ANCORA TU…. ERMIONE

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Si, ho capito che non vuoi bagnarti, però non stringermi così forte…

Il cielo è così grigio e compatto da giorni che non possiamo neanche dare un nome alle nuvole.

E’ come se qualcuno continuasse a strizzare una spugna e noi sotto come lillipuzziani con i nostri ridicoli ombrelli, cappucci, stivali di gomma… con i tergicristalli delle auto che ormai stanno pensando ad una protesta sindacale per il troppo lavoro.

Non ti offendi vero se aspetto fuori dal negozio?

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Devo misurare la profondità delle pozzanghere (come i bambini), ascoltare il gorgoglio dell’acqua che scende dalle grondaie rotte, sintonizzarmi con il ritmo della pioggia che batte sulle lamiere delle macchine in sosta.

Ermione o un altro nome, che importa. Quando piove per me sei Ermione.

No, io resto io… non  mi permetterei mai.

L’acqua sull’asfalto riflette la luce, la intensifica, la fa deviare, fa sembrare le cose più vive…

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Il semaforo crea fuochi d’artificio al contrario mentre spio le auto nascosto da un albero.

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e gli arabeschi di questi cancelli del cielo in realtà sono quelli di una ex villa ora abbattuta.

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Paesaggi urbani, ma neanche troppo, di una notte di pioggia.

Marciapiedi e auto in sosta, due donne con l’ombrello…

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Ermione scusa, sono stato in giro a fare foto e non mi sono reso conto che è da più di mezz’ora che mi aspetti sotto la pioggia.

E anche se per te è un piccolo dramma pensa ai danni i che la pioggia ha fatto in altre regioni: fiumi di fango, frane, ponti crollati, negozi e scantinati  sott’acqua, frazioni isolate,  campagne devastate… bambini che non possono andare a scuola.

Si, certo, adesso devo fare qualcosa  per farmi perdonare.  Ma cosa?

… Ti va una bella aurora boreale?

No, è una bugia che non posso raccontarti perchè anche tu capiresti subito che in realtà sono solo le luci dell’aeroporto di Malpensa.

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IL COLORE DELLA PIOGGIA

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Jack Vettriano – Ballando sotto la pioggia

C’è un uomo in Piazza della Loggia a Brescia, uno come tanti, ma non è solo.

E’ il 28 maggio del 1974 . Quel giorno qualcuno, in quella piazza, fece scoppiare una bomba che uccise 8 persone e ne ferì altre 102…

Il colore della pioggia è il titolo della rappresentazione teatrale che racconta la storia di quell’uomo e di quel giorno…. di pioggia.

Si ma di che colore è la pioggia?

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Mirò  – La pioggia colorata

Prince disse che è viola  (Purple rain) altri sostengono che a volte è nera (Black rain, film del 1989 di Ridley Scott con Michael Duglas e Andy Garcia il cui trailer recita così: Osaka, Giappone. Un poliziotto in trappola. Un complotto in atto. Un assassino in fuga.

La pioggia può essere anche dura, secondo Bob Dylan (A Hard rain’s a gonna fall) una delle più famose canzoni contro la guerra in Vietnam che già sembra di sentire gli elicotteri dei marins di  Apocalypse now, 1979, Francis Ford Coppola.

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Van Gogh – Paesaggio a Auvers sotto la pioggia

A no quelli erano The  Doors con The end, però neppure loro con la pioggia scherzavano (Riders on the storm)

E parlando di pioggia certo non possiamo dimenticare D’Annunzio, solo che non ci dice di che colore era la pioggia nel pineto (Forse ce lo poteva dire Ermione ma il sommo poeta gli ha ordinato di non parlare…)

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M. Prendergast – Ombrelli sotto la pioggia

La pioggia è stata rappresentata in numerosi quadri di artisti famosi tra i quali Monet, Turner, Chagall, e altri insospettabili come ad esempio Mirò e perfino Van Gogh e da questo punto di vista la pioggia ne ha visto di tutti i colori.

Ma qual è il mio punto di vista?

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Piove ormai da parecchi giorni ma io sono stanco di stare in casa, così esco a catturare qualche immagine della pioggia.

Foglie bagnate, asfalto lucido,  luci vivide che si spandono nell’aria impregnata di gocce d’acqua.

Per fortuna la pioggia, questa pioggia, può essere una buona pioggia.

