OCCIDENTALI’S DRAMA

Ritrovo gli echi di un film che (confesso) non ho visto in un racconto di uno scrittore cileno: Luis Sepulveda.

Il film e il personaggio in questione è Fitzcarraldo, così testardo come testardo fu il regista tedesco Werner Herzog nel volerne raccontare le gesta con avventure incredibili durante la lavorazione del film che uscì nelle sale nel 1992.

Una storia raccontata da un Europeo. La storia di un uomo che aveva un sogno e i sogni possono muovere le montagne, dice Herzog.

Ma se la racconta un Sudamericano  le cose cambiano un po’.

Chi era Fitzcarraldo secondo Sepulveda?

Un romantico visionario, un avventuriero senza scrupoli, un amante del bel canto o forse un poveretto a cui gli alberi non lasciarono vedere la selva di Manu’?

Già, Manù, nell’Amazzonia peruviana, solcata dai fiumi Urubamba e Madre de Dios, affluenti di quello che diventerà più a valle il grande Rio delle Amazzoni.

 

Gli Europei dimenticarono Manù per secoli fino a quando tra la fine dell’800 e l’inizia del 900 i paesi occidentali industrializzati decisero che non potevano fare a meno del prezioso succo della Hevea brasiliensis chiamato CAUCCIU’.

Manù inizia a quasi 4000 metri su l livello del mare sulle pendici più alte del monte Tres Cruces. Da là è possibile affacciarsi ad un abisso di nuvole sotto il quale si può pensare che continui il paesaggio ocra della Ande mentre basta scendere di appena cinquecento metri per trovarsi immersi nella selva amazzonica. (Luis Sepulveda – Sulle orme di Fitzcarraldo)

Il Parco nazionale di Manù è oggi un’area protetta di circa 2 milioni di ettari  riconosciuta dall’UNESCO  nel 1980 “patrimonio dell’umanità” per la sua straordinaria biodiversità: sono stati censiti infatti 20.000 diverse specie di piante, circa 1.000 specie di uccelli, 1.200 tipi di farfalle, oltre 200 mammiferi e anche 13 specie di primati, armadilli, tartarughe di acqua dolce, caimani, gattopardi e innumerevoli rettili, insetti e animali anfibi.

Tra questi  le gru dalle zampe palmate chiamate Cuellos de serpiente, i Gallos de piedra (Rupicola peruvianus), dal piumaggio nero sul petto e con una specie di bernoccolo rosso sulla testa. Tra le orchidee Sepulveda cita la Sophronitis coccinea dai fiori rosso intenso che cresce sugli alberi delle palme Chonta e infine ecco anche la Tabernaemontana, un frutto ma mangiare e da bere che ti attrae irresistibilmente con la sua polpa arancione…

Fitzacarraldo  aveva un sogno, quello di costruire un teatro dell’opera nel pieno della foresta amazzonica e farci cantare Enrico Caruso. (Le arie dell’opera diffuse dal suo grammofono al tramonto sulle placide acque del fiume gli guadagnarono presso gli indigeni l’appellativo di “colui che porta la voce degli dei“).

Per raccogliere i fondi necessari però doveva sfruttare piantagioni di caucciù non ancora conosciute e per questo si imbarcò nella impresa fallimentare di costruire una ferrovia trans-amazzonica, di far risalire una nave sulle rapide del fiume Ucayali, scarificando in questo tentativo anche diverse vite umane.

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La notte della selva avvolge tutto con il suo particolare silenzio fatto di migliaia di rumori. E’ il prodigioso meccanismo della vita che tende i muscoli per facilitare il parto della “Venere notturna” un’orchidea di un intenso colore viola, piccola come un bottone di camicia, che apre i petali alle prime luci dell’alba e muore dopo pochi minuti perchè la minuscola eternità della sua bellezza non resiste alla luce di Manù che muta incessante secondo gli umori del cielo, dell’acqua e del vento ( Luis Sepulveda – Sulle orme di Fitzcarraldo in “Le rose di Atacama”).

Fitzcarraldo non  ha visto niente di tutto questo.

