GINESTRA E I CARBONAI

Che la ginestra, questa ginestra (Cytisus scoparius) avesse a che fare con i carbonai (antico mestiere ormai in estinzione) era abbastanza noto.

Ma la ginestra in un modo o nell’altro può essere collegata anche ai tintori di tessuti, ai poeti, pittori, banditi e perfino pizzaioli.

Non ci credete?

E allora partiamo da qui da un altopiano siciliano vicino a Palermo noto come Portella della ginestra:

Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell’entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Iato. Quasi duemila tra contadini e braccianti di una Sicilia povera e disperata si erano dati appuntamento sui prati a ottocento metri di quota per celebrare la festa dei lavoratori, ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all’aria aperta”  (da Storiain.net)

Portella della ginestra è il teatro di una strage ad opera della banda di Salvatore Giuliano che spararono sulla folla uccidendo 11 persone e ferendone una cinquantina. (Ginestre sporche di sangue)

Inutile dire che non si seppero mai i mandanti.

Su quell’episodio il pittore Renato Guttuso qualche hanno dopo realizzò un dipinto, una specie di Guernica nostrana.

Renato Guttuso – Portella della Ginestra

Ma saliamo un po’ lungo la penisola e dalla Sicilia arriviamo in Campania, ovvero sulle pendici del Vesuvio.  Terreno lavico dove prosperano le ginestre notate da Giacomo Leopardi che non potè fare a meno di dedicare loro una poesia carica di simbolismi e del celebre pessimismo  (ma forse è solo un nostro pregiudizio).

Ginestre sul Vesuvio

Perchè la ginestra con quel suo giallo carico e i suoi petali lucidi è l’immagine del sole e della gioia.

E quelle macchie di giallo oro nei boschi  ai bordi delle radure a volte si sporcavano di nero fumo, di fuliggine che usciva dalle cataste di legna messe a bruciare a fuoco lento dai carbonai.

E se la fuliggine non gli è rimasta appiccicata gli è rimasto però appiccicato il nome.

Ginestra dei carbonai ovvero Ciytisus scoparius è una leguminosa arbustiva  diffusa in tutta l’Europa occidentale dalla Scandinavia alla penisola iberica e può attecchire fino a 1800 mt, slm. In Italia stranamente non la troviamo nella regione Veneto.

Preferisce terreni silicei dove forma ampi cespugli molto ramificati; è  caratterizzata da foglioline pelose trilobate (un po’ come il trifoglio) e da rami glabri e sempreverdi ma il suo periodo di maggior splendore è ovviamente quello della fioritura tra maggio e giugno.

Qui, alcune foto recenti della brughiera di Gaggio dove è una delle tre specie guida assieme al brugo e alla molinia.

I rami flessibili e poco infiammabili venivano usati per fare scope  (ecco il perchè di “scoparius) ma anche per sigillare la cima delle cataste di legna e farla bruciare più lentamente.

Da 5 quintali di legna si ricavavano circa 100 Kg di carbone vegetale ovvero carbonella usata ancora oggi per i barbecue e dai pizzaioli.

Chi manca all’appello?

Ah si… i tintori.

Infatti  i fiori della Ginestra dei carbonai possono essere utilizzati anche per tingere i tessuti  anche se per questo uso è più utilizzata una sua cugina la Genista tinctoria.

Genista tinctoria
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E’ TUTTA QUESTIONE DI BRATTEE

Cornus florida

Che se non ce l’hai nessuno ti nota.

E’ come mettersi il mascara sulle ciglia e l’highliner sul bordo occhi.

Questo devono aver pensato queste piante del genere cornus.

Il corniolo nostrano ovvero Cornus mas ha fiori piccolissimi e gialli che spuntano molto presto quando ancora le piante tutto attorno nei boschi o nei parchi non hanno foglie ma agli osservatori più attenti non può sfuggire la nuvola gialla e leggera della sua chioma fiorita.

