RONDINI IN PISCINA

Inizierò con una banalità.

In molti già da tempo si stanno chiedendo dove sono finite le rondini.

E’ vero ce ne sono sempre meno, colpa dell’urbanizzazione e dei pesticidi (dicono).

Però l’altro giorno ho fatto una scoperta sconvolgente: le rondini non sono sparite, non si vedono in giro perché sono andate tutte in piscina  (e hanno pure ragione:  con questo caldo !!!)

Certo a loro non serve il bikini e neanche il costume intero, non serve la cuffietta, figurarsi le ciabattine.  Dell’asciugamano non sanno che farsene e neanche dell’istruttore di nuoto.

Infatti non esiste uno stile “rondine” , le rondini non nuotano contrariamente ai delfini che nuotano a stile delfino e alle rane che nuotano a stile rana,

( E lo stile farfalla? Chissà le farfalle come hanno fatto a imparare a nuotare).

Eccole lì allora le rondini, a bordo piscina o più classicamente sul filo.

Ma la piscina dov’è?

La piscina è un prato, sono tanti prati, inondati dall’acqua delle roggia di irrigazione;  arriva da lontano, scorre veloce dentro ai canaletti secondari, si tuffa dentro ai tombini che passano sotto la strada di campagna, riemerge dalla parte opposta gorgogliando e cerca la prima chiusa che le permette di uscire, di scavalcare la soglia di pietra e spandersi lentamente tra i fili d’erba.

Eccola allora la piscina, un velo d’acqua di pochi centimetri dove è impossibile annegare (a meno di essere una lucertola imprudente) uno specchio liquido che riflette l’azzurro del cielo.

E allora le rondini a turno si lanciano in voli radenti, volteggiano come un tuffatore olimpionico, catturano a bocca aperta ignari moscerini e poi tornano sul filo.

Dicono che con la diminuzione degli allevamenti e delle stalle, i prati stabili, le marcite,  compensano in parte la diminuzione degli insetti di cui le rondini si cibano.

Certo nei paraggi ci deve essere anche una abitazione rurale, una cascina, un cascinale o anche una villa,  meglio se con piscina.

 

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TIPI DA SPIAGGIA

La “signorina pancia piatta” sta bevendo una bibita con la cannuccia seduta sotto l’ombrellone.

Poco più in là la “signorina vitino da vespa “sta sorseggiando una bibita che un bambino ha fatto cadere sulla sabbia, anzi no è un gelato liquefatto con conseguente pianto del bimbo e disappunto della madre che deve smettere di fare le parole crociate.

Mister bicipite tatuato” sta ascoltando con le cuffiette il suo cantante preferito nascosto dietro gli occhiali a specchio e la sua canottiera stile baywatch.

La signorina Ant invece sta facendo colazione con le briciole cadute dal panino del signor Mappamondo che è venuto a fare vedere a quanti centimetri di distanza si trova il suo ombelico dal baricentro.

La “signora protezione25” è appena scesa dalla “spider” gialla mentre un’altra spider, gialla e nera,  che di nome fa Argiope bruennichi, sta tessendo la sua tela in attesa di qualche moscone (sa bene lei che fine fargli fare).

Ma ecco scende la notte e si scatena la discoteca sulla spiaggia, quale occasione migliore per incontrare la Falena del Pancrazio?  Attenzione lei è Brithys non british quindi è inutile che le parliate in inglese.

Tra le dune e i falò c’è tutta una vita che si muove silenziosa, che aspetta che gli ultimi tiratardi si siano ritirati per incominciare ad arrotolare palle di sterco (per esempio)  come lo scarabeo stercorario.

Scarabeo stercorario

E intanto che aspettiamo che quelli che sono andati a letto al mattino si facciano rivedere in spiaggia al pomeriggio con ancora gli occhi assonnati, noi che siamo più sportivi ci possiamo divertire con il beach volley, le racchette, il volano…

Possiamo fare una corsa sulla spiaggia con la Cicindela  formosa… solo che vince sempre lei.  (No, non va così veloce per non scottarsi i piedi sulla sabbia rovente ma per catturare  le sue prede).

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Ma dov’è finito Pancrazio?

Se ne sta là, in spiaggia con i piedi sotto la sabbia. La cosa strana è che rimane sempre bianco anche con tutto il sole che prende.

Parcratium maritimum L. – Giglio di mare

Sta parlando con Soldanella, le sta chiedendo: “Ma quest’anno non vengono le sue amiche Euphorbia e Ruchetta?  No la Calcatreppola lascia stare, non è che mi sta tanto simpatica”.

Infatti  la Calcatreppola è una tipa che non ha peli sulla lingua (e neanche altrove), in qualunque spiaggia vai la trovi, ma in fondo non fa male a nessuno con i suoi fiori azzurri che sembrano orecchini.

