinito tipico dei dintorni di un alveare di apis mellifera.

Anche il modello economico è diverso, infatti i bombi non sono capitalisti come le api, non accumulano il nettare e non lo trasformano in miele. Il vantaggio è che non vengono “sfruttati dagli uomini”, lo svantaggio è che, racogliendo solo il nettare che basta per alcuni giorni, si trovano in difficoltà in caso di prolungati periodi di siccità.

I bombi più comuni sono  il Bombo degli orti (Bombus terrestris)   caratterizzato dall’ultima fascia dell’addome di colore bianco  e il Bombo dei campi (Bombus pascuorum) dal corpo e dalla testa arancio-peloso tanto che a me fa venire in mente il cappello di David Crockett.

I bombi ancora vanno a caccia di stelle, si aggrappano ai fiori come se fosse per loro l’ultima occasione.

E probabilmente lo  è:  solo le femmine  fertili infatti sopravviveranno all’inverno  per dare vita a primavera a una nuova generazione.

Non so perchè ma mi assale un velo di tristezza…   

Ritorno verso casa mentre nella testa mi riecheggia “Madness”  dei Muse.

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L’OMBELICO DELLE GHIANDE

L'ombelico delle ghiande

Ci sono tante cose che uno non si aspetta e forse neanche voi vi sareste aspettati che un giorno mi sarei messo a parlarVi dell’ombelico delle ghiande.

In realtà non ne parlerò, devo ancora fare un po’ di pratica prima.   Il suggerimento mi arriva da questo libro di Valerio Gallerati  dal titolo “Il raccoglitore di semi” .

Più che un raccoglitore potremmo definire quest’uomo, un cacciatore di semi; semi che lui “salva”  e poi pianta nel suo vivaio di Galliera, vicino a Bologna.

Nel libro Gallerati racconta il primo anno di vita delle piante da quando mette a dimora i semi a quando spuntano dalla terra come fragili germogli (E’ la storia della vita che si ripete ma ogni volta è nuova).

Lo fa con competenza e passione anche attraverso aneddoti e ricordi personali come quella volta che suo padre gli insegnò a riconoscere le diverse specie di quercia dalla forma dell’ombelico delle ghiande.

gallerati - il raccoglitore di semiValerio Gallerati

il raccoglitore di semi

Maestri di Giardino Associazione Culturale,

Vezza d’Alba – marzo 2013

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per vedere gli altri libri vai alla  Biblioteca

BELLA DI NOTTE… E DI GIORNO

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Mi rendo conto che non posso raccontare le solite cose sulla Bella di notte o (Mirabilis jalapa) mi rendo conto che il rimando ad altre “belle di notte” è ormai frusto, così come mi pare superfluo continuare a magnificarne il profumo che sprigionano a sera quando i fiori si aprono, e la predilezione che le falene hanno per loro.

Allora provo a raccontare altre cose, per esempio che la Mirabilis jalapa è una pianta peruviana arrivata in Europa nel XVI secolo (come facevano le falene prima?) o i nomi correnti che gli danno in Cina:  ovvero: fiori della bollitura del riso, o fiori della doccia (perchè si aprono in contemporanea con queste attività usuali, cioè al calar del sole).

Saverio Manetti nella sua “Memoria” del 1765  informa gli Europei che i suoi semi sono utilizzati dai popoli andini per produrre farina da pane.

Alle prime luci dell’alba la bella di notte chiude le sue corolle e va a dormire. Le dà il cambio un altro fiore: la Bella di giorno  ovvero il Convolvulus arvensis o vilucchio.

Calystegia sepium
Calystegia sepium

Il Convolvolo è una pianta perenne strisciante o rampicante ma anche molto infestante, infatti, come dice il suo nome, si “avvolge”, avviluppa, avvinghia ad altre piante o alle recinzioni con spirali fitte e ben salde. E’ una pianta originaria dell’Europa e dell’Asia, molto comune in tutta Italia e anche nel resto del mondo.  I suoi fiori a campana, di un colore che va dal bianco al rosa intenso, hanno un leggero profumo di vaniglia. 

Appartiene ad una famiglia che vanta circa 250 specie:  tra queste la Calystegia sepium dai grandi fiori bianchi  e anche il Convolvulus tricolor  e la Ipomoea coltivati nei giardini

Ipomoea purpurea
Ipomoea purpurea

per i loro fiori blu-violetto.