Accecato dalla sua avidità incarna ancora oggi perfettamente tutto il dramma dell’uomo occidentale.

vedi anche:

AMAZZONIA: QUEL PROGETTO ILLEGALE DI ESTRAZIONE GAS NELLA RISERVA NATURALE DEL MANU’

 

 

 

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VERDEFRUTTO

In principio furono i “Pomodori verdi fritti” (alla fermata del treno) poi venne “Il tempo delle mele”.

Sarà, ma i frutti quando hanno la buccia verde trasmettono quel senso di asprezza,  di acerbità, di non maturazione.

Non sempre è così,  ovviamente, a cominciare da alcune varietà di mele (come le renette e altre).

Ma l’elenco dei frutti verdi è più lungo di quello che si pensa. Proverò a fare solo qualche esempio a partire da questo.

Sembrano palline da tennis vero?

Noce americano

La somiglianza con le palline da tennis c’è tutta. Non credo però che Mc Enroe le abbia usate anche perchè sono molto dure (e poi non rimbalzano).

La buccia verde si chiama mallo e nasconde la polpa che avvolge la noce. Infatti si tratta di un noce americano il Noce nero (Juglans nigra).

Le “palline da tennis verdi” sono durissime e durissima è anche la noce, finemente zigrinata a proteggere il seme (gheriglio).

Presente da noi dalla metà del XVIII secolo ha perso subito interesse come legno per mobili ed è possibile trovarlo nei parchi urbani come albero ornamentale o altrove rinselvatichito. E’ un bell’albero ma ha un difetto: le radici contengono una sostanza tossica che impedisce alle altre piante di crescere.

La noce è commestibile ma provate a rompere il guscio se ci riuscite

altre info su: http://www.floraitaliae.actaplantarum.org/viewtopic.php?t=33269

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Diospiros digyna

Passiamo a qualcosa di più morbido (a maturazione) ovvero a un Kaki ma particolare, infatti la sua polpa è nera.

Nera!?!  Sì, proprio nera, o blu-violetto  o giù di li….. Si chiama Black sapote  (nome scientifico Diospiros Dygina) e la sua polpa, quando è ben maturo, ha il sapore del cioccolato.

Un’alternativa interessante da spalmare sul pane.

Cresce in America Centrale, Florida, Hawaii e Filippine.

In Italia è stata iniziata la coltivazione in Sicilia.

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Dalle noci ai Kaki alle….. fragole

Annona Cherimola

Ditemi se anche a voi questo frutto non ricorda una fragola verde.

Si chiama Annona Cherimola.

Originaria degli altipiani del Perù ed Ecuador, è una piccola pianta che  non supera in genere i 7 metri di altezza e ama i climi tropicali  ma non le gelate.

Ha una polpa bianca dolce-acidula che avvolge i semi neri e duri dai quali è possibile separarla con facilità.

Anche questa pianta, mi dicono, viene coltivata in Italia in provincia di Reggio Calabria.

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Torniamo alle noci?  Sì dai, prima di parlare di altri frutti più strani.

E’ la volta del noce bianco americano o Pecan.

Qui la somiglianza del frutto, se proprio vogliamo vederla è con una palla medica, di quelle pesanti pesanti che ti facevano usare a scuola durante l’ora di educazione fisica.

Noce bianco americano (Pecan)

Ampiamente coltivato anche in Europa, assomiglia molto come foglie al noce nostrano (Juglans regia) e le sue noci sono altrettanto gustose. Peccato che  il noce Pecan (Carya ovata)  produca i primi frutti solo dopo 15 anni.

Ma se avete pazienza….

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Ok, siete pronti?

Allora vi propongo quest’altro frutto tondeggiante ma molto rugoso che di nome fa Maclura pomifera (già, i pomi non li avevamo ancora citati).

Maclura pomifera

Anche lei arriva dall’America e si è naturalizzata in Europa da circa 200 anni, ma i suoi frutti purtroppo non sono commestibili. In Europa ha trovato impiego nelle siepi perchè  i suoi rami sono dotati di lunghe spine così viene chiamata anche “Melo da siepi”.  L’altro suo nome comune è “Legno d’arco”  con riferimento all’uso che ne facevano i nativi americani.

