NOTIZIE DAL MONTE DELL’ARCA

 

I monti dell’ Ararat, quelli dove secondo la tradizione biblica (e non solo) si incagliò l’arca di Noè dopo il diluvio universale, sono una catena di antichi vulcani  il più alto dei quali misura 5.165 m. slm

I  vulcani sono  situati tra le regioni dell’Agri e dell’Agdir al confine tra Turchia, Armenia e Iran.

Oggi in territorio turco  l’Ararat ha però fatto parte storicamente dell’Armenia, è considerato una montagna sacra e infatti il suo nome in armeno significa “luogo creato da dio” mentre in turco è “la montagna del dolore”.

Noè quella volta, prima del diluvio universale,  fece salire sull’arca tutte le specie animali a coppie; nulla si dice, o almeno io non lo ricordo, delle specie vegetali.

Tom duBois – The promise

Eppure qualcosa deve essere successo se da quel monte dell’antica Armenia arrivano diverse piante che portano (più o meno a ragione) il nome di quella terra.

Gli indizi sono il nome specifico di “armeniaca”, “armeniacus” o “armeniacum”.

Così abbiamo ad esempio il “rubus armeniacus”, il “muscari armeniacum” il “papaver armeniacum” fino ad arrivare alla “Paphiopedilum armeneniacum” (una piccola orchidea cinese dai fiori gialli)

Nei funghi invece  l’attributo “armeniacum” in genere significa color aranciato, simile all’albicocca. (es Xerocomus armeniacum).

Ecco siamo arrivati alla pianta che più di tutte è diventata vessillo della regione attorno al monte Ararat.

L’albicocco infatti viene chiamato dagli scienziati “Prunus armeniaca” perchè si ritiene che sia originario dell’Armenia  anche se alcuni studiosi affermano che arrivi da molto più lontano (la Cina). Gli antichi romani lo introdussero in Italia e Grecia. Gli arabi contribuirono a diffonderlo in tutto il bacino del Mediterraneo con il nome di “Al barquq”.

Le piante abbiamo visto, hanno diversi modi per diffondersi, il vento, l’acqua, gli uccelli, i mammiferi… e anche gli uomini.

Un altro caso interessante è quello del Melograno. Chiamato dagli antichi romani “Malus punica” perchè diffuso dai Fenici nei dintorni di Cartagine, ha poi preso il nome di Punica granatum.  In realtà la pianta è presente fin dall’antichità in tutta l’asia sud occidentale dal Caucaso all’Hymalaia.

Un’altra origine del nome, dicono altri, si deve sempre al latino “puniceus” che significa purpureo, scarlatto,  con riferimento al colore del frutto ma in particolar modo dei fiori e dei semi.

IL melograno è la pianta simbolo dell’Armenia e paradossalmente non si chiama Armeniaca ma Punica cioè Cartaginese.

Ma si trovava in quella regione anche prima del “Diluvio universale”?

Alcuni indizi sembrano darne conferma  infatti il melograno (e non la mela di Biancaneve) è il frutto proibito del Paradiso terrestre, segno che  è già conosciuto sin dall’inizio dei tempi.

Ma come ha fatto a salvarsi dalle acque allora?

Non ho una risposta a questa domanda, non l’ho cercata ancora abbastanza, ovvero, un’indizio è la colomba che Noè manda in esplorazione quando finisce di piovere e lei torna con un rametto d’ulivo…

Nel frattempo però ci sono studiosi che ispirandosi a Noè e alla sua Arca stanno compiendo un’opera immensa.

A Spitsbergen su un’isola delle Svalbard in Norvegia infatti all’interno di una montagna dal 2008 è stata creata una “cassaforte” per i semi dei tre milioni di specie vegetali presenti sulla terra o per meglio dire un “frigorifero” infatti la temperatura di conservazione è di -20 gradi.

Il suo ideatore è Cary Fowler scienziato della biodiversità e ambientalista.

E’ l’Arca di Noè delle piante che vuole metterle al riparo da catastrofi naturali o causate dall’uomo,  un’iniziativa di grande valore e lungimiranza.

Certo che Spitsbergen non avrà mai il fascino del monte Ararat.

 

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SILVESTRO E IL LECCA LECCA

Forse non l’avrei mai notato se a inizio primavera anche io non fossi stato alle prese con potature di ritorno, guyot, mazzetti di maggio, gemme da fiore e da legno.

Silvestro ovvero Pinus sylvestris ha incontrato un barbiere particolarmente energico, uno che forse ha conosciuto Salvador Dalì.

Cosa c’entra adesso questo maestro della pittura surrealista?

E’ un giro un po’ lungo ma ci possiamo arrivare.

Innanzitutto partiamo da un’altro tipo di arte ovvero l’arte topiaria  (traquilli, i topi non c’entrano) ovvero quella particolare tecnica di potare le piante per modellarle secondo forme particolari che possono anche ricordare animali, figure umane o forme geometriche.

Tutti tagli innaturali comunque, chè la pianta lasciata libera prenderebbe ben altra forma.

L’origine della parola “topiaria” è greca e deriva da “topia” che significa cordicella, fune utilizzata per legare le piante, o da “topos” ovvero paesaggio.
La parola “topia” viene poi usata nella sua forma latina “topiarius” ad indicare il pittore che dipingeva paessagi, e successivamente il giardiniere che si occupava della potatura e del mantenimeto dei grandi giardini ornamentali.
Nel medioevo l’arte topiaria si manifesta con le piante sempreverdi formate a piramide, a cono, cilindro, siepe, ecc… Nel giardino di qualche villa storica si trova il labirinto, uno dei più noti esempi di arte e rompicapo ornamentale. (da http://www.romitiegiusti.it)

Però questo barbiere/giardiniere/potatore conosce anche i lecca lecca infatti ha potato il nostro amico Silvestro come un Chupa Chups ovvero una caramella col bastoncino.

