IO E ALEXANDER

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La scultura è materia, è qualcosa di solido, qualcosa che occupa uno spazio,  che modifica lo spazio attorno a sè.

La scultura è forma a tre dimensioni, ha un peso e di solito è ferma.

Questo lo sapeva bene anche Alexander prima di guardare le foglie degli alberi che vibrano e sussurrano accarezzate dal vento, i fazzoletti agitati in segno di saluto e le bandiere sui pennoni.

In realtà non so da dove gli sia venuta l’ispirazione ma Alexander Calder (1898-1976), artista statutitense del secolo scorso ha tentato una rivoluzione concettuale nel campo della scultura  togliendo peso alla materia, negando il concetto di staticità (per la verità ci avevano già pensato gli scultori impressionisti a fine ‘800) per trasmettere con le sue sculture una sensazione di leggerezza e movimento.

redballcarouselNascono così i “Mobiles” strutture eteree, forme smussate che ricordano le foglie: pendenti, con pochi colori base ma essenziali per dare “movimento” alla scultura.

I “mobiles” si contrappongono agli “Stabiles” (un altro genere di scultura praticato da Calder) : sculture metalliche di grandi dimensioni, pesanti, angolose,  ferme, saldamente piantate per terra Flamingo - Federal Plaza - Chicago(Questa scultura pesante ben 50 tonnellate si trova nella Federal Plaza di Chicago).

Allora adesso tento anch’io una spiegazione di questo suo diciamo così “disturbo bipolare” di questa sua schizofrenia, anche se non sono un critico d’arte nè uno psichiatra.

Calder secondo me ha scisso, separato i tronchi degli alberi (stabiles) dalle foglie (mobiles) ha considerato separatamente la parte solida da quella “liquida” .

Ha distinto Il passato e il presente (le radici che ci tengono ancorati alla realtà, alla tradizione, a quello che siamo diventati) dal futuro, dalla speranza, da quello che vogliamo diventare.

Può essere un’operazione arbitraria? Forse.  Le radici, il tronco, le foglie, fanno parte di un’unico organismo vivente: l’albero.

Ma questo distacco. questa “distinzione” dà ad ogni singolo elemento una forza simbolica ancora maggiore. 

Così anch’io, quando viene l’autunno me ne vado in giro a fotografare queste sculture spontaneee formate dalle foglie già “truccate”  per l’ultima festa senza riuscire a non pensare alla famosa poesia di Ungaretti.

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