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Dall’America all’Asia per incontrare un’altro strano frutto verde  che questa volta assimileremo a una zucca.

Si tratta della Garcinia cambogia ( Garcinia Gummi-Gutta) Facile indovinarne l’origine.

La sua zona di distribuzione è il sud-est asiatico (Indonesia, Cambogia, Birmania i paesi dove è maggiormente coltivata).

Ha assunto una certa popolarità in Europa come ingrediente degli integratori per le diete dimagranti.

Infatti è nota anche come “Malabar tamarindo” e se tagliato in sezione il frutto assomiglia agli agrumi.

La parte usata nei preparati dimagranti è la bruccia grattuggiata contenente “acido idrossitocitrico”.

Gli esperti sono però prudenti nel riconoscere l’effettiva validità di questi preparati.

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Ovviamente i frutti con la buccia verde sono molti di più. Mi vengono in mente cosi, al volo, il Mapo (Mandarino-pompelmo) l’Avocado e il Lime ma voglio chiudere con un omaggio all’eleganza della “Ghianda di Giove” ovvero Juglans regia

Juglans regia

VENERE ALLO SPECCHIO

Legousia speculum-veneris

Me ne vado per le strade di campagna in questo che è il tempo delle messi  (da non intendersi come sorelle del calciatore del Barcellona) tra campi di segale e frumento.

Non sono venuto a cercarla ma so che qui la incontrerò.

E infatti tra il viottole erboso e la fitta muraglia di steli e spighe, in quel territorio che non è più campo ma non è ancora strada eccola lì, con la sua corolla rotonda viola intenso.

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Lo sapevate che Venere aveva uno specchio?

Io, no, non lo sapevo.   E poi che cosa se ne fa Venere di uno specchio? Non ha certo bisogno di conferme (specchio specchio delle mie brame…)

Anche Botticelli si è dimenticato di dipingerla con uno specchio in mano mentre esce dalla conchiglia nel suo famoso quadro “La nascita di Venere”. Poteva sempre aggiungerlo Marcel Dichamp, in fondo se ha dipinto i baffi alla Gioconda, cosa gli costava fare anche questa piccola aggiunta?


Legouz de Garland è un botanico e aristocratico francese che nel 1773 in piena stagione dell’illuminismo fonda il giardino botanico a Digione.

Perchè l’Accademia di quella città abbia voluto associare questo fiore a questo studioso non si sa;  nessuno ci aveva ancora pensato?  Come la chiamavano prima:  Ehi tu?

Sta di fatto che tra il sig. Legouz e uno specchio che Venere non ha mai avuto si costruisce una identità, un nome e cognome a questa pianta della famiglia delle campanulacee: Legousia speculum-veneris intendendo con ciò una pianta annuale (che si propaga per seme ogni anno, mentre la pianta dell’anno prima muore)  che da sempre nell’area mediterranea cresce nei campi di cereali e per la moderna agricoltura è una pianta infestante da combattere con i pesticidi.

Per questo non è data proprio in pericolo di estinzione ma in fase di “arretramento”.

Certo non è arretrato, non ha avuto paura Dominique Chaix, parroco di Baux quando ha caldeggiato all’Accademia quel nome così aristocratico, sicuramente meno generico del “campanula speculum-veneris” dato da Linneo (ecco come la chiamavano prima!)  più elegante dell’appellativo volgare di Specularia.

Baux è una località della bassa Provenza dove è nata la leggenda del   “signore di Baux” quello che ha costruito la sua casa, anzi un castello, sui sassi  (come dice la canzone di Angelo Branduardi) per poi scomparire misteriosamente in una sola notte..

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Botticelli che dipinge una Venere senza specchio, Lionel Messi che dribla centinaia di steli di grano e poi non trova la porta,  Branduardi che scrive una canzone su una delle più potenti famiglie provenzali e un parroco di un piccolo paese che ostinatamente vuole ricordare il suo amico botanico…

un’umile pianta dai fiori viola che si porta dietro tutta queste storie eppure vive leggera… anche perchè non lo sa.