I suoi fiori però non hanno brattee.

Le brattee sono invece presenti in numerose altre specie di cornus come ad esempio il Cornus florida, un arbusto o piccolo albero originario dell’ America settentrionale dove fa parte della flora spontanea mentre  da noi è diventato una pianta ornamentale.

Si è acclimatato bene e lo troviamo fino a 1200 metri di altitudine.  Preferisce estati fresche e terreni acidi o sub-acidi e ha una crescita molto lenta (perfetto per i giardinieri pigri: dove lo mettiamo sta)

Le brattee, che sono poi false foglie  ovvero foglie “petalose” possono essere rosa, bianche o rosse e resistono sulla pianta a lungo; le foglie poi, quelle vere, in autunno di colorano di rosso (cosa possiamo volere di più?)

Se il “florida arriva da ovest”  da est invece ci arriva un altro corniolo:  il Cornus kousa.

Originario di Cina Giappone e Corea è stato importato negli U.S.A.  attorno al 1875 e gli americani ne hanno ricavato diversi ibridi prevalentemente con brattee di colore bianco panna e frutti che assomigliano nella forma ai Litchi.

Cornus Kousa
Cornus Kousa frutti

Simile per portamento e esigenze colturali al Cornus florida, il Kousa si distingue facilmente perchè ha le brattee a punta e non arrotondate come il cugino occidentale.

Cornus Kousa

Ma a questo punto qualcuno si chiederà: a cosa servono le brattee?

Beh, oltre a rallegrare i nostri occhi (e il cuore) hanno due funzioni principali:  quella di attirare gli insetti impollinatori e altre volte anche quella di proteggere il fiore come esempio nelle Aracee.

Gigaro – Arum italicum

Altri esempi celebri e forse inaspettati di fiori con falsi petali ovvero brattee sono  le ortensie, le bouganvilee, gli anthurium, le euphorbie tra le quali il caso più eclatante è quello della “Stella di Natale

ma anche la Davidia involucrata  o Albero dei fazzoletti… utile anche  se mai vi venisse da piangere.

Davidia involucrata

 

IL VIBURNO DI COPPI

L’ultima curva,  prima del cartello… quella  curva che dopo una decina di chilometri di dolce e tortuosa salita spalanca davanti ai tuoi occhi un pugno di case affacciate a mezzogiorno alle montagne dell’appennino ligure; lontano ancora, eppure presente, il richiamo del mare.

E’ vero;  ogni volta mi emoziono ma non posso farci niente…è così.

Il cartello dice:  CASTELLANIA (adesso Castellania Coppi)

Certo, bisogna salire fin qui non da turisti, percorrere i sentieri di questi colli  tortonesi che già guardano all’Emilia e all’Oltrepò Pavese senza fretta… terre bianche argillose, patria di vitigni come il Croatina e il Freisa.

Serntiero e roverelle

Ma dove la zappa del contadino esita la vegetazione spontanea riprende il sopravvento  guidata dalla roverella; allora è possibile incontrare boschetti di frassino, olmi, a volte boscaglie rade dove dominano gli arbusti (biancospino, rose canine, prugnoli e peri servatici… e il viburno).

Perchè ho scelto proprio lui per raccontare l’emozione di questo viaggio non lo so. I miei sono sempre incontri non programmati, come quando ho incontrato quassù le orchidee.

Lantana viburnum

Lui, il viburno (Lantana viburnum) è un arbusto tipico della fascia collinare sia alpina che appenninica. E’ un tipo che ha bisogno di luce e di terreni calcarei, infatti cresce ai margini dei boschi ma poi si allarga: è una di quelle piante capace di colonizzare i terreni nudi e in questo molto utile per rinsaldare il terreno e diminuire il rischio frane.