Niente a che vedere con la pioggia delle frane e alluvioni, e neanche con la nera incessante pioggia di un altro film di Ridley Scott: Blade runner;

“… ho visto cose che voi umani….”

 

….e poi piano piano, scende la notte.

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SUPERLUNA 2016

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Superluna !!

Venghino Siori e Siore… lo spettacolo è gratis!!  (pop corn e patatine a pagamento).

Superluna come non l’avete mai vista!!  14%  di diametro  e 30% di luminosità in più (il vin brulè l’avete assaggiato?)

La luna stasera è vicinissima:  solo 365.460 km. Luna piena al perigeo (da non confondere con perizoma)… e quando vi capita un’altra occasione così?

Qualcuno ha detto nel 2034  (ma se poi è nuvoloso?)

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Luna che gioca a nascondino dietro i grattacieli, luna che spunta da dietro la collina e tu che stai guidando te la trovi improvvisamente davanti, dopo una curva:  enorme, che quasi quasi  hai paura di finirci dentro.

Luna che illumina il mare con una scia d’argento  (chissà che alte maree stanotte).

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Come sapete l’orbita della luna attorno alla terra è ellittica con una distanza massima di 406.740 km (apogeo)  e minima di 356.410 (perigeo).

Ma non è sempre stato così,  infatti, molti milioni di anni fa la luna girava molto più vicina alla terra e certe notti sembrava quasi di poterla toccare, fisicamente toccare con un dito (no, non quello che guarda lo stolto).

Su questo dato che è scientificamente provato, Italo Calvino ha scritto un paradossale  e struggente racconto nella prima versione delle “Cosmicomiche”: LA DISTANZA DELLA LUNA:

Una volta, secondo Sir George H. Darwin, la Luna era molto vicina alla Terra. Furono le maree che a poco a poco la spinsero lontano: le maree che lei Luna provoca nelle acque terrestri e in cui la Terra perde lentamente energia.”

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“L’avevamo sempre addosso, la Luna, smisurata: così vicina che quando era plenilunio quasi si bagnava nel mare, perché anche le maree erano particolarmente alte, non quelle poche decine di centimetri a cui siamo abituati oggi.

E se Terra e Luna si sfiorano, che cosa c’è di più naturale per Qfwfq, suo cugino sordo, il capitano e sua moglie, se non prendere una scaletta, andar sotto la Luna con una barca e, proprio quando il satellite è alla massima vicinanza, salirvi agilmente sopra?

Come? Con una piroetta per ritrovarsi con i piedi sulla  luna e le braccia rivolte verso la terra.

Perchè?  Per raccogliere il latte lunare, una specie di manna che si raccoglie con il cucchiaino.

E sotto quella Luna così immensa, così grande, che cosa c’è di più naturale se non un grande amore? Specialmente se la moglie del capitano, la signora Vhd Vhd suona l’arpa “aveva braccia lunghissime, argentate in quelle notti come anguille (…)”.

Così cominciò la storia del mio innamoramento per la moglie del capitano, dice Qfwfq, e delle mie sofferenze. Perché non tardai ad accorgermi a chi andavano gli sguardi più ostinati della signora: quando le mani di mio cugino si posavano sicure sul satellite, io fissavo lei, e nel suo sguardo leggevo i pensieri che quella confidenza tra il sordo e la Luna le stava suscitando, e quando egli spariva per le sue misteriose esplorazioni lunari la vedevo farsi inquieta, stare come sulle spine, e tutto ormai m’era chiaro, di come la signora Vhd Vhd stava diventando gelosa della Luna e io geloso di mio cugino.”

Come si risolve questo triangolo amoroso?

La luna incomincia piano piano ad allontanarsi e la signora Vhd Vhd decide di non scendere sulla terra perché, pensa “Se quel che ora amava il cugino sordo era la Luna lontana, lei, la moglie del Capitano, sarebbe rimasta lontana, sulla Luna”.

E così agli altri non resta ad ogni plenilunio che abbaiare alla luna come i cani.

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Arrivederci, forse, nel 2034.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ALBERO CON TRE GAMBE

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IL giovane militare tedesco che non conosciamo, ma che per comodità chiameremo Hans, sta scavando un fossato nel bosco al limite di un terrazzo che guarda la valle del Ticino,  a un paio di chilometri da un guado sul fiume,  a pochi passi dall’ancora nuovo e piccolo aeroporto militare di Malpensa.