State attenti piuttosto al Lappolone (Xanthium italicum),  quello vi si appiccica dietro e non riuscite più a togliervelo di dosso.

Lappolone – Xanthium italicum

Per i più curiosi:

http://www.legambientepaestum.it/io_vivo_sulla_duna.html

https://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=31729

L’UOMO CHE FERMO’ IL DESERTO

Sahel in Burkina Faso (foto Michele Dotti)

Sapevo vagamente dove fosse il Burkina Faso  fino a quando non ho incontrato Soumaila un Burkinabè che vive da anni in Italia con la sua famiglia.

Ex colonia francese dell’Alto Volta  questa terra dell’Africa occidentale senza sbocco al mare è compresa nella fascia del Sahel minacciata dall’avanzamento del deserto del Sahara.

E’ stato Soumaila a parlarmi della “Vitellaria paradoxa“,  pianta tipica che cresce in tutto il Sahel da cui si ricava il burro di Karitè,  e chissà se a contribuire alla ricrescita di questa pianta è stato anche Yacouba Sawadogo: l’uomo che fermò il deserto.

Yacouba Sawadogo

La storia è lunga e inizia negli anni ’70  quando questo contadino cocciuto e paziente (Yacouba non ricorda un po’ Giacobbe?) recupera una vecchia tecnica colturale  africana: lo “zai”, che consiste nello scavare buche nel terreno e riempirle di sterco e resti vegetali così da fermare l’umidità delle poche piogge che cadono nel Sahel.

Semi di piante spinose rivestiti di sterco e per questo non appetibili ad uccelli o insetti, germogliano e aiutano a trattenere l’umidità, arrivano poi le termiti che scavano cunicoli nel terreno, contribuiscono a rendere il terreno più soffice e lavorabile, adatto ad accogliere altri semi e piante che sviluppandosi trattengono la sabbia del deserto, foglie che si decompongono e creano nuovo humus….

Qualcuno ha detto che questa storia ricorda molto da vicino quella di Elzéard Bouffier, l’uomo che piantava gli alberi, nell’Alta Provenza francese, migliaia e migliaia di ghiande di quercia che negli anni hanno creato una foresta, modificato il microclima di quella zona.

Certo bisogna essere un po’ pazzi, essere disposti ad essere considerati dei pazzi, e magari anche ad essere ostacolati, perseguitati come pare sia successo al nostro Yacouba.

Anche se è  diventato una celebrità e invitato a  conferenze e convegni  deve ancora lottare con il governo del suo paese che ha confiscato parte dei boschi da lui creati per un nuovo progetto di urbanizzazione.

Alcuni anni fa  è stato girato un documentario che racconta questa storia.

Purtroppo per noi, per molti, non c’è troppo da vantarsi,  se un umile contadino semi-analfabeta, è riuscito a fare questo basandosi su tradizioni e conoscenze empiriche,  ma il suo è un esempio ormai seguito da molti.

Tra questi l’agronomo  Venanzio Vallerani che ha studiato una tecnica di aratura a mezzaluna per produrre con l’aratro delle buche simili a quelle di Yacouba  e questo sistema è stato applicato in Burkina Faso e in altre regioni dall’Associazione svizzera “Deserto Verde”.

Un altro progetto è quello della muraglia verde del Sahel

qui i dettagli: http://www.corriere.it/ambiente/14_marzo_27/senegal-muraglia-verde-dove-c-era-deserto-211e1752-b5bc-11e3-88c9-f5f1afba752a.shtml

Ma insomma, ritornando a noi e alla siccità in Italia di questi mesi e alle estati sempre più calde, forse bisognerà cambiare qualcosa nelle tecniche di coltivazione  per far fronte all’avanzante deserto o tra qualche anno anche nella nostra penisola ci ritroveremo a crescere le piante del Sahel  A parte il Baobab o l’albero del Karitè, piante come il Nerè ( Parkia biglobosa) l’Acacia Seyal, l’Acacia mellifera o il Neem (Azadirachta indica).

Belle vero?  Ma ve ne parlerò più diffusamente una prossima volta.

VIA DELLA CICORIA AZZURRA

Può un’umile pianta dare un  nome a una strada?

Di solito sono gli alberi ad avere questo onore: Viale dei Tigli, dei Platani, delle Querce….  è vero esiste anche la Via dei Ciclamini (e una canzone del 1971 di Orietta Berti)

Nessuno però mi risulta ha ancora avuto il coraggio di chiamare una strada Via della cicoria.

