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UNA TAZZINA DI CICORIA

Chissà perchè ma quando si parla di cicoria mi viene in mente la guerra e la bevanda scura che si preparava con la cicoria in luogo del caffè  ai tempi della seconda guerra mondiale  (io non c’ero ma me l’anno raccontato)

Se penso al fiore di cicoria mi assale un’altra sensazione strana, di disagio, perchè nell’orto, quando  spunta il gambo florale della cicoria o della insalata, vuol dire che l’ho seminata in un periodo sbagliato.

E allora per godersi tutto l’azzurro del fiore della cicoria, azzurro raro tra le asteracee che preferiscono il giallo e il bianco, bisogna andare nei campi ma anche ai margini delle strade, negli incolti.

E’ qui che la cicoria (Cichorium intybus L.) dà il meglio di sè, svetta col il suo gambo asimmetrico, spinge il suo fiore azzurro  fino ai primi freddi, resiste anche in mezzo alle maceria, ai laterizi scaricati abusivamente per strada, pronta ancora col suo sapore amaro a sostituire il caffè, da vera erba popolana.

TOPINI AL BURRO

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Margherite gialle ai bordi dei campi di granoturco, dei boschi, negli incolti.

Settembre è ancora caldo e questa pianta americana della famiglia delle asteracee dà il meglio di sé con i suoi fiori giallo brillante che crescono in cima a fusti magri magri alti fino a 2,5 metri.

E’ il topinambur  (Helianthus tuberosus) detto anche tartufo di canna e carciofo del Canada perchè proviene da quella regione.

C’è da dire che nonostante il leggero accento straniero si è naturalizzato alla grande.

Ingrediente indispensabile per la “bagna cauda” piemontese, il suo tubero bitorzoluto può essere anche fritto, se avrete la pazienza di togliere per bene la buccia, e il suo leggero sapore di carciofo è una sorpresa per il palato.

 Può essere cucinato negli stessi modi in cui si cucinano le patate ed è molto utile per abbassare la glicemia  e per chi vuole dimagrire in maniera natuale.

Chiedete al vostro fruttivendolo di fiducia!

E i topini al burro cosa c’entrano?

E’ il nome con il quale, per assonanza, un mio amico chiama questa pianta:

Topinalbur!  Basta cambiare una consonante.

MISERIA E ABBONDANZA

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Strano destino quello della erba miseria o tradescantia, oppure no, destino assolutamente comune a molte altre piante arrivate qui da altri continenti.

Importata come pianta ornamentale, diventa infestante se sfugge dai vasi dei balconi  dove pure è molto apprezzata per la sua grande facilità di riprodursi per talea.

Strano e particolare il suo fiore  a tre petali (quasi il simbolo della trinacria) tanto che i botanici hanno dovuto inventare una famigli apposita:  le commelinaceae

Infatti l’eraba miseria con i fiori blu è classificata come Commelina communis e viene dall’ Oriente mentre le altre circa 60 specie della famiglia vengono quasi tutte dal Messico o giù di lì e portano il nome di tradescantia dal botanico Tradescant così come la robinia da Jean Robin, altro cacciatore di piante esotiche.

Che dire ancora? Che la miseria  col suo portamento strisciante che evoca il lento ma inarrestabile aumento dei prezzi continua ad abbondare nelle nostre case anzi che c’è pure una misera chiamata abbondanza.

L”abbondanza per i botanici si chiama Tradescantia pallida ma di pallido ha solo il fiore rosa mentre tutta la pianta ha vigorosi rametti e foglie viola tanto che gli Inglesi l’ hanno ribatezzata “purple queen”.

Questo si, per la miseria, è un bel nome!

NON CHIAMATELO CROCUS

Chi la la fortuna di percorrere la Via Gaggio in settembre e inizio ottobre non può non accorgersi di un grazioso fiore dai petali lilla.

E’ il colchicum autunnale: una  pianta bulbifera della faliglia delle liliacee, simile ai crocus, che fioriscono in primavera e dai quali si differenzia perchè ha sei stemi invece di tre.

Il Colchicum autumnale possiede una curiosa caratteristica: le foglie spuntano solo nella primavera successiva e quindi in autunno si può osservare il fusto nudo del fiore sbucare dal terreno e la corolla a sei petali dal colore lilla più o meno intenso

E’ chiamato comunemente zafferano matto ma, attenzione (!) non è possibile farci il risotto alla milanese; infatti tutta la pianta, a cominciare da fiore e fino al bulbo, è velenosa e nei pascoli di montagna, dove ugualmente questa pianta cresce, cavalli e mucche evitano accuratamente di brucarla.-

Ma nom tra una passeggiata e un giro in bici, memori sempre del vecchio adagio “Guardare ma non toccare”, possiamo ammirarlo in tutta la sua bellezza.

