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QUANNO CHIOVE…

 

Prendo in prestito il titolo da una vecchia hit di Pino Daniele dalla soavità di quelle note, dove la pioggia diventa promessa di fecondità,  bliss, come hanno detto in un’altra canzone i Muse.

Però desso basta con la musica.

Piove.   E’ normale in questa stagione, finalmente qualcosa che avviene come ti aspetti, che i cambiamenti climatici non hanno ancora stravolto.

E se per noi la pioggia può essere amica o portatrice di disastri (frane, alluvioni) e così per le piante, come fanno i fiori quando piove?

I fiori senza dubbio preferiscono il sole, quando possono aprire le loro corolle e dispiegare tutta la loro bellezza (e profumo).

Peonia

Però i fiori quando piove non possono rifugiarsi in qualche nascondiglio come fanno gli animali, non possono neanche aprire l’ombrello (o forse si).

E allora?

Tutti i fiori sono in qualche modo foto-sensbili, percepiscono la variazione delle condizioni di luce,  poi ci sono quelli più mattinieri che si svegliano presto e a mezzogiorno già si chiudono (Barba di becco) o quelli che si aprono all’imbrunire (Bella di notte), ci sono quelli collaborano con i meteorologi  perchè prevedono l’arrivo del maltempo e si chiudono  i petali dello loro corolla  prima che arrivi la pioggia  (Carlina acaulis) ma moltissime specie hanno questo comportamento quando il tempo si fa nuvoloso e l’aria umida  (anemoni, margherite, tulipani).

 

Altri invece abbassano lo stelo e rivolgono la corolla verso il basso (eccolo l’ombrello naturale).

In entrambi i casi lo fanno per proteggere il cuore del fiore, dove stanno gli organi riproduttivi  e il polline)

Con i fiori a testa in giù i petali diventano scivoli per le gocce di pioggia che portano via polvere e piccoli insetti ma non con le rose che hanno questa capacità di trattenere la pioggia e la rugiada creando bellissimi effetti ma allo stesso tempo, essendo idrorepellenti, senza bagnarsi

Il comportamento più originale però è di questo fiore  il Diphylleia grayi  o fiore scheletro.

Questa pianta perenne cresce nelle zone umide sulle montagne più fredde di Giappone e Cina. Fiorisce da metà primavera fino a inizio estate e quando piove il fiore perde il suo colore bianco e diventa trasparente.

Diphylleia grayi (fiore scheletro)

La pioggia però non rovina il fiore che quando ritorna il sole riprende il suo colore.

Diphylleia grayi

Visto l’ambiente particolare in quale vive è una pianta endemica, che cresce cioè solo in un’area ben definita e circoscritta, una specie di “confinamento”  volontario al quale anche noi ci adattiamo…

quando piove.

BUONGIORNO MADAME MONET !

 

-Bonjour madame! Comment allez vous?     Et le petit?

-Ah, il chasse toujours les papillons…

C’è una stradina che si inoltra nei campi ai margini del paese, su un lato un campo di colza ormai sfiorita  dall’altra un campo incolto invaso da graminacee colorate e da camomilla

Per un attimo, un lungo attimo, mi è sembrato di essere in un altro luogo e in un altro secolo, e c’è un’atmosfera, una leggerezza che solo gli impressionisti, i pittori della luce, sapevano cogliere.

Ecco siamo nella campagna di Argenteuil e la signora e il bambino sono la moglie e il figlio di Claude Monet.

Claude Monet – I papaveri – 1873

E in effetti qui è tutto un tripudio di colori Il rosso dei papaveri, il blu dei fiordalisi, il bianco delle margherite  (colori della Francia)  ma c’è  anche il giallo della ruchetta selvatica e il redivivo Gittaione, tornato dopo che i pesticidi l’avevano quasi sterminato  (ma il quadro è del 1873, prima dell’arrivo di Bayer…)

Ah che voglia di tuffarsi in questo in questo mare di colori, ma vedo che c’è chi mi ha preceduto:  le api ovviamente ma anche una Lathonia; una cetonia pelosa, anzi due, si azzuffano in giochi amorosi su un papavero e poi ecco una cavalletta verde che si nasconde tra gli steli d’erba.