DALLO STAGNO ALLE STELLE

Costellazione dello scorpione

Acque torbide e cieli limpidi, oppure sotto i sassi  o anfratti caldi e umidi.

Tutti posti dove possiamo trovarlo… o temerlo.

Il veleno è nella coda ma sono le sue zampe anteriori a forma di tenaglia il principale pericolo per le sue prede.

Stiamo parlando dello scorpione… degli scorpioni.

Lasciando perdere gli scorpioni africani, quelli dal veleno mortale e che hanno creato una fama sinistra a questo animale, possiamo trovare in Italia diversi tipi di scorpione.

Partiamo appunto dalle acque torbide degli stagni e delle paludi e qui troviamo un insetto dal corpo scuro lungo 1-2 cm con le caratteristiche tenaglie (che gli scienziati chiamano pedipalpi). Facile allora chiamarlo “scorpione d’acqua“.

Ma gli amici lo chiamano Nepa. Si proprio così lo chiamano:

– Ehi Nepa !!

Scorpione d’acqua (Nepa cinerea)

E’ un animale carnivoro che si nutre di molluschi, crostacei, piccoli pesci e anche larve di zanzare. Altra sua caratteristica è il “sifone respiratorio”, una specie di coda nella parte terminale dell’addome, che tiene fuori acqua  quando deve fare scorta di ossigeno, un po’ come i fuggitivi che si nascondono nelle paludi respirando con la cannuccia…

Altro fatto notevole: se lo stagno dovesse prosciugarsi o il cibo diventare scarso la nostra Nepa cinerea, non esita a volare via in cerca di un altro habitat favorevole.

E’ velenoso? No, ma la sua puntura un po’ di fastidio lo dà.

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Lo scorpione di terra,  (Euscorpius italicus) si insomma quello classico, con la coda che si arriccia, quello che a noi fa tanta paura e che invece ha più timore lui di incontrarci, il veleno lui ce l’ha.

La sua puntura però ha in genere meno effetti di quella di un’ape.

Scorpione italiano (Euscorpius italicus)

Se vi punge però è perchè ve lo siete proprio andati a cercare,  gli avete dato la caccia testardamente sotto rocce di montagna o dei muretti a secco, avete cercato di stanarlo dalle tubature della doccia fino a provare a pestarlo a piedi nudi.

Lo scorpione, perfino lui, non è aggressivo se non viene disturbato, la puntura con il veleno è un’arma di difesa. Caccia con le tenaglie anteriori, di solito un pasto gli basta una settimana ma può stare a digiuno anche per lunghi periodi .

In Italia sono presenti 7 specie di scorpioni tutti del genere Euscorpius. Recentemente se n’è aggiunta un’altra, uno scorpione spagnolo (Buthus occitanus) di colore giallo (amarillo) leggermente più pericoloso  perchè la sua puntura può provocare febbre alta.

Altre info su http://www.lucianoschiazza.it/documenti/Scorpioni.html

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E’ notte, lo scorpione, nel senso dell’Euscorpius italicus, esce furtivamente dal suo nascondiglio per cercare da mangiare ed ecco che incontra un altro scorpione, lassù, in cielo.

E’ una costellazione dello zodiaco che al 45° parallelo nord compare nei mesi estivi bassa sull’orizzonte.  Si trova tra la costellazione del sagittario e della bilancia. ma anche vicino al lupo e al serpente

La sua stella più luminosa è la rossa Antares (in arabo Calbalacrab),  Stella di magnitudo 1,07 e sedicesima stella più luminosa della volta celeste.

Chi per primo ha “visto” la forma di uno scorpione in questo gruppo di stelle?  Gli Egizi?  i Fenici? i Babilonesi?…

Non si sa con certezza, ma anche i greci contribuirono in seguito dando alle costellazioni i nomi di molti dei loro miti

https://www.astronomia.com/2012/07/23/atlantide-e-lorigine-delle-costellazioni/

Quanto al sole, ama transitare dalle parti dello scorpione più o meno tra il 23 ottobre e il 22 novembre.