E invece sì. Nel 2010 il Comune di Perugia ha avuto la brillante idea di intitolare le strade laterali del Borghetto con il nome di ortaggi tipo Via del Carciofo, Via della Cicoria, Via della Bietola e perfino Via del Finocchio con immediate proteste dei residenti.

Non so come sia finita la vicenda.

Nei tempi antichi i toponimi (i nomi dei luoghi) si formavano piano piano, per consuetudine e non per decreto amministrativo,  per la comodità di identificare un luogo  sia che fosse una quercia, un pozzo, un mulino, un campo.

Già, Via del Campo ma quale campo? Uno è sicuramente quello di Genova dove c’era una puttana, occhi grandi, color di foglia (Come cantava De Andrè).

Ma chissà quante altre Vie del Campo ci sono in Italia (e nel mondo) non per forza nel senso di De Andrè ma perchè queste strade conducevano dall’abitato nei campi.

Ed è proprio una di queste che mi capita di percorrere oggi, una strada anonima, che potrebbe essere ovunque ma che per me ha un significato speciale;

E’ una strada che assomiglia molto a quella che percorrevo con mio nonno quando mi portava con lui in campagna.

La strada si chiamava Via Minzana e minzana, ho scoperto dopo, è un recipiente di terracotta per trasportare l’acqua in campagna e dissetare di contadini.

Adesso quello che resta di questa strada di campagna è insidiato dai capannoni, è sfiorato dalla ferrovia ma c’è un angolo che oggi mi ha stupito ed è la fioritura della cicoria, una fioritura compatta, di un azzurro cielo a fare da spartitraffico alle due tracce dove un tempo passavano i carretti (in gergo: carreggiate).

Glielo vogliamo dare il nome a questa strada?

E’ un nome privato, che vale solo per me, perchè anche quando ci passerò in altre stagioni nella mia testa la ricorderà come la

STRADA DELLA CICORIA AZZURRA

ONTANO IL NAPOLETANO

Ontano napoletano

Qualcuno narra, ma forse è un apocrifo, che Garibaldi quella volta dopo essere stato ferito ad una gamba e aver chiamato per nome tutti i 999 garibaldini compreso Nino Bixio, giunto a Teano guardò lontano per vedere se scorgeva un omino buffo con i baffi in sella a un cavallo (un piemontese) e invece scorse un napoletano.

Normale no?  La zona è quella;  che cosa c’è di strano. Si va beh Teano è in provincia di Caserta, ma stiamo a spaccare il capello?  Sempre in zona borbonica siamo e poi i napoletani erano e sono dappertutto.

Lui però non tanto; l’ontano, voglio dire, infatti l’ontano napoletano è una pianta endemica del sud Italia, perciò Garibaldi, eroe dei due mondi ancora non l’aveva incontrato.


Giro a destra dopo la Dogana sulla stradina che corre sul ciglio della valle e conduce alla chiesetta della Maggia ed ecco che giunto sulla esse del belvedere della Bocca di Pavia anche io faccio un po’ come Garibaldi (No, l’omino buffo in sella ad un cavallo non c’entra, anche se da qui il Piemonte è più vicino, basta attraversare il fiume)

No, lo stesso stupore di Garibaldi, ammesso che Garibaldi si sia stupito, è quello che mi coglie girandomi, scorgendo le sue foglie ovali e lucide, tronco gessato-grigio invaso dall’edera.

L’ontano napoletano (Alnus cordata) è una pianta monoica con fiori maschili e femminili sulla stessa pianta, similmente ai suoi parenti (ontano nero e verde) presenta lunghi amenti maschili e corti fiori femminili che si trasformeranno in una pignetta verde e nera a maturazione che aprendosi lascerà uscire i semi.

Diversamente dall’ontano nero (Alnus glutinosa), tipico del Nord Italia, può sopportare anche periodi di siccità abbastanza lunghi anche se necessita di una quantità di precipitazioni annue di almeno 1000 mm.

Cresce fino a quote collinari (1300 m. slm) associandosi spesso alle querce e ai faggi, ai castagni.

Al nord viene spesso utilizzato come pianta ornamentale ma la sua dote nascosta è quella di arricchire il terreno grazie alla presenza nelle sue radici di batteri che fissano l’azoto nel terreno.

E’ anche una pianta scarsamente infiammabile, cosa da tenere presente nelle riforestazioni dopo gli incendi (come quelli di questi giorni purtroppo).

Dal punto di vista simbolico (ma è solo una mia opinione,  non scandalizzatevi) l’ontano napoletano è una pianta tricolore, un artefice dell’unità d’Italia.

 

Ecco, mi ricordo che ne ho visto un’altro nei pressi di una vecchia stazione ferroviaria abbandonata.

….  Garibaldini tutti in carrozza?  Si parte!!