Fondata a Barcellona nel 1958 da Enric Bernat, l’azienda dolciaria si inventa questo prodotto per impedire ai bambini di farsi le mani appiccicose scartando le caramelle e lo lancia con il motto “E’ rotondo e dura molto”.  Tra l’altro  “chupar” in spagnolo significa “succhiare”.   Una caramella da succhiare a lungo senza sporcarsi le mani.

Però ci voleva anche un logo. E qui entra in scena Salvador Dalì che evidentemente conosceva Enric Bernat.

Narrano le cronache che  il nostro artista  seduto in un bar all’ aperto, un giorno del 1969 scarabocchiò furiosamente sulle pagine di un giornale e, nel giro di un’ora, era nato il famoso logo margherita.

Ecco.

Speriamo che al nostro giardiniere non venga in mente di potare qualche altra pianta a forma di orologi molli.

 

BECCO DI GRU E MANI DI FORBICE

Cicutaria – becco di gru

Sulle prime il suo nome “Erodium cicutarium” non evoca sensazioni positive.

Ma, tranquilli, Erode  non c’entra nulla;  la cicuta qualcosa ma è più una questione estetica.

Del resto come potrebbe essere cattivo un fiore così bello nella sua semplicità così come sanno esserlo tutti i gerani selvatici.

Il colore rosa ce lo fa associare a molte altre specie spontanee ma la sua caratteristica principale, oltre alle foglie molto seghettate (simili alla cicuta) e generalmente prostrate, ovvero attaccate generalmente a terra, sono i frutti, questi sì dall’aspetto un po’ aggressivo, sempre che sia aggressivo il becco di una gru.

Sono i frutti allora che gli hanno fatto guadagnare il suo nome popolare.

E’ un geranio da strada,  infatti preferisce gli incolti e i margini stradali, un po’ come un suo parente stretto, il Geranio molle, fiore dello stesso colore ma foglie  rotonde, reniformi, frutti con becco meno pronunciato.

Roberta invece preferisce i boschi, i terreni soffici e ombreggiati.  Il suo geranio (Geranium robertiamum o Erba Roberta) viene anche detto “cicuta rossa” perchè le sue foglie sono molto simili alla cicuta e ha gli steli rossi.

Basta; non voglio annoiarvi oltre; però un ultima specie di geranio selvatico ve la voglio presentare.

L’ho conosciuto anche io qualche anno fa sullo spartitraffico di una strada a scorrimento veloce nell’Hinterland milanese  (non chiedetemi cosa ci facevo lì).

“Piacere, sono un Erodium Malacoides,  –  mi dice – e la mia particolarità è che ho le foglie simili alla malva.

Anche lui, come tutti gli altri gerani qui citati ha dei frutti che “sputano” o “sparano” a maturità i semi tutti attorno come un piccolo cannone.

Ma l’accostamento più antico, l’avrete capito è con il  becco della  gru; uno più moderno, mi permetto di suggerire, è quello con le dita di  “Edward mani di forbice”.

Sforbiciando allora dai dizionari apprendo:

erodium = in greco  “airone”

geranium  dal greco  “geranòs” che significa gru

pelargonio, dal greco perlargòs che significa cicogna

cicutarium:  dal latino, significa simile alla cicuta (per la forma delle foglie)

malacoides: dal greco malache = malva, per la somiglianza delle foglie.

LIBANO E CILIEGIE

 

Se c’è una pianta che ci ricorda il Libano questa è il cedro. Ovvio in questo scorcio di secolo il Libano ci porta alla mente altri fatti, Beirut, i palestinesi di Arafat, gli Hezbollah, i profughi siriani…

Il nostro cedro insomma non se la passa molto bene.

Ma c’è un’altra pianta, anche lei emigrata da molto tempo, che, si dice, provenga dal Libano, anche se a molti questo fatto è sconosciuto, ed è un ciliegio.

Pare infatti che nell’antichità ci fosse una città nel Libano di nome Mahaleb e da qui arriverebbe questa pianta che gli scienziati chiamano Prunus Mahaleb e tutti gli altri  Ciliegio canino o anche Ciliegio di S. Lucia.

Prunus Mahaleb

I suoi fiori bianchi, i rami spinosi, lo fanno confondere spesso con il Prunus Spinosa che ha in genere però fiori più piccoli e un portamento arbustivo  o con il Prunus cerasifera  (Mirabolano o ciliegio-susino o Amolo) con rami privi di spine.

Anche il Prunus cerasifera arriva da quelle zone (Anatolia, Asia occidentale, bacino del Mar Nero) ma si è per così dire “occidentalizzato” : si è tinto i capelli (le foglie) di rosso (viola nella varietà “nigra”) e i suoi fiori rosa lo hanno fatto diventare un ciliegio ornamentale molto utilizzato nei viali cittadini.

Prunus pissardii

Ha pure cambiato nome sulla carta di identità tanto che si fa chiamare Prunus Pissardii.

Ma quando è nato il Prunus Pissardii (varietà del Cerasifera o Mirabolano).   Certamente non è antico come il Mahaleb, è stato creato dopo vari incroci.

Ma soprattutto chi è Pissardii?

E’ un botanico, un alchimista, un aviatore?

O è forse anche lui(lei) un’antica città, magari del Libano?