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LA BRUGHIERA A SAN MARTINO

No, tranquilli. La brughiera è sempre quella di Gaggio.

Ma vi siete mai chiesti come può essere la brughiera nell’estate di S. Martino?

Eccovi accontentati.

C’è ancora molto rosso e una luce stupenda che penetra tra foglie e un cielo blu che più blu non si può.

In questa brughiera boscata così diversa dalle distese di bassi cespugli delle brughiere del Nord Europa, le radure si alternano al bosco, i pini si alternano alle querce, i pioppi tremuli fanno da sponda ai sentieri e il brugo ormai secco ha assunto un colore marroncino.

Cammino su un sentiero dove sono caduti tronchi di betulla, qualche cavalletta azzurra ancora saltella qua e là, incontro anche qualche fungo margherita ormai seccato dal vento di ieri.

Più avanti incontro un calesse con due cavalli e due persone sedute a cassetta,

Il verde del sottobosco (a novembre !!) mi accoglie poco dopo in un bosco di farnie.

E’ un panorama familiare dove davvero mi sento a casa ma penso a tutti quelli che non ci sono mai stati e che non immaginano quanto affascinanti possono essere queste “sterpaglie”

Ecco ho già detto troppo perchè ancora una volta le immagini dicono molto di più delle parole ma un’ultima cosa la voglio dire (a chi lo sapete):

“Perchè volete toglierci questa meraviglia in nome del dio denaro?”

BARBONCINO DIGITATO

Quando l’autunno cambia colore alle cose, alle piante, agli ambienti, ti accorgi anche di umili erbe che non avresti mai notato se non fosse per quel rosso che ora invade anche loro.

Una di queste è una graminacea (una poacea) perenne che qui nella brughiera di Gaggio si è ritagliata un suo spazio grande come un campo di bocce o poco più, forse come una o due piste da bowling (ma senza birilli)

Tutti (oddio non proprio tutti, solo quelli che la conoscono) la chiamano Barboncino digitato, anche se non ho capito perchè.

Forse sul digitato posso arrivarci nel senso che il fiore è una spiga che si apre come le dita di una mano.

Particolareggiato e conseguente è invece il suo nome scientifico ovvero Bothriochloa ischaemum.

Gli esperti mi dicono che lL nome del genere Bothriochloa deriva da due parole greche che significano “fossa” ed “erba” forse n riferimento alla tipica fossetta presente nelle glume di diverse specie di questo genere.

Il nome della specie ischaemum  invece significa “trattenere il sangue” forse riferendosi al colore rossastro della pianta oppure alle sue presunte proprietà emostatiche.

E’ presente nei prati aridi o in quelli secchi e ghiaiosi praticamente di tutto il mondo da 0 a 1300 metri s.l.m. tanto che si è guadagnata la fama di pianta xerotermofila cioè ama condizioni climatiche calde e secche.

Infatti l’estate 2022, al contrario di noi non ha sofferto per niente ed ora si pavoneggia con le sue spighe rossastre (la fioritura va da giugno a novembre).

Tutto intorno i prunus e i pioppi tremuli, le querce rosse, accompagnano il cambio di stagione arrossendo, cacciando fuori tutti gli antociani di cui sono capaci, no, non per noi, anche se questo spettacolo appare meraviglioso ai nostri occhi.

Loro in realtà si stanno semplicemente preparando per l’inverno.

LA GRANDE SETE

Per raccontare questo lungo periodo di siccità che non accadeva, dicono da almeno 70 anni, potevo iniziare con le immagini dei fiumi in secca… come ho fatto,

potevo iniziare dalle foto delle colture bruciate dal sole e dai raccolti persi (come ho fatto anche qui),

potevo iniziare dalla sfilza di articoli di stampa sull’argomento apparsi sempre più negli ultimi tempi ma, tranquilli, ve ne metto solo alcuni in fondo a questo articolo.