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– Ehi Nepa, non dirci che sei nato sotto il segno dello scorpione.. ahahah !!  (bullismo di animali senza cellulare)

– No, ma se chiamo il mio amico “Buthus il giallo”,  ve lo faccio dire da lui…  paura eh ?

… storie di scorpioni neri, gialli, rossi, come Antares la gigante rossa della costellazione

Scorpioni d’acqua, di terra, di cielo…

AURORA AL CAMPO DEI FIORI

Aurora dal Campo dei Fiori – Foto Andrea Vallini

No, non fatevi ingannare dalla foto,  anche se l’ho messa lì apposta per confondervi.

L’aurora di cui voglio parlarvi è un’altra cosa.

E’ qualcosa con le ali che quando vola non fa rumore, ma non è un aliante, pure se quassù e facile incontrarne.

E’ un paio d’ali screziate bianche e nere,  venate di verde; sono due macchie arancio che volano e quando le vedi volare capisci che sono di un maschio di una farfalle che si chiama Aurora (nome scientifico: Anthocharis cardamines)

Anthocharis cardamines (male)

– Ah ci siamo arrivati finalmente!  direte voi. – Quanto ancora volevi tenerci sulle spine?

Mah, più che sulle spine volevo tenervi occupati ad ammirare la foto dell’arco alpino baciato dai primi raggio del sole (presa in prestito)  intanto che pensavo come continuare.

Intanto che andavo a cercare i fiori di cui si nutre questa farfalla.

Mi dicono che il bruco si nutre, cresce e si sviluppa fino alla fase della crisalide su diverse specie di piante della famiglia delle Crucifere ovvero brassicacee tra cui l’Alliaria petiolata, la Lunaria annua e la Cardamine pratensis (da cui il nome della farfalla).

E’ una farfalla di piccole dimensioni 3,5- 4,5 cm di apertura alare, con una sola generazione primaverile; è diffusa in tutta Europa tranne che nelle regioni scandinave (Lì hanno già il sole di mezzanotte e quindi non serve).

Frequenta diversi ambienti: prati e pascoli, margini dei boschi, rive dei fiumi, radure fino ad una altitudine di 1700 metri,  quindi è facile vederla… quando uscite al mattino dalla discoteca.

No, scherzo, a quell’ora lei, la Anthocharis cardamines dorme ancora con le ali chiuse tra i fiori del cerfoglio dove si nasconde molto bene.

Anthocharis cardamines (female)

La femmina nella pagina superiore è bianca e nera, assomiglia molto a una cavolaia (sono cugine) e in ogni caso è molto mimetica.

Mi sfugge il motivo della vistosità del maschio. Eppure deve proprio essere quel colore ha farla identificare con il sorgere del sole.

Ecco, so che non ci crederete ma io ho visto davvero una Aurora al Campo dei fiori.

Invece l’Aurora dell’Etna mi manca.

Aurora dell’Etna (Anthocharis damone)

 

 

BALLERINE E UOMINI APPESI

Aceras antrhropophorum – foto Emanuele Amatori

E pensare che non siamo neanche in un night club.

E neppure in una corte del potente di turno, che lì l’accoppiata era  “nani e ballerine“.

Però l’idea di assimilarle a ballerine che danzano attorno a un palo non è così azzardata.

Per gli uomini appesi (homme pendu) ovveo impiccati,  invece bisogna chiedere ai francesi.

E’ una questione di differenze culturali, è ovvio, se si chiamano con nomi diversi una stessa orchidea, in questo caso la Aceras Anthropophorum.

Aceras anthropophorum

Ma si sa, le orchidee amano camuffarsi, assomigliare alle api, ai bombi, qualcuna a piccole mani, altre a uomini nudi ecc…

Lei invece, la nostra Aceras Anthropophorum , ovvero ballerina,   pur così particolare non è troppo appariscente;  il colore giallo paglierino si confonde con i chiaroscuri del bosco con le erbe dei prati magri dove invece spiccano altre orchidee come la Orchis purpurea con la quale spesso si ibrida.