I fiori del convolvolo sono molto sensibili alla luce tanto che nelle giornate nuvolose restano chiusi e nelle giornate di pieno sole già al pomeriggio incominciano a sbadigliare e ad appassire. Per fortuna che poi arriva la Bella di notte.

Insomma, grazie a questa staffetta la bellezza non dorme mai  (come il denaro, del resto) con alcune eccezioni che confermano la regola come “La bella addormentata nel bosco”.

NELL’ORTO DI FRATE GUALTIERO

Battaglia di Tornavento - rievocazione

La battaglia di Tornavento si svolse il 22 giugno del 1636  tra gli Spagnoli, allora governatori della Lombardia e i Francesi, aiutati dalla rampante casa dei Savoia.

La battaglia è stata classificata come “scaramuccia” all’interno della guerra dei 30 anni che insanguinò tutta l’Europa.

Beh come scaramuccia niente male visto che ci furono centinaia di morti da ambo le parti, senza parlare degli stupri e dei saccheggi precedenti e successivi alla battaglia.  Un evento di fondamentale importanza per questa zona del basso-varesotto e alto milanese tanto che alcuni storici locali ne fanno uno spartiacque:  prima e dopo la “Battaglia di Tornavento”, dove il dopo vuol dire l’inizio della decadenza per questa contrada.

Da qualche anno nel mese di giugno si “celebra”  una rievocazione  della battaglia  con tanto di costumi d’epoca e figuranti che danno vita ai vari personaggi.   Tra questi frate Gualtiero (che non è citato nelle cronache ufficiali ma che non poteva mancare, infatti i frati a quel tempo seguivano le battaglie per dare  conforto ai moribondi).

Ma cosa fa frate Gualtiero tra una rievocazione e l’altra?  

Semplice ! Cura il suo orto (come hanno fatto e fanno molti altri frati, del resto) .  Lo fa con spontaneità e naturalezza senza implicazioni socio-politico-agronomiche,  lontanto dalle tendenze degli orti bio-energetici o bio-dinamici;   non soffre dell’enfasi sugli orti urbani perchè già si trova in centro  anche se non quello di Manhattan dove  coltivare pomodori in un pezzo di terra abbandonato può diventare un fatto rivoluzionario e destabilizzante (come raccontato qui) e infine è un orto a kilometro zero  anzi 500 metri e ci si può andare a piedi o in bicicletta.

Frate Gualtiero è consapevole di tutto ciò?  Ne dubito, ma forse è meglio così. Forse la cosa più bella è che nel suo orto l’uva si chiama uva e i fichi si chiamano fichi. Anche negli altri orti direte voi… sì, ma l’anguria come la chiamate?

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ESSERE UN PROFETA

Immagine 051

Essere un profeta,  ma di quelli cannibali, di quelli che  dopo aver indotto altri alla preghiera, se li mangiano.  Attenzione però, bisogna esserlo solo all’estero  e io ho già fatto domanda.

C’è un altro piccolo problema:  profeta sì, ma di quale religione?

Neanche lei mi ha saputo rispondere dopo tutti gli sms, i twitt, e i videomessaggi che NON  gli ho mandato.

Lei è la Mantide religiosa (mantide deriva dal greco “mantis”  che vuol dire profeta) ed è la specie più diffusa in Italia e nella regione del Mediterraneo di un genere che altrimenti conta circa 1800 specie.

Non mi aveva dato l’appuntamento ma ci siamo incontrati lo stesso, il luogo e l’ora erano esatti:  un caldo pomeriggio di fine estate in un luogo assolato. Non l’ho riconosciuta subito (strano direte voi, è un insetto inconfondibile e, attenzione!  non è una cavalletta), Non l’ho riconosciuta anche perchè è molto mimetica e cambia abito (verde o marrone) quando serve.

Immagine 049Che strano insetto però!  e pensare che è conosciuta soprattutto perchè si mangia il maschio dopo l’accoppiamento.  Ma le stranezze non finiscono qui.

Osservo quella sua testa triangolare che assomiglia un po’ a quella di E.T.  (telefono-casa, Spielberg etc…) quelle zampe uncinate, terribili armi di caccia e quel corpo sproporzionato, sottile nella parte superiore e molto ingrossato nella parte dell’addome.

