CINQUANTA SFUMATURE DI INDACO

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Qualcuno si chiederà se l’autrice inglese di “Cinquanta sfumature di grigio” ha scritto un altro libro, ma non mi risulta che E.L. James abbia ancora pensato a questo colore anche se  il titolo in inglese verrebbe bene: “Fifty shades of indigo”.

Ma, per restare sul grigio, è indubbio che ci vuole una grande passione, e qualche volta anche perversione per uscire in una giornata grigia e magari anche fredda e nebbiosa per andare a fare “birdwatching” sulle rive di un fiume, ma, incredibile a dirsi, non sono il solo che si aggira in questi luoghi oggi. Pescatori, podisti e ciclisti… forse qualche poeta in cerca di ispirazione.

Il cielo, e di riflesso l’acqua, sono grigi;  grigio chiaro o scuro,  quasi nero i tronchi e i rami degli alberi (a quante sfumature sono già arrivato?) vicino alla riva nuotano le folaghe (nere con la fronte bianca), più lontano delle macchie bianche rivelano la presenza dei cigni.

Grigi sono anche gli arbusti sul bordo dell’acqua: cannucce, solidago, noccioli e i rami con i frutti secchi della “Amorpha fruticosa”.

Sì, è lei, anche se vestita così quasi non la riconoscevo; è una leguminosa di origine americana conosciuta in Italia anche come “Falso indaco”.

Amorpha fruticosa - falso indaco
Amorpha fruticosa – falso indaco

Non vive qui da molto:  ha preso una nave in partenza dalle coste orientali dell’America del Nord nel 1724  (non si sa con chi)  per raggiungere la sua parente robinia (Robinia pseudoacaia) e da allora spesso la troviamo assieme a quest’ultima, con la quale può essere confusa quando non è fiorita, perchè le foglie sono uguali ma  la Amorpha fruticosa non ha le spine.

Qui in Europa i suoi ambienti preferiti sono le sponde dei corsi d’acqua dove si propaga con gran facilità per polloni ma la possiamo

Fiori  Amorpha fruticosa
Fiori Amorpha fruticosa

trovare anche in ambienti ruderali, incolti, o lungo le strade perchè sopporta molto bene lunghi periodi di siccità.

Ma perchè falso indaco?

Cominciamo da quello vero.   Forse non tutti sanno che in origine il colore indaco si ricavava dalla macerazione delle foglie di una pianta che si chiama “Indigofera tinctoria” ovvero “Indaco dei tintori”  già nota in Asia 4.000 anni prima di Cristo  e usata per millenni prima che Adolf Von Baeyer un centinaio di anni fa scoprisse la formula per ricavare il colore indaco sinteticamente.

Indaco deriva da India ma c’è un altro popolo che si identifica con questo colore:  i tuareg  o uomini blu: tribù nomadi del Sahel  che acquistavano il colore indaco per tingere i loro tipici vestiti attraverso i  mercanti dell’Asia.

tuareg-sahara

Poi qualcuno scoprì che le proprietà tintorie della Amorpha fruticosa  sono simili a quelle della sua sorella maggiore e allora ecco il nome di “Falso indaco” o “Indaco bastardo”

L’ultima sfumatura di indaco è invece quella del colore  in cui diventano le  vostre  labbra se uscite in queste giornate fredde senza metterci sopra il burrocacao.

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