Orchis purpurea

Ed è così che l’ho scoperta mentre ammiravo la sua più vistosa cugina.

Le foglie ovali lanceolate solo riunite in una rosetta attaccata al terreno (come tipico delle orchidee) e il fusto può crescere dai 15 ai 40 cm.

E’ una pianta perenne che fiorisce da aprile a giugno in tutta Italia escluse Val D’Aosta, Trentino e Friuli,  su terreni prevalentemente calcarei fino ad una altezza di 1.400/1600  m. s.l.m. (inutile dire che è una pianta protetta e che è assolutamente vietato raccoglierla).

E’ una piante mediterranea e la sua diffusione corrisponde all’area dell’olivo.

Ma allora nel nord Europa non la fanno la “Pole dance”?  Solo da noi le ballerine possono prendere gli uomini per la cravatta  e portarli…. dove?

Non voglio fare illazioni o creare collegamenti che non esistono. Anthropophorum  (riferito alla nostra ballerina Aceras) significa che porta gli uomini, se poi gli uomini si ritrovano nudi o appesi (Homme pendu) non possono prendersela che con sè stessi.

 

 

UNA STORIA SCHICK

Tussilago Farfara

… Almeno per me lo è.

Arriva da un libro che si chiama FLORA FERROVIARIA pubblicato per la prima volta nel 1980  e sentite cosa racconta:

Nel 1980 un botanico svizzero, Ernesto Schick, decide di studiare le erbe che si trovano nei sedimi ferroviari del Ticino, in particolare nella stazione internazionale di Chiasso. Analizzando i binari, le traversine, le massicciate, i canali laterali, le porzioni di terreno racchiuse tra una linea ferroviaria e l’altra, tutti i luoghi che sono prossimi al passaggio dei vagoni,

Schick censisce 763 specie vegetali diverse, che costituiscono un quarto dell’intera flora svizzera; tra queste il 20% appartiene a specie in via di estinzione. Una biodiversità davvero incredibile. Molte sono terofite: fuggite da orti botanici, giardini, campi coltivati, sono arrivate sin lì inattese. Sono i treni ad averle trasportate, spesso da luoghi molto lontani. Basta un convoglio merci carico di sacchi di semi, e qualche lontano cereale giunge in quelle zone; quindi da qui si trasferisce lungo quegli interminabili interstizi, che sono le linee ferroviarie. Schick registra piante provenienti dal Sudafrica e da altri luoghi lontani, e provvede a descriverle attraverso disegni dettagliati.

Equiseto – fusti sterili

Pubblicato una prima volta nel 1980, il volume, che raccoglie il catalogo ragionato delle erbe con gli schizzi e gli acquerelli del botanico, è tornato in circolazione con il titolo di Flora ferroviaria (Edizione Florette e Humboldt Books) due anni fa, piccolo e prezioso volume. Il primo ritratto di queste erbe vagabonde, registrate da Schick, è dedicato all’Equisetum Arvense della famiglia delle equisetacee, dalla forma a lancia e con uno sviluppo a setole laterali lungo lo stelo, cui segue la Tussilago Farfara, vegetale pioniere, dalla forma di fiore giallo nella corolla, che colonizza le zone vergini, e si trova per lo più nelle cave, lungo frane e scoscendimenti.

Calystegia sepium

Poi ci sono “le aggressive”, come le definisce l’autore: la Calystegia Sepium, rampicante dal fiore bianco e dallo stelo verde e sottile, che si abbarbica ovunque, strisciando lontano dalla sua prima radice.

O quelle che definisce “le attraenti”, come il Papaver Dubium, dal meraviglioso fiore rosso o l’Iris Pseudacorus, giallo e slanciato….

Iris pseudacorus

Continua a leggere su:

http://www.doppiozero.com/materiali/piante-ed-erbe-viaggiatrici

(grazie a Namo per la segnalazione)