Chissà se oggi incontrerò una signora che passeggia con l’ombrellino e il vestito bianco  (anche le nuvole oggi sono quelle dei quadri)

 

… e invece NO,  incrocio solo un uomo che porta a spasso i cani.

 

 

AFFETTI STABILI

M’ama o non ‘ama?  Chissà quanti di voi l’hanno fatto staccando ad uno ad uno i petali di una margherita o di una pratolina (Bellis perennis e chissà quanti lo faranno ancora.

Però io vi prego, vi supplico:  non fatelo più. Le margherite sono più contente se non gli strappate la loro bellezza e poi  vi confido un segreto che deluderà forse i più romantici.

Le margherite hanno sempre un numero di petali dispari per cui se incomincio con il “m’ama”  la risposta finale sarà inevitabilmente affermativa. Se invece si incomincia con il “non m’ama” (per i più incerti) la margherita non potrà che confermare le proprie insicurezze.

io invece credo di amare le piante, tutte, anche quelle più infestanti (con qualche distinguo, va beh). Sono per me  un affetto stabile, senza bisogno di conferme.

Ma anche le piante tra loro si vogliono bene…  il basilico per esempio vuole bene ai pomodori  (non solo nel piatto, ma anche come vicino nell’orto)  così le cipolle con le fragole,l’insalata con i ravanelli, i piselli con le carote e altre consociazioni che tengono lontani gli insetti nocivi e possono migliorare il gusto delle verdure

Le consociazioni utili nell’orto

Ci sono poi tantissimi esempi di affetti stabili tra gli alberi e i funghi: i porcini con le querce o i castagni,…

Ma il legame più stretto credo sia  quello dei licheni, formati dall’unione di un’alga con un fungo, tanto che come nella Bibbia, sono diventati una cosa sola, indistinguibile…

  vedi   L’ARIA E I LICHENI

Poi ci sono le convivenze, più o meno forzate;

il caso più noto è quello delle orchidee sudamericane che nel loro habitat naturale, vivono su altre piante, si”arrampicano” più in alto per avere più luce ma non succhiano il nutrimento dalla pianta ospite bensì si nutrono attraverso le foglie e le radici aeree.

Come uno che abita con te ma che si fa la spesa da solo. (un convivente ma senza legami affettivi)

Così come non sappiamo se si vogliono davvero bene tutte queste piante che crescono negli stessi ambienti, amano lo stesso tipo di suolo ma chissà…

forse frequentandosi  qualcosa nascerà!

 

 

 

GITA FUORI PORTA

IL titolo  ovviamente è provocatorio, visto che non posso andare  più distante di 200 mt. da casa. Però sono fortunato perchè vicino ho campi e boschi.

E allora mi porto la macchina fotografica perchè sicuramente la primavera se ne infischia del Coronavirus e anche dei decreti del governo o delle Regioni,  approfitta dell’aria più pulita e forse del silenzio.

E in silenzio sono fiorite tutte queste piante, spontanee, marginali, neglette, alcune buone da mangiare, tutte sicuramente utili  a definire il nostro orizzonte limitato di queste settimane, a riempirci gli occhi di gioia, a creare un paesaggio (il terzo, come dice Gilles Clement) spontaneo  ma necessario.  Un ambito dove tutte le piante scacciate dalle terre coltivate hanno trovato rifugio e nuova possibilità di vita.

Celidonia

Ecco allora la Celidonia con i suoi fiori giallo brillante spuntare dall’assedio dei germogli di ortica, ecco l’Alliaria, una crucifera che ha il profumo e il sapore di aglio di molte liliaceae,  poi, spunta una Photinia, scappata sicuramente da qualche siepe,

Alliaria petiolata
Photinia X fraseri

Ma il mio preferito in questo periodo è il Cerfoglio, quegli ombrelli bianchi, quelle foglie morbide e frastagliate che si intrecciano perfettamente con il Dolcimele (Lamium maculatum) una falsa ortica amica dei bombi che spesso la vanno a impollinare.

C’è il luppolo che  si arrampica un po’ più sù, sui tronchi di robinie ancora spoglie, no non per godere di una più ampia visuale ma  per sfuggire ai raccoglitori dei suoi germogli.

