LA MERLA, I CAMINI E IL CODIROSSO

Camini che fumano – Walter Girolamo Codato

I camini fumano; ho provato a dirgli di smettere ma loro continuano imperterriti.  Non è servita neanche la carbon tax.

I camini fumano anzi fumano le canne, quelle che bisogna periodicamente ripulire, scrostare;  ma a questo, ovvio, ci pensano gli spazzacamini che, come dice la canzone di Mary Poppins, sono allegri e felici e senza pensieri.

Certo prima di dargli un bacio bisogna rispettare i loro turni di lavoro, o prima che inizino o dopo una bella doccia.

Ma dove sono finiti  gli spazzacamini? Si sono rifugiati tutti a S. Maria Maggiore? (dove ogni anno si incontrano per un raduno internazionale)

E la merla?

Pensate se non avesse fatto così freddo in quei tre giorni del 29-30 e 31 gennaio…  se dai camini non fosse uscita la fuliggine, oggi avremmo tutti merli bianchi. (qui la favola)

E spazzacamini disoccupati.

Ma c’è uno spazzacamino che per fortuna non si sta estinguendo.

E’ un uccellino della taglia di un passero che vive sulle montagne ma che d’inverno si sposta a quote più basse fino alle città, vicino alle abitazioni, in cerca di cibo.  (abitualmente mangia  insetti in estate, piccoli frutti e bacche in inverno)

Codirosso spazzacamino (m)

E lo riconosci subito questo spazzacamino non solo per la faccia nera (non per la fuliggine)  ma anche per la coda rosso/arancio (ebbene sì, chi rosso ha il petto e chi la coda).

E allora è venuto spontaneo chiamare questo uccelletto Codirosso spazzacamino  (il nome scientifico: Phoenicurus ochruros   è un po’ più difficile e meno evocativo).

La femmina assomiglia al maschio solo per la coda rossa e per il resto il suo piumaggio è  tra il grigio e il bruno oliva (è lei che cova e un abito mimetico è certo un buon espediente contro i predatori).

Codirosso spazzacamino (f)

Il codirosso spazzacamino è una specie protetta così come dovrebbero esserlo i nostri carissimi amici  pulitori di canne fumarie anche se ci auguriamo che con l’avvento delle energie pulite i camini non fumino più veleni.

PESCA COL CORMORANO

Non sono un grande esperto di pesca, neanche di quelle di beneficenza, credo di aver preso la lenza in mano una sola volta in tutta la mia vita  in un laghetto di pesca sportiva.

Allora perdonerete se questo articolo sarà punteggiato qua e là di luoghi comuni.

Io sapevo della pesca con la mosca o di quella col verme (vieni a pescare con noi…) ma di quella con il cormorano ancora non sapevo nulla.

E c’è da dire che il cormorano non si limita solo a farti compagnia mentre peschi, ma ha una parte attiva anche perchè è un formidabile pescatore.

Diciamo che la pesca con il cormorano assomiglia un po’ alla caccia con il cane da riporto, o alla falconeria.

Ma come fanno i marinai… anzi i pescatori a evitare che il cormorano appollaiato sulla loro barca in attesa che i pesci vengano attirati dalle lampade nella notte, come fanno, dicevamo, ad evitare che il nostro cormorano si ingoi subitaneamente il pesce appena catturato?

Di aprirlo in due per tirare fuori il pesce non se ne parla nemmeno.

E allora?

I nostri valenti e furbi pescatori legano una cordicella attorno al collo del volatile per impedire che possa ingurgitare i pesci più grossi (gli altri ovviamente il cormorano se li pappa: è una specie di accordo commerciale;  a me i pesci grandi, a te i pesci piccoli).

Peccato o per fortuna,  questa alleanza tra uomo e uccello praticata largamente fin da tempi molto antichi nelle acque del sud-est asiatico  ma anche nell’antica Grecia, si è ridotta ad una attrazione per turisti.

Una forma di spettacolo non prevista dalla SIAE.

Per saperne di più: PESCA UKAI CON IL CORMORANO

AFRICA, GIAPPONE E OMBRE CINESI

 

La fantasia è importante,  anche se non è al potere.  E’ qualcosa che  apparentemente di allontana dalla realtà e invece è proprio il contrario.  A volte ti aiuta a comprenderla meglio.

Così accade che in una passeggiata nei boschi  si facciano incontri che ti portano molto lontano da dove sei in quel momento…

Parcheggiata l’auto nel piazzale di una vecchia trattoria con vista sul ponte canale di una centrale idroelettica, ci inerpichiamo per pochi ripidi tornanti fin sull’altopianto di villette con giardino dove Camelie e Gelsomini di S. Giuseppe regalano un tocco di colore…

siamo ancora in Europa,  ma per poco, ancora.

Eccoci già in discesa verso l’ansa del fiume che conosciamo bene con i suoi ghiaioni immensi, oggi un po’ meno estesi perchè il fiume, anche se la piena sta diminuendo è ancora molto ricco di acque.

La foschia leggera regala quadri ottocenteschi.

Le foglie per terra ci guidano come una mappa botanica  al riconoscimento di alberi altrimenti senza nome.

Terra, acqua, alberi e sassi, qualche cormorano appoggiato a una secca del fiume che scende sinuoso in piccole rapide scintillanti di luce.

Ecco, la luce sfiora le querce dai tronchi contorti, cresciute sui sassi di questo “dosso”, per un momento, senza prevederlo, siamo quasi trasportati in Africa ai bordi del deserto  dove ogni essere vegetale (e animale) deve aggrapparsi con tenacia al poco che trova per sopravvivere.

Ma non è finita qui, perchè basta girare lo sguardo da un’altra parte che subito ti sembra di essere in Giappone,  con quel suo senso estetico così riconoscibile  ed elegante  e quasi dimentichi che quei ghirigori nel cielo sono umili frutti seccati su una pianta di orniello (anche lui contorto ma bello esteticamente secondo certi canoni).

Orniello, frutti

No, però a noi non basta, camminiamo sul sentiero ondeggiante che la piena  ha riempito di sabbia, sabbia finissima, impalpabile, più fine di quella marina.

Il sole ormai tramonta,  allunga le ombre, anche le nostre così non resistiamo…

Ci avevano distratto è vero, i voli frenetici dei codibugnoli, i fusti dritti e argentei dei bagolari, i loro rami spogli, palestra di parkour per questi uccelletti  ma poi tornando con gli occhi a terra,  eccoci qui con le nostre ombre proiettate sulla strada, sul muretto di sassi che tiene a bada la collina:

un selfie di ombre cinesi.