Voglio invece parlarvi di due fatti che mi hanno toccato da vicino. Il primo è un articolo sugli effetti della siccità per le api: le piante di difendono dal caldo immagazzinando acqua e producendo meno polline, le alte temperature poi fanno appassire velocemente i fiori dando così meno tempo alle api per raccogliere il nettare per alimentare le larve nell’alveare e di nutrire adeguatamente l’ape regina e tutte le operaie.

Il gran caldo poi rischia di far colare la cera e di portare al collasso tutta l’arnia e la morte delle api. Gli apicoltori rimediamo come possibile con acqua e prodotti proteici ma quanto potrà durare?

Non solo quindi danni all’apicoltura ma la mancata impollinazione da parte delle api mette a forte rischio ancora una volta la biodiversità

https://www.informazioneambiente.it/gli-effetti-della-siccita-sullapicoltura-i-rischi-e-le-conseguenze-per-la-api/

Il secondo fatto che ho potuto constatare direttamente con i miei occhi è la sofferenza estrema che la grande sete ha prodotto anche in una “dryland” come la brughiera.

Fa una certa impressione vedere i cespugli di brugo “arrostiti” dalle ondate di calore, le piante di quercia rossa completamente seccate o altri alberi come il pioppo tremulo e il prunus con le foglie “appassite

Brughiera 2022

Un confronto con l’anno 2021 mostra molto bene la differenza e i danni prodotti.

Brughiera 2021

Ecco alcuni link di approfondimento come promesso (… o minacciato)

https://www.meteo.it/notizie/siccita-e-caldo-in-italia-incendi-triplicati-nel-2022-1ddc6eaa

https://www.raiplay.it/video/2022/03/La-grande-sete—Puntata-del-21032022-3732efd4-dc5b-4f72-86ec-384c00f51e54.html

ALICE NELLA MERAVIGLIOSA BRUGHIERA DI GAGGIO

  • in occasione del Bioblitz nella Brughiera di Gaggio a Lonate Pozzolo

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Prima c’era il mare, lo sappiamo.

Quanti milioni di anni fa adesso non ricordo.

In tempi più recenti, ma si parla sempre di migliaia di anni, un ghiacciaio copriva tutto con il suo manto gelido, poi circa 10.000 anni fa se ne andò più a nord e ci lasciò un mucchio, anzi tanti mucchi di sassi: le morene.

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I Celti amavano vivere lungo il fiume e di questo territorio  troppo ciottoloso non seppero che farsene, così i Romani che preferirono bonificare la paludosa  Mediolanum.

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Ma dalle Alpi un bel giorno arrivò un tipo ruvido ma poco esigente in fatto di acqua e di nutrienti: il brugo, che disse:  “Credo che qui starò bene”.

E così fu ed è ancora se è vero che anche oggi chiamiamo questo territorio brughiera.

DSCN2267

Poi arrivarono anche la ginestra, e la molinia, una graminacea pioniera, e fu un po’ come la conquista del West. Ma non è finita perchè arrivarono anche le querce e altri alberi e grandi porzioni di questo territorio tra le colline e la bassa pianura diventarono Gaggio, ovvero il bosco degli Arimanni.

Quercus robur

Gli Arimanni erano guerrieri Longobardi e anche loro si arresero quando in Italia arrivò Carlomagno con il suo Sacro Romano Impero e diede inizio al Medio Evo.

Gli astronomi di Brera uscirono una notte dal buio delle notti dei secoli precedenti e videro una distesa di bassi cespugli con qualche raro albero, ideale per puntare i loro cannocchiali da un campanile all’altro (Da Nosate a quello di Mezzana)  per poi iniziare la misurazione della base geodetica, per iniziare a disegnare la mappa del mondo.

Astronomi di Brera copia

in seguito arrivò anche il Pino Silvestre, di ritorno dalla Scozia, e disse: “Ecco qui un bel terreno sassoso dove affondare le mie radici”;

per sua sfortuna c’erano anche i contadini che in quella distesa incolta videro una terra ancora vergine da coltivare (a suon di quintali di calce).

Pino silvestre

 

Ma ancora non è finita perchè l’ampia spianata non passò inosservata ai pionieri del volo che ne fecero la base del loro campo di volo alla Cascina Malpensa.