Ma non è finita, poco più in là ecco il tarassaco che dialoga con l’edera di terra  con il geranio molle che vuole intromettersi,  l’acero negundo invece non ha imparato ancora bene la lingua, si capisce da quel suo accento americano.

Per fortuna intervengono le api con il  loro ronzio, una musica per le orecchie, molto meglio del fastidioso gracchiare delle voci quando in video-conferenza hai problemi di connessione.

L’ALBA E’ SEMPRE A EST

 

Resurrezione – Piero della Francesca

Tutto il giorno di Pasqua a guardare verso est…

Perchè l’alba è sempre ad est.

Non è il titolo di un film e neanche di un romanzo (forse potrei scriverlo io ma bisogna che mi affretti a depositare il titolo).

Potrebbe essere una constatazione banale talmente è evidente la cosa oppure avere dei risvolti filosofici o entrambe le cose.

Pasqua è passaggio, dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla libertà (per gli Ebrei in fuga dall’Egitto)  è la festa della vita che rinasce, (risorge, come Cristo dopo tre giorni)  come il sole ogni mattina, all’alba.

All’alba, ho scoperto è legato il nome della Pasqua nei paesi anglosassoni infatti loro la chiamano  Easter,

Easter è un nome che deriva dalla festa pagana della primavera   e ha la sua radice nel germanico “Austron”  che designa il punto cardinale EST ovvero l’alba.

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Così anche questa Pasqua è passata, ci siamo passati tutti, guardando ad est per cogliere qualche segno di rinascita anche se  di questi tempi è dura…

Eppure la rinascita, ci insegna la natura, è nel passaggio dall’inverno alla primavera, con le piante che si risvegliano dal loro sonno apparente, e cacciano gemme da rami fino a ieri secchi, fanno capolino dal terreno, crepando aride croste, richiamano api con il profumo o il colore dei loro fiori.

Qualcuna è più pigra e aspetta che altre facciano da apripista, che assaggino l’aria pungente delle prime mattine di aprile, poi è tutto un tripudio di verdi teneri, brillanti, coriacei, felpati…

Che cosa può darci più coraggio?

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IL SIGNORE DELLE CAMELIE

No, chiariamo subito: non è il marito della “signora” anche se magari non gli sarebbe dispiaciuto.  No lui forse non si sarebbe trovato a suo agio  nella storia della cortigiana protagonista del romanzo di A. Dumas e neanche nella Traviata di Giuseppe Verdi, che quella storia mette in musica.

Diciamo anche che non è l’unico.  Altri nel tempo si sono fregiati di questo titolo, altri appassionati giardinieri e coltivatori di Camelie ma qui, in questa mia personale ricostruzione  il ” Signore delle camelie è lui.

C’è un motivo preciso per cui gli ho assegnato questo titolo “nobiliare” ma ve lo dirò più avanti.

Alla base di tutto però c’è il fascino che emana questo fiore, la camelia o Camellia (con due L per i più colti) Infatti il suo nome scientifico è la conseguenza della dedica fatta da Linneo  ad un gesuita moravo: George Joseph Kamel (Camellius), naturalista che aveva studiato i paesi orientali verso la fine del Seicento.

Camelia japonica bca

Conosciuta  (e ibridata) fin da tempi antichissimi nei giardini orientali questa “Rosa del Giappone” (Tsubaki in giapponese) arriva in occidente nei primi anni del 1700 e si espande rapidamente

Dal 1750 a partire dal Regno Unito si diffonde in tutta Europa; nel 1760  la troviamo alla Reggia di Caserta, poi piano piano risale la penisola e ai primi dell’800 arriva sul Lago Maggiore, probabilmente portatavi dei giardinieri delle Isole Borromee.

Camelia japonica dettaglio

Esistono molte specie spontanee di Camelia e moltissimi cultivar. La specie più nota e diffusa è la Camelia Japonica ma c’è anche la Sasanqua che a differenza della prima è profumata.

Tutte però hanno portamento arbustivo (alcune raggiungono anche altezze di 2/3 metri)  con foglie coriacee sempreverdi di forma ovoidale con cuspide appuntita.

camelia in piazza Arconate

E’ una pianta che teme il gelo, quindi di non facile coltivazione specie nelle regioni a clima freddo. In Italia settentrionale dove sboccia a partire da fine febbraio, le gelate tardive possono “bruciare” i boccioli e rovinare così il fiore.