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E VENNE IL TEMPO DEL BRUGO

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Come ogni anno si è ripetuto il miracolo (no, non quello di S. Gennaro): il miracolo è  la fioritura del brugo (Calluna vulgaris): la pianta che dà il nome alle brughiere.

Parole esagerate per un arbusto così comune, diffuso in tutta Europa. Asia, Nord America e in Africa settentrionale, una pianta che cresce bene sia in pianura che in montanga, col caldo e con il freddo.

E allora dove sta il miracolo?

Immaginate di abitare a sud delle Alpi nella fascia tra le ultime colline moreniche e la linea di affioramento dei fontanili; immaginate di trovarvi  al confine tra le province di Novara, Varese e Milano appena a sud dell’ereoporto di Malpensa dove ancora resiste l’ultima brughiera;: la brughiera di Gaggio.

Allora la fioritura di questo arbusto strisciante dai fiori color lilla vi apparirà un evento unico e irrinunciabile  per la Pianura Padana perchè qui ormai le brughiere sono state cancellate dalle autostrade e dai capannoni.

Attenzione però a non sbagliare il periodo;  la fioritura incomincia ad inizio agosto e si protrae fino a metà settembre, con una fioritura più o meno intensa secondo le stagioni.

Mi perdoni San Gennaro ma ogni luogo ha i miracoli suoi: e se questo è poco….

RINCORRENDO UNA LIBELLULA IN UN PRATO

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In realtà non stavo rincorrendo una libellula… e non avevo neppure rotto col passato,  più probabilmente stavo riflettendo sul mio futuro, poi il prato fiorito mi ha rapito e fatto dimenticare per un attimo i miei pensieri.

Se sono ancora capace di stupirmi davanti a un paesaggio così vuol dire che sono ancora vivo.

Ma come spiegarlo?

Il violetto dell’erba medica dominava ma c’erananche il giallo del ginestrino, il rosa della coronilla e dell’achillea il porpora dei trifogli…

Eravamo io e le api con interessi diversi ma certo complici;

Peccato per i cani che, non capendo, hanno abbaiato per un po’ poi si sono chetati, lasciando che l’aria vibrasse solo del canto delle cicale.

KARKADE’ IN AUTOSTRADA

Ho sempre associato l’ibisco (Hibiscus syriacus) alle siepi miste (quelle che preferisco)  con carpini, ligustro e altre specie che perdono le foglie in autunno.

L’ibisco era anche un fiore delle autostrade, usato nelle siepi tra una carreggiata e l’altra  prima dell’avvento dei famigerati spartitraffico in cemento (new jersey)

Oltre che come siepe può essere coltivato come alberello.

Appartiene alla famiglia delle malvacee ed è arrivato da noi nel 700 dalla sua zona di origine (Asia meridionale e Polinesia).

La corolla di petali dai colori tenui (bianco, rosa, lilla, violetto) appassisce subito.     I fiori dell’ibisco durano solo un giorno.

Guardo il piccolo albero di ibisco del mio giardino e faccio fatica a immaginare tutti i significati che gli vengono attribuiti, e  tutti gli usi.

Provo a dirne alcuni.

L’usanza più conosciuta è forse quella delle donne polinesiane di mettersi un fiore di ibisco dietro l’orecchio sinistro se sono libere, dietro l’orecchio destro se sono sentimentalmente impegnate, su entrambi gli orecchi se sono impegnte ma vorrebbero cambiare.

Ma non finisce qui: con i fiori di ibisco essiccati si prepara il karkadè, bevanda rossa dal sapore deciso di frutti di bosco e  limone  che non contiene theina.

In Messico i fiori di ibisco canditi  sono una prelibatezza e nelle filippine i bambini con il succo dei fiori di ibisco e una cannuccia fanno le bolle come con il sapone.  In Giamaica, in Indonesia e in alcune nazioni africane  i fiori di ibisco venivano usati per lucidare le scarpe. Infatti, in questi paesi, l’ibisco è chiamato anche “il fiore delle scarpe”.

Certo il massimo sarebbe se, fermandoti a una stazione di servizio in autostrada,  una donna Hawaiana dietro il bancone del bar, con due fiori di ibisco dietro le orecchie, ti servisse una tazza di karkadè e un cioccolatino candito all’ibisco.