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BLU GIAPPONE

Che i giapponesi abbiano una particolare sensibilità per la bellezza non lo scopriamo certo oggi.

La festa della fioritura dei ciliegi è un evento che ormai attira persone da tutto il mondo.  Semmai i giapponesi sono i primi che hanno inaugurato questa moda del turismo floreale.

Moda per noi occidentali mentre per loro è sicuramente molto altro;  fa parte di una cultura diversa dalla nostra, evidentemente.

Quelle che invece non avevo mai considerato è la preferenza dei giapponesi per il monocromatismo.  Distese immense di fiori tutti dello stesso colore come ad esempio questo all‘Hitachi Seaside Park dove ogni anno vengono seminati 35 mila metri quadrati di questa piantina annuale di origine americana chiamata Nemophila blu.

Una pianta molto rustica alta al massimo 20 cm e dal portamento strisciante, molto adatta per le bordure e per tappezzare vaste aree come in questo caso. Sua parente stretta è la Nemophila maculata  con fiori bianchi macchiati di viola.

Nemophila maculata

Entrambe appartengono alla famiglia delle Hydrophyllaceae, una famiglia vicina a quella delle Boraginaceae.  Ma a me questi fiori ricordano molto quelli della Veronica persica comunemente conosciuta come “occhi della madonna”.

In realtà anche noi possiamo vantare esempi di monocromatismo come ad esempio i campi di lavanda in Provenza o quelli di colza in Italia ma generalmente non sono legati al turismo floreale  (in Provenza ormai sì) o non solo a quello perchè le coltivazioni suddette hanno anche un utilizzo pratico.

Aprile – campo di colza

Il turismo floreale in Europa è stato legato (ed è ancora)  al concetto di biodiversità, e di esoticità.

Giardini all’Italiana, labirinti vegetali, giardini all’inglese che molti nobili britannici hanno creato e lasciato in eredità al nostro paese… i giardini vaticani…  campi di tulipani in Olanda.

E allora:  natura gratis o con biglietto d’ingresso?

Dipende se siamo ancora capaci ancora di stupirci come Monet davanti a un campo di papaveri.

Monet – papaveri – 1873

 

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MOLTO LATTE PER… SCHIAPPARELLI

Polygala Chamaebuxus

Latte, molto latte.

E’ quello che le mucche produrrebbero mangiando questa pianta che infatti di nome fa Polygala (molto latte) e di cognome Falso bosso ovvero Polygala chamaebuxus.

Certo è una pianta strana; assomiglia a molte altre ma quando vedi il fiore non puoi sbagliare: è lei.

Se una certa confusione può generarsi è perchè le sue foglie sempreverdi assomigliano a quelle del bosso, in questo caso un bosso strisciante.

Altro elemento che trae in inganno un osservatore distratto è la sua diffusione negli stessi ambienti dove cresce il rododendro.

Ma già che ci siamo vogliamo considerare anche le somiglianze con l’uva ursina o con il mirtillo rosso?

Eh già, orsi che si svegliano in primavera e si cibano di bacche succulente, mucche che pascolano in alpeggi e gonfiano le mammelle del prezioso liquido bianco… e noi, che siamo venuti quassù per un giorno soltanto, a guardare le nuvole e gli alianti e la pianura lontana e che restiamo incantati da questo strano fiore… bicolore.

Un fiore fatto di labbra ed elmi un po’ come le ginestre o le bocche di leone o certe orchidee… labbra gonfie anche senza botulino.

Anzi no, se vogliamo usare il vocabolario degli scienziati dobbiamo parlare di ali e carena  e zigomi (insomma ognuno usa termini  diversi secondo i propri riferimenti culturali).

I riferimenti geografici e ambientali ci dicono invece che questa pianta è presente su tutto l’arco alpino dai 300 fino ai 2.400 metri di altitudine  su terreni calcarei ai confini del bosco, su prati magri o pendii rocciosi.  Più rara invece sull’appennino settentrionale.

Non qui, dove forma ampie macchie di arbusti striscianti, a due passi dall’osservatorio astronomico Schiapparelli al Campo dei Fiori di Varese

CICERCHIA… TROVA

Cicerchia primaticcia

Incominciamo da lei… anche perchè in effetti è la prima.

Devo dire però che non l’ho cercata.

L’ho trovata al Campo dei Fiori sopra Varese: si chiama Cicerchia primaticcia. (Lathyrus vernus)

La sua bellezza è il fiore, un fiore di pisello che però ha sfumature di violetto, indaco, ciclamino, rosso porpora…

E’ primaticcia perchè fiorisce molto presto, già a marzo nelle zone esposte al sole come qui sul Campo dei Fiori,  in questa strana primavera.