Siamo nella primavera del 1945 e Hans è triste perché il suo Paese sta perdendo la guerra, (il fossato è una trincea, un tentativo di resistere, di ritirarsi più ordinatamente davanti all’avanzata delle forze Alleate).

Ma Hans in fondo è anche felice perché tra non molto forse potrà riabbracciare la sua famiglia e la sua ragazza, potrà rivedere le sue montagne della Baviera.


Me ne vado  settanta anni dopo in questo bosco autunnale sull’altopiano, popolato da felci dorate, da betulle dalla chioma leggera e pini silvestri che fanno da guardia ai castagni.

Il bosco è molto luminoso oggi con un sole che pare ricordarci che siamo nell’estate di S. Martino e le foglie della quercia rossa paiono prendere fuoco.

Bosco con trincee seconda guerra mondiale
Bosco con trincee seconda guerra mondiale

In effetti questo bosco sembra essere una enciclopedia delle querce: oltre alla quercia rossa (Quercus rubra) di origini nord-americane c’è anche il Cerro (Quercus cerri) autoctono, Sharon per i locali (ogni riferimento a personaggi pubblici è puramente causale) c’è la Rovere, (Quercus petrae) con le sue larghe foglie  e infine lei, la regina del bosco, la Farnia (Quercus robur) con le ghiande dal lungo picciolo.

Ed ecco che anche i miei passi incontrano degli avvallamenti artificiali, le trincee scavate da Hans, oggi parzialmente riempite di terra e rivestite da un morbido strato di foglie dai colori caldi.

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– Ma Hans !  Cosa hai fatto?

Forse non l’ha fatto apposta ma ha pestato un giovane esemplare di Farnia o forse l’ha colpita con un badile e lei è rimasta così, schiacciata, parallela al terreno,  in attesa ormai della morte.

La radice però ha continuato ad alimentare la pianta e la giovane Farnia, non potendo rialzarsi da sola, ha cacciato  dal tronco adagiato contro il terreno, tre nuovi rami  che nel tempo si sono ingrossati fino a diventare tronchi, protesi verso la luce.

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No, ho scherzato, non può essere stato Hans, la pianta è troppo giovane e quando lui è passato di qui lei non esisteva ancora.

Forse è stato un colpo di vento o un animale, a volte possono essere anche i fulmini.

Sta di fatto che non è raro vedere fenomeni simili nei boschi.

Questo fenomeno si chiama “geotropismo positivo” ed è la capacità delle piante di reagire alla gravità terrestre, di volgere i propri rami in direzione opposta a quella delle radici, di guardare sempre verso il cielo.

Sempre se la pianta è felice perché se è “piangente”….

PER QUALCHE RUGA IN PIU’

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Ooops,..   volevo dire:  Per qualche ruga in meno.

Questa in effetti è una storia molto lunga che incomincia nell’Africa sub-sahariana e finisce negli scaffali delle farmacie, sul banco dei cosmetici.

E’ una storia molto lineare in fondo, per chi guarda il mondo da un certo punto di vista anche se la protagonista  in origine si chiama Vitellaria paradoxa ma quando arriva da noi ha così cambiato aspetto che preferiamo chiamarla Karité.

Allora la Vitellaria paradoxa è un albero della famiglia delle Sapotaceae che può raggiungere i 10-15 metri di altezza con un tronco fino a 1 metro di diametro e una corteccia rugosa e molto spessa per proteggersi dal caldo torrido delle savane dove cresce.

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Le foglie sono da giovani rossicce poi diventano verde scuro dalla forma e dimensione assomigliano a quelle del noce.

Da dicembre a marzo compaiono i fiori, riuniti a grappoli, di colore verde-giallastro, dal profumo gradevole.

Allora voi vi starete chiedendo: questo dove vuole arrivare?

Calma; come nella famosa canzone di Sergio Endrigo è tutta una concatenazione di eventi naturali (e non).

Quelli naturali sono che dai fiori, dopo l’impollinazione, si generano i frutti e dentro i frutti ci sono i semi.

frutti Vitellaria paradoxa
frutti Vitellaria paradoxa

I frutti maturano tra metà giugno e metà settembre ed è qui che interviene l’uomo.