Ma (intelligenza della pianta) le foglie d’inverno si “spostano” per proteggere i boccioli dal freddo.

Con fiori di varie dimensioni, semplici, doppi ecc… ,  di diversi colori (bianco, rosa, rosso, screziato…) questa pianta parente del the (Camelia sinensis) continua ad affascinare gli uomini e le donne che riservano giardini solo per lei, creano collezioni, scrivono libri, fanno incroci per creare nuove varietà.

Camelia japonica con ape

Torniamo allora a quello che ho chiamato “il signore delle camelie” (il mio, personale) che sulle sponde del Lago Maggiore ha creato una nuova varietà di camelia e gli ha dato il nome della figlia morta a 15 anni.

E’ cosa c’è di più bello del pensiero che la propria figlia continui a vivere in un fiore?

 

 

FIOR DI BANANO

Che hanno è, che giorno è…  ormai non si capisce più niente, le mezze stagioni sono sparite e così anche le mezze maniche (non nel senso della pasta).

Ma se i giardini di marzo si riempiono di nuovi colori (e di nuovi fiori) forse c’è qualcosa che non va e infatti è la prima volta che mi capita di osservare dei fiori di banano sopra il 45° parallelo.

E’ uno strano fiore va detto  che forse ha a che fare con le muse, o forse no. Quello che inganna è il nome scientifico di Musa acuminata che gli scienziati hanno voluto dare a questa pianta originaria dell’Asia Meridionale.

Fiore di Banano

Il fiore si sviluppa tutto all’interno del fusto per poi uscire tutto di colpo spruzzando acqua e in questo è stato paragonato a un parto.

Ciò avviene dopo che la pianta è entrata in produzione generando due polloni il primo dei quali (figlio) fiorirà dopo 12 mesi e l’altro (nipote) dopo due anni.

Una grande foglia protegge i fiori femminili disposti a raggiera su più livelli e il fiore maschile simile a un cono tozzo e violaceo rivolto verso il basso.

https://www.freshplaza.it/photos/album/4241/

Una volta fecondati i fiori femminili la foglia protettiva si gira verso l’alto e si secca. Anche i frutti dapprima quadrati via via che maturano diventano rotondi e si rivolgono verso l’alto formando il caratteristico casco.

In Italia però le banane non raggiungono la maturazione   (con la sola eccezione della Sicilia)  la pianta non sopporta le temperature sotto i 10°  ed è coltivata qui da noi  nei giardini soprattutto a scopo ornamentale per le sue larghe foglie.  Ma esistono anche banani “da appartamento” come ad esempio la Musa ornata.

Fiore di Musa ornata

Se le banane non maturano si possono però mangiare i fiori maschili saltati in padella una volta tagliate le punte e tolte le “foglie” esterne più coriacee (un po’ come i carciofi).

I frutti invece sono notoriamente apprezzati oltre che per la dolcezza anche per il contenuto di potassio anche se non così ricco come vogliono farci credere (le patate al forno ne contengono di più)  Ma c’è anche chi  consiglia di non consumare le banane (al pari di altri frutti come l’avocado o gli ananas)  perchè coltivate in modo intensivo  abbattendo le foreste e causando così gli squilibri climatici di cui sempre più siamo vittime.

Infatti zone di produzione delle banane sono oggi molte e in diversi continenti.

Sappiamo che già i greci e i romani conoscevano le banane  grazie alle spedizioni di Alessandro Magno in Asia ma non le coltivarono. Furono gli arabi ad introdurre il banano in Europa e da qui, grazie al vescovo spagnolo Tomaso de Barlanga approdò a Santo Domingo, infine i portoghesi si incaricarono di diffonderlo nell’America del sud.

Un bel viaggio no?

Ma forse la sua espansione non è ancora finita  infatti se, come in un film di qualche anno fa con Daniele Liotti  “cresceranno i carciofi a Mimongo”, magari  tra qualche anno grazie ai cambiamenti climatici potremo girare un film con Greta Thumbergcresceranno le banane a Trondheim” .

Perdonate l’ironia su una cosa così drammatica per tutti noi.