Valcuvia dal Campo dei Fiori

Ma di cicerchie ce ne sono molte altre, sono leguminose erbacee e “selvatiche” tranne alcuni rari casi, che io spesso ho incontrato senza sapere che erano loro.

E allora adesso, con questa nuova consapevolezza, vado a ritroso, nel mio archivio fotografico  e qualcosa ho trovato.

Lathyrus tuberosus

Questa, rintracciata sull’appennino emiliano, è probabilmente una Cicerchia tuberosa (Lathyrus tuberosus L.) peccato che non mi è venuto in mente di verificare.. e non l’ho fatto neanche una volta successiva, sui colli tortonesi.

Appennino Emiliano
Appennino Emiliano
Colli tortonesi
Lathyrus tuberosus

Va beh, semplicemente non lo sapevo che le cicerchie possono essere tuberose e non sapevo neanche che possono essere angolose, articolate, pallide, bastarde  oltre che pannoniche, venete, filiformi, montane, palustri…

Tra tutte però mi manca (chissà se la troverò?) la graziosa “Cicerchiella(Lathyrus cicera)

Una cicerchia antica e molto comune che è tornata recentemente agli onori della cronaca,  è la  Cicerchia sativa .

Classificata nei legumi da granella come le lenticchie ha però semi più grandi e dalla forma irregolare e, inutile dirlo sta avendo notevole successo come cibo alternativo.   Un revival, piuttosto, visto che in passato era molto usata a scopo alimentare.

Lathyrus sativus

E’ una pianta molto rustica, che cresce anche in terreni molto magri e sassosi  (i suoi semi, forse per simpatia, assomigliano a dei sassolini) e ha una produzione superiore a quella delle lenticchie.

E’ però un seme, il suo, che contiene un aminoacido velenoso e quindi se consumata in grande quantità può danneggiare il sistema nervoso centrale  (sia uomini che animali). Questa sindrome veniva chiamata latirismo.

Ma le cicerchie non finiscono certo qui.

Infatti fanno parte di questa famiglia anche i ceci (chiamati dagli scienziati Cicer arietinum) una pianta oggi presente solo se coltivata, che come certi animali ha perso la sua selvatichezza.

Di questa pianta conosciamo ormai solo le confezioni in sacchetti trasparenti nei supermercati.

Ma ci saranno ancora in giro delle piante di ceci sfuggite alla cattività delle coltivazioni?

Vado a “cicerchiarle”.

 

 

 

 

MANDORLI AI COLLI

 

No, non siamo in Sicilia e neanche in Siria o Mesopotamia,  eppure anche qui sui Colli Euganei il mandorlo ha funzionato da sentinella della Primavera con la sua fioritura precoce ed effimera.

Mandorlo amaro o dolce?  (Amygdalus communis o Prunus dulcis?) a Guscio tenero, duro, semiduro?  Tutte domande per le quali bisognerà aspettare l’autunno, intanto, è l’occhio che gode di questi fiori rosa  che non saranno famosi come quelli di pesco di Battisti/Mogol ma che possono darci qualche indizio rispetto alla varietà.

Ne esistono tantissime, dalle siciliane “Pizzuta d’Avola” e “Fascineddu”  alle pugliesi  “Tuono” e “Genco”   fino alle più moderne “Ferragnes” (ogni assonanza con le fashion blogger è puramente casuale) oppure Jordanolo e Supernova.

E ancora:  uso terapeutico o alimentare  (o cosmetico)?

Entrambi perchè dalle mandorle si può ricavare un olio, un latte e perfino un pasta per dolci usatissima in pasticceria.

Bene lo sanno Hansel e Gretel che non sarebbero caduti nella trappola della strega cattiva se la sua casa non fosse stata di marzapane.

Mandorli al monte Fasolo – Foto Zattin

 

Per chi vuole approfondire:

http://www.verdeinsiemeweb.com/2012/02/fiori-di-mandorlo-presagio-di-primavera.html

IL SEME PIU’ ANTICO DEL MONDO

 

Beh, se non proprio, poco ci manca.

Infatti pare che in Giappone furono rinvenuti dei semi di Loto (conosciuti anche come Phool Makhana) più vecchi di mille anni.

E il bello è che piantati questi semi germogliarono (dopo tutto questo tempo) dando vita a nuove piante.

il Loto o Nelumbo nucifera è una pianta acquatica originaria dell’Asia minore ma coltivata oggi principalmente in Cina, Corea, Giappone, Russia, India dove ha significati simbolici e religiosi di  purezza e vitalità. (E’ un fiore sacro)

Nelumbo lutea

Da noi, nei nostri specchi d’acqua lacustre è invece una infestante da tenere bene sotto controllo se non vogliamo che colonizzi tutto lo spazio togliendolo alle altre piante acquatiche.