Le sue infiorescenze bianche ad ombrello profumano l’aria primaverile e attirano gli insetti, i frutti rossi e neri a maturazione ne fanno una pianta ornamentale anche in autunno (attenzione però, sono velenosi) le foglie  ovali e pelose profondamente incise, non si lasciano molto spostare dal vento come quelle dei pioppi poco sopra di lui e neanche dal vento della bici di Fausto, quando sfrecciava su queste strade, garzone di salumeria, ignaro ancora del suo destino.

E forse Coppi era ignaro anche di sfiorare nella sua corsa i viburni (o forse no, lui figlio di contadini).

Così io, lentamente, camminando su questi sentieri, faccio miei non solo i ricordi ma anche questi alberi, questa terra, questa atmosfera.

(Ah, ecco, il titolo è sbagliato.  Il viburno non è di Coppi:  è il mio.)

ALLA FACCIA DELLA TIMIDEZZA

No, stavolta non ci sto.

Non è possibile che un animale così timido ed elusivo sia diventato così confidente, anzi incurante…

Quando una gallinella d’acqua esce dalle canne invece di entrarci e inizia a zampettare nel prato ai bordi dello stagno capisci che qualcosa non va.

Ma poi pensi:  “Per forza, siamo al Parco Sempione di Milano, a due passi dal Castello sforzesco e cosa doveva fare questo povero animale?”

La gallinella d’acqua (Gallinula chloropus) è un uccello della famiglia dei rallidi che come dice il nome vive ai bordi stagni, laghi, rogge e fossati con acque che scorrono lentamente e ricchi di vegetazione che gli serve da riparo e per costruire il nido.

E’ presente in quasi tutto il mondo eccetto che in Australia e in Italia è stanziale.  E’una specie onnivora nel senso che si nutre sia di piccoli pesci, insetti, molluschi, sia di germogli vegetali. 

E’ riconoscibilissima per il becco giallo e la placca frontale rossa che la distinguono nettamente dalla sua cugina folaga (anche lei della famiglia dei rallidi).

E’ un’abile nuotatrice ma pessima volatrice (come la altre galline del resto). Nel suo habitat  è molto timida e appena si sente in pericolo corre letteralmente zampettando sull’acqua a rifugiarsi tra le canne ed emette un caratteristico verso che permette tra l’altro di  rilevarne la presenza anche se è nascosta.

E invece questa gallinella milanese non scappa, non si nasconde.

Certo, lei non ti cerca come fanno le anitre, i cigni, ingozzati dai visitatori e ormai caricature di sè stessi.

Lei semplicemente ti ignora, non dipende da te ma neanche ti teme.

Certo fa impressione vedere i suoi pulcini  tutti neri aggirarsi tra i fusti di giaggiolo e il noce del caucaso, scivolare per un attimo sotto il sambuco nato forse per caso e lasciato crescere lì, lui plebeo vicino ai nobili cipressi calvi.

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Quanta gente è passata di qui oggi? così tanta che anche noi  non ci facciamo più caso, come due innamorati poco più in là, su una panchina, che si baciano.

NESSUN UOMO E’ UN POMODORO…

… da scartare.

E’ strano.  E’ da molto che non presento nuovi libri in questo blog (anche perchè non ho molto tempo per leggere, ultimamente) eppure questo lo voglio proporre così, a caldo, pur senza averlo letto.

Ha qualcosa a che fare con l’elogio della pazzia ma anche con lelogio delle erbe vagabonde, selvatiche, per qualcuno inutili.

POMODORI DA SCARTARE è la storia di un uomo vissuto per molti anni in un istituto psichiatrico e adesso che non ci sono più (almeno come li conoscevamo prima della Legge Basaglia) lavora in una cooperativa agricola dove coltiva pomodori ed è così bravo che riconosce a colpo d’occhio quali sono i pomodori acerbi, maturi e da scartare.  (si direbbe quasi un esperimento di orto-terapia)

L’incontro con una bambina, la figlia del proprietario, gli dà l’occasione per parlare di sè incontrando fiducia e non pregiudizio.