Liberati dalla polpa, i semi,  che hanno un guscio coriaceo come quello delle mandorle, delle albicocche, vengono fatti essiccare e poi

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Noci di Karitè Vitellaria paradoxa

aperti per estrarre la polpa presente al suo interno: una sostanza contenente molti acidi grassi che miscelata con acqua, fatta bollire e poi filtrata dà come risultato una pasta  di colore bianco avorio fino al giallo intenso con un profumo che ricorda quello del cioccolato conosciuta in occidente come “burro di karitè” (shea butter)

Nella cosmesi il “burro di karitè” è largamente usato come emolliente sia come sostituto del burro di cacao ma anche per la cura dei capelli o come crema per le mani e il corpo.

(Nei paesi di origine, anche se serve  un altro tipo di lavorazione il burro di karitè viene anche utilizzato in cucina.)

Questo grande successo però rischia di far deperire la pianta (la Vitellaria paradoxa) che continua ad essere una specie  spontanea e non coltivata e  il cui sfruttamento intensivo  pur rappresentando una importante risorsa economica, sta mettendo in pericolo questo tipo di ambiente in tutti i luoghi di origine.

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Area di distribuzione della Vitellaria paradoxa

Già alcune case di cosmetica ed anche Slow Food si stanno muovendo per uno “sfruttamento sostenibile” di questa pianta.

E’ sufficiente accettare di avere qualche ruga in più?

 

Un tempo erano le donne che tradizionalmente si occupavano di questa lavorazione anche se anche in questo caso sono poi subentrati metodi industriali.

Ecco il segreto della pelle liscia, fresca e senza rughe delle donne africane.

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Tutti gli altri invece sono costretti ad andare in farmacia o erboristeria e dire: Voglio una pelle splendida!

Responsabilmente, però.

 

 

 

 

STREGA COMANDA COLOR

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Strega comanda color….. rosa !!

E tutti subito a pensare al fiore con le spine. Ma non è così scontato anzi il colore per antonomasia della rosa è il rosso.  Chi non vorrebbe ricevere una rosa rossa dalla persona che ama?

Le rose però, lo sanno tutti hanno molti colori e nel tempo gli uomini  hanno provveduto ad assegnare loro un significato (non vi tedierò su questo perchè già esiste un’ampia letteratura in merito).

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Dirò che essendo la rosa una pianta che si presta molto bene alle manipolazioni genetiche ne è stata inventata anche una di colore nero.

Paradossi a cui le streghe sono avvezze tanto che se è vero che esiste la rosa nera, esiste anche una pianta di nome Nerina che però ha i fiori rosa.

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La Nerina o Nerine; visto che di questa pianta originaria del Sud dell’Africa ne esistono 30 specie, è una bulbosa che appartiene alla famiglia delle Amaryllidiaceae ed è conosciuta anche con il nome di “Giglio del Capo di Buona Speranza”.

La gran parte delle specie ha dei fiori rosa. La più diffusa  nei giardini e come fiore da mazzo è la Nerina Bowdenii ma sono utilizzate a tale scopo anche le  Nerine undulata, Nerine sarniensis, Nerine flexuosa, Nerine curvifolia, Nerine pumilla, Nerine pulchella, Nerine pancratioides, Nerine humilis. (niente male come biodiversità, vero?)

La Nerina deve la sua fortuna al fatto che fiorisce a fine autunno quando a farle concorrenza sono solo i crisantemi o poco più e al fatto che è facile da coltivare.

E’ preferibile piantarla direttamente  a terra  in giardino e non in vaso perchè i suoi bulbi si moltiplicano rapidamente e danno vita a intense e fitte fioriture.

Nonostante numerose ricerche nessuno ha ancora capito da dove deriva il suo nome per cui si presume che sia stata  scelta per loro la denominazione di Nerina solo per ricordare la forma dialettale africana con cui gli indigeni solitamente indicavano le corolle (Pollicegreen. com)

Sappiamo invece che Nerina nella mitologia greca  è una ninfa marina e fa parte delle Nereidi figlie di Nereo e Doride. Non sembrano esserci però particolari collegamenti con il nome del fiore.

Anche la Nerina pur essendo prevalentemente rosa vanta fioriture di diversi colori  e ibridi così che la povera strega qualunque colore chiami è sempre sotto.

Forse però una via di salvezza c’è.

…. Strega comanda color…. Arcobaleno!!

NO !!  Hanno già inventato anche quello !!!!!!!

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Rosa arcobaleno