Del Loto apprezziamo il fiore bianco e rosa e i tappeti estesi che formano le sue foglie rotonde sul pelo dell’acqua (mentre le radici se ne stanno ben aggrappate al fondo) Ma molto apprezzate sono anche le proprietà medicinali.

I fiori sono impiegati per infusi rilassanti e per preparare oli essenziali, le radici rinforzano il sistema immunitario e hanno proprietà antiossidanti,  i semi sono antinfiammatori e digestivi.

Ma l’altra cosa notevole è che tutte le parti della pianta vengono utilizzate in cucina: fiori, foglie, rizomi e anche i semi.

Ma, dove stanno i semi del loto?

Avete a casa un annaffiatoio?  Sì, quello che serve per dar da bere ai fiori.

Guardate bene il suo imbuto, quello dal quale escono i getti di acqua che cadranno sulle vostre piante;

Ecco, se andate in autunno/inverno in riva a un lago o a uno stagno non vedrete più fiori ma questi strani oggetti a forma di imbuto che non sono altro che il frutto della pianta di Loto.

Ne raccolgo alcuni ormai seccati, che da verde sono diventati marrone e li scuoto leggermente. I semi all’interno risuonano come nelle “maracas”. Sono semi marroncini dalle insospettabili virtù:

Contengono infatti proteine, magnesio, potassio, amido, fibre, ma anche minerali come zinco, ferro, calcio, fosforo…

Allora adesso ho davanti due possibilità:  o li mangio o li conservo per i posteri.

Va beh, qualcuno lo mangio crudo,  qualcuno lo cucino bollito in acqua, altri li preparo secondo la tradizione cinese: caramellati o preparo una pasta per farcire i dolci.

Saranno contenti i miei reni, la mia milza e il mio cuore.

Ma qualcuno lo voglio conservare e ci metto pure la data  2019.

Magari tra mille anni qualcuno li ritroverà, sempre se nel frattempo non saremo riusciti a distruggere la terra.

 

 

BACCHE BLU

Di che colore sono le bacche nel paese dei Puffi?

Lascio a voi immaginare,  ma non è difficile. Forse è più difficile capire esattamente cosa è una bacca ma anche qui rimediamo subito…

bacca s. f. [lat. baccabaca]. – 1. In botanica, frutto completamente carnoso, senza endocarpo legnoso, spesso di notevoli dimensioni, con un solo seme (per es., il dattero) o più semi (come il pomodoro); si differenzia dalla drupa, che è caratterizzata invece dall’endocarpo lignificato.   (da Enciclopedia Treccani on line)

La bacca blu più succulenta è sicuramente il mirtillo (Vaccinium myrtillus L. ) che cresce nei boschi di collina. Peccato che quando ci vado io i puffi sono già passati e non me ne lasciano neanche uno.

mirtillo nero
Fiori di mirtillo nero

Il mirtillo è diventato ormai un “superfood” per le sue decantate proprietà antiossidanti. Sarà per questo che i puffi hanno la pelle blu?

Dal mirtillo al mirto il passo è breve,  anzi no, perchè si cambia totalmente ambiente. Il Mirto è un arbusto tipico della macchia mediterranea… ma vuol dire anche Sardegna nell’immaginario collettivo, vuol dire anche liquore digestivo (da prendere anche nel caso questo articolo risultasse pesante).

Mirto

Se invece vogliamo brindare alla salute del grande puffo non ci resta che affidarci al Ginepro (Juniperus communis), albero o arbusto della famiglia dei cipressi che cresce bene in ambienti con poca disponibilità di acqua, quindi nella macchia mediterranea ma anche in montagna dove l’acqua ghiaccia per il freddo.

(Va bene, il Grande Puffo godrà del liquore fatto con le bacche blu del ginepro ma all’occasione potranno essergli utili anche in caso di infezione delle vie urinarie).

Juniperus communis

Nel paese dei puffi le bacche sono blu ma i fiori possono essere bianchi e rosa come quelli del Lauro Tino  o Lentaggine. Le foglie sono coriacee e sempreverdi, il portamento a cespuglio ma anche a piccolo albero e la pianta fiorisce tutto l’inverno portando allo stesso tempo i fiori riuniti in graziose ombrelline e i piccoli frutti blu metallico dalle estremità affusolate.

bacche di lauro tino
Fiori di Lauro tino

Ma le bacche più blu di tutte, più blu del blu, oserei dire, sono quelle del Mughetto giapponese (Ophiopogon japonicus) un’umile erba dalle foglie nastriformi e coriacee che si espande nel terreno grazie a gli stoloni delle sue radici e forma tappeti estesi (e come tappezzante viene infatti usata dai giardinieri) Se il fiore è una spighetta bianca e insignificante, le sue bacche blu sono davvero spettacolari.

bacche di mughetto giapponese

Abbiamo finito?