Perchè nessun uomo in fondo è un pomodoro da scartare, ognuno pur nella diversità ha qualcosa che lo rende unico, con le sue fragilità ma anche con tutte le sue capacità e per questo degno di rispetto, titolare del diritto ad avere una vita felice  (sembra quasi la dichiarazione dell’indipendenza americana).

Anche io allora non resisto dal fare citazioni celebri come questa:

Franca Ongaro, moglie di Franco Basaglia, scrisse all’indomani del varo della legge 180: «Non si è stabilito che il disagio psichico non esiste, ma si è stabilito che in Italia non si dovrà rispondere mai più al disagio psichico con l’internamento e la segregazione».

Come saranno i pomodori di Ennio, il protagonista della nostra storia? Saranno lisci e tondi o a pera, saranno ciliegini o a cuore di bue?

Beh, se vi dico troppo anche voi dopo finisce che non leggete il libro.

Aggiungo solo una frase dal libro, un piccolo estratto:

«E quando si arrampicava sul fico, atterrando un attimo dopo nel cespuglio, era per cercare di volare. Però io adesso ho capito il motivo: lui voleva solo uscire dalla nebbia»

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POMODORI DA SCARTARE  scritto da Valentina De Pasca e illustrato da Brunella Baldi.

Edizioni Gruppo Abele – Maggio 2019

 

 

LE EUPHORBIE NON FINISCONO MAI

Euphorbia delle faggete

Come gli esami di Eduardo.

Nel senso che sono talmente di tante specie di che ogni tanto mi capita di incontrarne qualcuna che dal vivo non avevo mai osservato.

E’ il caso di questa Euphorbia Amygdaloides ovvero Euphorbia delle  faggete.

Non solo faggi ma boschi di latifoglie in genere e talvolta anche aghifoglie sono i suoi ambienti preferiti, meglio se in collina in terreni calcarei.

Euphorbia amygdaloides

Cosa l’accomuna e cosa la distingue da altre euphorbie?

Beh, la particolarità delle Euphorbie è la loro infiorescenza chiamata ciazio, che non ha petali e calice e che di solito si compone di 4 o 5 fiori riuniti in ombrelle.

Come la maggior parte delle euforbie , contiene un lattice biancastro molto tossico e caustico, in grado di causare forti irritazioni della bocca e dell’apparato digerente gastro-intestinale se ingerito).

La Euphorbia dei faggi è Amygdaloides perchè le sue foglie assomigliano a quelle del mandorlo (Amygdala)….

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Ma ecco che poco più in là, in una radura compare un’altra euphorbia, meno slanciata dell’elegante abitatrice dei faggeti, anzi quasi strisciante a formare un piccolo cespuglio.

I fiori sono più piccoli ma in tutto simili nella struttura a molte altre euphorbie. Quello che adesso non si vede e che gli dà il nome è il frutto.

Euphorbia verrucosa

Infatti questa è una Euphorbia verrucosa chiamata così perchè i frutti non sono lisci o tondi come la maggior parte delle sue sorelle ma presentano una serie di piccoli bozzi che ne increspano la superficie, come delle verruche.

 

Anche lei ha una vera passione per il calcio (ovvero per il carbonato di calcio) e per i terreni calcarei tant’è che il suo nome scientifico  è : Euphorbia brittingeri (Opiz ex Samp) che detto così parrebbe il nome di un calciatore che ha militato nella Sampdoria  assieme a Mancini e Vialli.

Certo è una bella partita tra “Euforbio”,chirurgo di corte del re Giuba del regno della Mauritania   e  il dottor Euphorbos,  medico  greco del 1° secolo avanti Cristo che per primo utilizzò questa pianta  in medicina: le varie fonti non dicono chi ha vinto.

In ogni caso spero  con queste notizie di avervi “ben nutrito” (da “eu” bene  e “phorbe” nutrimento:  tutto torna).