Più che un insetto sembra la caricatura di un insetto quasi che il buon Dio avesse incaricato del suo aspetto un disegnatore di fumetti, un sceneggiatore della saga di “Guerre stellari”.

E quella sua posizione,  con le zampe anteriori piegate come in preghiera, in realtà è una posizione di attesa, di agguato per le sue prede, che possono essere altri insetti ma anche animali più grossi di lei come per esempio lucertole o piccoli uccellini.

Non ci credete? 

Se volete  potete incominciate  ad approfondire da qui: http://www.naturamediterraneo.com/mantide/

QUASI AMICI

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La salcerella (Lythrum salicaria) è una pianta acquatica perenne originaria dell’Europa e dell’Asia .

I fiori  di colore rosa intenso, lilla, fucsia,  riuniti in spighe alte anche fino a un metro, sono presenti tutta l’estate, da giugno a settembre.

Il suo nome deriva dal fatto che le foglie sono strette e allungate come quelle del salice ma, a parte la predilezione per l’acqua, le somiglianze finiscono qui.   Anzi no,  condividere gli stessi ambienti, respirare la stessa aria,  (bere la stessa acqua)  un po’ rende parenti, se non amici o “quasi amici” (come nel film del 2011  Intouchables  diretto da Olivier Nakache e Éric Toledano).

Allora il salice e la salcerella  li trovi lungo i corsi d’acqua. ai bordi degli stagni, nelle zone umide anche dei prati di montagna e se il salice è diventato conosciuto in farmacia come fornitore dell’acido salicilico, principio attivo dell’aspirina,  la salcerella è conosciuta da sempre come rimedio ai disturbi gastrointestinali di varia origine  (da quelli virali a quelli più psicologici: cioè quel movimento di pancia di quando hai molta paura).

Infatti  la salcerella è stata usata dai medici francesi contro la dissenteria durante la Prima guerra mondiale.

Vogliamo andare ancora più indietro?

Allora possiamo citare Dioscoride, insigne  scienziato dell’antica Grecia, che già  magnificava le qualità terapeutiche della salcerella non solo come astringente ma anche come emostatico per regolare i flussi mestruali o  bloccare il sangue dal naso.

Certo che dalla sua posizione privilegiata la salcerella può osservare un sacco di cose strane come quando, mi  racconta,  ha visto delle bisce d’acqua nuotare a fianco  di un gommome con a bordo una famiglia di ispano-americani o le libellule sorseggiarsi un mojito di menta acquatica e beccabunga o una rana verde farsi gli impacchi con le lenticchie.

Insomma siccome anche io frequento questi ambienti siamo diventati quasi amici io e la salcerella, solo non ho capito se sono quello seduto sulla carrozzina o quello che la spinge.

UN RAGGIO DI SOLE

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E’ il titolo di una vecchia canzone di Jovanotti ma a me ricorda anche il nome del mulino dove mio nonno andava a far macinare il grano,

Però, pensandoci bene c’è anche la vecchia iconografia socialista, con tutti questi raggi del sole dell’avvenire o, ancora, l’iconografia cristiana anche lei piena di raggi e di luce che irradiano i Santi, che scendono sugli apostoli.

Tutta roba vecchia fin qui, direte voi. E invece no, perchè i raggi di sole ognuno li può vedere senza andarli a cercare chissà dove. E anche se i vecchi mulini ormai non esistono quasi più c’è ancora un raggio di sole che non si è spento.

Non ci credete?  Eccolo qui allora, come un raggio, come tanti raggi di sole che penetrano nel bosco come una pioggia d’oro.

Sono i fiori della Solidago virgaurea, chiamata comunemente verga d’oro o pioggia d’oro. La Solidago virgaurea è  un’asteracea dell’emisefero boreale (la troviamo in Nord america, Europa, Asia e Africa settentrionale con specie affini come la Solidago Gigantea e Canadensis con le quali spesso di ibrida).

Fiorisce da agosto a ottobre con spighe formate da tantissimi piccoli fiori giallo oro.

La possiamo osservare nei campi incolti ai bordi delle strade  e dei boschi ma anche in montagna fino ai 2000 metri e ha un aspetto un po’ selvatico, incolto, appunto,  ma i suoi fiori sono molto apprezzati da api, farfalle e altri insetti.

 Anche gli uomini l’hanno utilizzata e l’utilizzano per scopi medicinali (qui l’approfondimento)