Di bacche blu ce ne sarebbero molte altre ma voglio concludere segnalando solo il Clerodendron trichotomum che al blu delle bacche aggiunge il rosso dei calici che aperti a petalo fanno assomigliare il frutto a un fiore.

Clerodendron frutti

Ma anche i fiori bianchi e profumati di questo piccolo albero giapponese sono una piccola grande attrazione (anche per le api, va da sé).

Fiori Albero del destino

Il Clerodendron trichotomum è conosciuto anche come Albero del destino.

Kleros in greco è la fortuna,  dendron è l’albero;  e che nel proprio destino ci sia fortuna è un gran bell’augurio,  anche nel paese dei puffi.

ERBA CARDELLINA

Senecio vulgaris

IL senecio esiste.

Esiste in ogni stagione, a ogni latitudine così che non mi capacito del fatto che fino ad oggi non lo avevo considerato; neanche di striscio.

Forse perchè questo  Senecio comune, è così comune che siccome lo vedi sempre non ci fai caso e poi invece scopri che  è ben conosciuto e nominato in tutte (o quasi) le lingue del mondo.

Infatti, secondo il paese dove siamo possiamo chiamarlo Peleciosa, Erba calderugia, Old Man in the Spring, The common groundsel,  Séneçon vulgaire, Hierba cana, Tasneirinha, Gemeines Geiskraut e in Italia Senecio comune ma anche Erba Verzellina, Calderina, e infine Erba Cardellina.

Partiamo da senecium dal latino “vecchio” perchè la peluria  che circonda i semi forma un capolino candido e rotondo come la testa di un vecchio  (un uomo vecchio in primavera- Old man in the spring – come dicono gli inglesi).

Ecco sono nella campagna inglese e vedo un vecchio uomo che corre in primavera in stradine in mezzo ai campi  come nel video di “Nuvole rapide”  dei Subsonica.

Ecco sono a Lisbona e mentre mi fissa con quei suoi occhiali spessi da miope  sostiene Pereira che la Tasneirinha non va confusa con la Caipirinha (ah no, quello era Nino Frassica)  però, sostiene Pereira   che questa erba “puzza di morte”, infatti contiene un alcaloide in grado di avvelenare il fegato anche se in passato era usata come pianta medicinale.  In Portogallo il senecio vulgaris è conosciuto anche come “Cardo morto“.

E hanno ragione perchè si tratta di una pianta che appartiene alla famiglia delle Asteracee proprio come il cardo;   è una piante che fiorisce tutto l’anno da gennaio a dicembre,  da 0 a 1800 m s.l.m., in campi coltivati, incolti e bordi stradali.  E’ presente in tutta Italia.

I suoi fiori sono poco appariscenti, assomigliano quasi a dei portalampadina, ai dei mozziconi di sigaretta, ai gommini all’estremità delle matite…

Passo il confine ed eccomi a Santiago (de Compostela)  in Spagna. Non ho fatto il cammino nè so se mai lo farò ma qui troviamo un’altro cardo simile al “cardo morto” ovvero l’erba di S. Giacomo conosciuta anche come Jacobaea e “Cardo santo“. (A Madrid il senecio vulgaris invece si chiama Hierba cana).

A parte l’affinità botanica delle due piante anche gli appellativi sono in qualche modo legati, anzi, conseguenti perchè prima di essere “santi” quasi sempre bisogna essere “morti”.

Jacobaea vulgaris

Va bene; non so che aereo ho preso (o nave) ma improvvisamente mi trovo in Virginia, vedo le mucche che pascolano e ruminano  quest’erba che rende il loro latte velenoso.  Nell’800 qui  il latte contaminato dal Senecio vulgaris fece molte vittime tra cui la più illustre fu la madre del presidente Lincoln.

Perchè?

Bastava bere latte di capra e si evitavano questi guai, infatti capre e pecore possiedono batteri intestinali che eliminano gli alcaloidi che rendono tossica questo pianta.

Erba cardellina (Senecio vulgaris)

Lo stesso credo succede con i cardellini, anche a loro piace molto il Senecio vulgaris (a loro e ai verzellini) tanto che la pianta in Italia viene chiamata Erba Cardellina o Erba Verzellina.

Da dove arriva un altro appellativo del Senecio vulgaris ovvero Mangialebbra, ancora non ho capito ma…         vi tengo informati.