E allora perchè non continuare con questo mezzo di trasporto del futuro? con questi aerei prima a elica, poi a reazione, con sempre più passeggeri e nuove piste di atterraggio?

Uccelli di metallo a fare la concorrenza ad un altro uccello ben più antico e singolare, il succiacapre: cacciatore crepuscolare di falene, sgraziato e mimetico migratore dal volo irregolare, protagonista di molte leggende come quella che lo vede bere il latte direttamente dalle mammelle dei bovini e degli ovini.

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Lui ha dovuto sopportare anche i lanci delle bombe dell’artiglieria dell’esercito italiano che per un certo periodo ha visto in quella formazione di sterpaglie un teatro perfetto per fare le prove della guerra.

Ecco sono passati tutti di qui e di ognuno c’è una testimonianza, perfino del vate, del sommo poeta Gabriele D’Annunzio.

Alla fine però ecco arrivare una bambina che chiameremo Alice (ma potrebbe essere qualsiasi altro nome).

Cosa vedono i suoi occhi che gli altri non hanno visto?

Vedono farfalle rare e sconosciute, vedono cavallette azzurre, e rosse, vedono genziane di pianura, gigli di S. Bernardo, lucertole, ramarri, soffici tappeti di muschio stellato e poi ancora il timido pioppo tremulo che basta una bava di vento a farlo fremere, vedono funghi rossi e viola, e coniglietti che scappano nel fitto dei cespugli, il cappellaio matto quello no, ma tutta questa meraviglia lei riesce a vederla anche senza andare dall’altra parte dello specchio.

 

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Per chi vuole approfondire:

Copertina Via Gaggio copia

CACCIA A OTTOBRE ROSSO

Partito.

Sono ormai in mezzo al mare, un mare d’erba ( la Molinia altissima che mi accarezza la faccia mentre i rami legnosi del brugo ormai sfiorito si infilano continuamente tra i raggi della mia bici)

Si, la mia bici, compagna fedele di esplorazioni, e non un sottomarino nucleare russo ma penso che Tom Clancy sarebbe lo stesso fiero di me.

E allora se non sono il comandante Marko Ramius cosa vi consegnerò di rosso in questo ottobre?

Confesso che ero partito senza un obiettivo preciso ovvero solo con l’obiettivo della mia macchina fotografica ma poi mi sono lasciato conquistare da questa mattina limpida anche se un po’ fredda, dall’atmosfera autunnale che un po’ ricorda il crepuscolo ma che lancia grida sotto forma di colori sfavillanti come il …. rosso.

Rosso come i tubuli del cappello e il gambo di questo porcino (Boletus erythropus) incontrato dopo i più ordinari agaricus e l’amanita citrina.

Rosso come le foglie della vite canadese che si avvolge come l’edera della Pizzi agli alberi di robinia o come quelle dell’evonimo (Euonymus europaeus) o fusaggine che disegnano arabeschi sullo sfondo del cielo azzurro e mi ricordano alcune sculture di Calder)

Vite canadese

Calder di nome fa Alexander ed è americano come la quercia rossa, come il ciliegio tardivo .

La Quercus rubra il rosso ce l’ha nel nome e adesso nelle sue magnifiche foglie con lobi appuntiti, il ciliegio tardivo invece (Prunus serotina, pianta invasiva per eccellenza) colora il sottobosco, con le sue foglie cadute, solo in autunno, ma nonostante lui, nonostante la sua invadenza quanta biodiversità nel fazzoletto di terra della Brughiera di Gaggio.

Funghi ma anche graminacee, querce nostrane e importate, rampicanti americane e arbusti di nobile casato europeo: ecco cosa vi consegno di questo ottobre rosso.

Non voglio esagerare ma credo che anche l’analista della CIA Jack Ryan sarebbe fiero di me.

Ah scusate, un’ultima chicca, sulla via del ritorno: una fioritura tardiva di acetosella (Oxalis acetosella) dalle foglie tenere ed aspre come aspro e tenero (oltre che rosso) a volte sa essere ottobre.