Destinazione?

Porta Pia.

MINU’ E LA GRANDE RUOTA

 

Il rumore alle mie spalle è troppo forte, è assordante… si avvicina.

Ho appena il tempo di buttarmi nel campo ai margini del viottolo polveroso ed ecco passare un macchinario enorme al traino di un trattore.

Abbasso la testa, tengo gli occhi chiusi, nascosta nell’erba, in attesa che il rumore cessi, diventi un rantolo lontano di temporale.

Guardo di nuovo il campo dove prima c’era una distesa di spighe colore dell’oro  e adesso solo corti mozziconi di paglia gialla  e poi…

Cosa sono quelle grandi ruote?

Sono lì in mezzo al campo in ordine sparso, sembrano pezzi smarriti di un grande ingranaggio, o pneumatici di un gigantesco fuoristrada; i lati delle ruote sono fatti di paglie, di quelli stessi steli che prima sostenevano le spighe ma… cosa gli hanno fatto, le hanno pressate, arrotolate, avvolte in una sottile pellicola  con delle righe azzurre.

Mi arrampico, cerco di arrampicarmi: chissà che vista c’è da lassù.

Arrivo a metà e poi scivolo, riprendo… il pomeriggio è ancora molto caldo ma devo farcela….lassù sembra di toccare il cielo…

Mi affaccio sul bordo della ruota, prudente però, non voglio cadere… appoggiati alla ruota, dalla parte dell’ombra vedo due cappelli, e sotto i cappelli tue teste, e sotto le teste quattro spalle, braccia, gambe e due schiene appoggiate alla paglia… sono due viandanti?  No, altri tempi quelli…

Allora sono due ragazzi che si stanno mangiando delle pesche appena rubate o sono due amanti… ma sì,  vedo anche una gonna a fiori….

 

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Devo andare adesso;  le mie compagne formiche mi chiamano:

– “Minù, sei diventata come la tua amica cicala?” –

Però come faccio a scendere?  il nastrino azzurro è scivoloso….    Aiutooooo !!

AZOTO FOSFORO E LENTICCHIE

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La ricetta è insolita, ammetto, niente a che vedere con quella classica che prevede il cotechino.  E’ insolita sì, ma ormai frequente, anche se non ho trovato in nessun blog di cucina come si fa a prepararla.

Va bene proverò a ricostruirla empiricamente.

Prima di tutto dovete procurarvi dell’acqua né troppo fredda, né troppo calda, diciamo tra i 20 e i 30 gradi (ah, l’acqua non deve essere gasata e neanche troppo agitata, diciamo che deve essere tranquilla, calma).

Aggiungete all’acqua un po’ di fosforo e di azoto (un bel po’; meglio abbondare che deficere per raggiungere più il fretta il risultato voluto).

E dove li andiamo a prendere?

La fonte più comoda sono i liquami degli allevamenti bovini e suini  ma anche alcuni fertilizzanti usati in agricoltura possono fare al caso nostro così come le acque in uscita dai depuratori.

Miscelate il tutto avvalendovi come contenitore di un fosso di irrigazione, di un canale di scolo, di uno stagno e poi lasciate che il vento porti lieviti, spore, cianobatteri che sviluppandosi faranno da brodo di cottura ovvero concime per i semi di Lemna minor L.   ovvero lenticchie d’acqua.

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L’effetto che si otterrà in breve è un tappeto verde brillante, simile a quello di un campo di calcio fatto di migliaia, milioni di lenticelle “appoggiate”fitte fitte sulla superficie dell’acqua così da nascondercela; ogni piccola lente grande pochi millimetri è dotata di una radice propria che succhia i nitrati e i nitriti (non quelli dei cavalli) dall’acqua come si fa con la cannuccia da un cocktail.

In questo senso possiamo considerarla anche come una pianta che depura le acque eutrofizzate.

Eutrofizzazione è una parola che vuol dire “ben nutrito” ovvero ricco di nutrienti ma che in questo caso ha assunto una valenza negativa.

Succede quando le sostanze nutritive in eccesso diventano inquinanti, alterano cioè l’equilibrio naturale di un corpo d’acqua.

Alghe unicellulari, fitoplancton, benton, fanno parte di quegli organismi invisibili a occhio nudo ma che rappresentano il primo anello di una catena alimentare destinata a modificarsi profondamente in conseguenza della presenza eccessiva di nutrienti come appunto il fosforo e l’azoto e i loro composti.

Il rapido e abnorme sviluppo e l’altrettanto rapida morte delle alghe e degli altri organismi vegetali, fanno diminuire l’ossigeno disciolto nell’acqua con la conseguente scomparsa di pesci e molluschi.

Allora mi dispiace, niente caciucco !