Oxalis acetosella

48.8

48.8° C è’ la temperatura più alta mai registrata in Europa e precisamente in Sicilia, provincia di Siracusa l’11 agosto 2021. E’ il riscaldamento globale che però ha riscontri ben precisi anche a livello locale.

Eppure qui, nell’alta pianura padana questo è stato un mese di luglio molto piovoso. (qui i dati).

Il bosco di Gaggio continua ad essere un polmone, verde, un rifugio dalle alte temperature e allo stesso tempo un ambiente unico anche dopo la pioggia, chi ci passa forse non lo sa ma presto potrebbe scomparire.

Che il clima sta cambiando ce ne stiamo accorgendo anche noi tutti i giorni e se molti ancora non “vedono” lo scioglimento dei ghiacciai, (negli ultimi 150 anni sulle Alpi si sono ridotti del 60%), sicuramente si cono accorti dei fenomeni atmosferici sempre più estremi: ondate di calore, piogge torrenziali, trombe d’aria ecc.

Qui, ai margini della palude, dove le sterpaglie sono sovrane non diresti mai che un temporale possa sorprenderti, e invece è successo però che spettacolo queste nubi…

Un altro segno sono le piante e gli animali che si spostano sempre più a nord: ibis sacro e airone guardabuoi sono due esempi di uccelli che migrando dalle loro zone di origine in Africa sono ormai ampiamente presenti sopra il 45° parallelo.

Perchè stupirci allora se anche gli uomini fanno lo stesso?

Me ne vado per questa stradina di campagna dove il grano appena tagliato lascia spazio a distese giallo paglia. Basta un piccolo cerino per trasformare tutto questo in un nero lenzuolo,

E’ chiaro ormai che gli incendi non sono dovuti al caldo eccezionale ma alla mano di qualche piromane. L’ Italia nel 2021 fino a questo momento ha il record in Europa con 103.000 ettari bruciati.

E allora che diciamo delle frane, degli smottamenti, del dissesto idrogeologico?

Sembra scontato ma anche questi campi fioriti sono opera dell’uomo, della sua attività agricola che non ha solo importanza economica ma anche di cura del territorio, di salvaguardia di un ambiente che fa parte di noi anzi di cui noi facciamo parte.

QUANDO LA PAGLIA è PAGLIA

Eccomi qui, in questo bosco invernale. IL cielo imbronciato consigliava di stare a casa ma perchè perdersi questo paesaggio?

Certo è strano, mentre altrove la natura ha già dato abbondanti segni di risveglio, (bucaneve, primule, pervinche e poi calicanti e cornioli….) qui tutto tace… perchè la brughiera non ha tutta questa fretta, le sue piante preferiscono stare a riposare ancora un poco ma intanto non sono prive di fascino, come la bella addormentata nel bosco.

Così addormentate nel bosco sono le betulle, le querce e tutte quelle erbe tipiche della brughiera che qualcuno ancora si ostina a chiamare “sterpaglie”.

Ma sterpaglie per me sono cespugli con spine, piante che pungono, che tagliano, grattano che ostacolano il passo con i loro steli arruffati.

Oggi invece il sottobosco è una distesa di erbe color bianco paglia (come quello dei capelli di molti bambini tedeschi o svedesi) .

Non più dritte ma piegate radente al suolo le piante di “Molinia caerulea” fanno onore al loro nome dialettale di “pajom” (paglione) e si capisce finalmente perchè.

In questo periodo, quando la paglia è paglia, quando appare in tutta evidenza per quello che è, capisci che manca poco, che un nuovo ciclo sta per iniziare.

PIù in là annuiscono in silenzio i cespugli di brugo, le” braccia” verdi delle ginestre che assieme ai giovani pini silvestri creano un contrappunto con le nuvole.

Già, le nuvole me le ero quasi dimenticate. Con il sole che tramonta giocano con i rami spogli degli alberi, creano quasi un trompe-l’oeil, disegnano montagne nel cielo di marzo.

Quando tornerò qui sarà il tempo dei ramarri.