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MOLTO LATTE PER… SCHIAPPARELLI

Polygala Chamaebuxus

Latte, molto latte.

E’ quello che le mucche produrrebbero mangiando questa pianta che infatti di nome fa Polygala (molto latte) e di cognome Falso bosso ovvero Polygala chamaebuxus.

Certo è una pianta strana; assomiglia a molte altre ma quando vedi il fiore non puoi sbagliare: è lei.

Se una certa confusione può generarsi è perchè le sue foglie sempreverdi assomigliano a quelle del bosso, in questo caso un bosso strisciante.

Altro elemento che trae in inganno un osservatore distratto è la sua diffusione negli stessi ambienti dove cresce il rododendro.

Ma già che ci siamo vogliamo considerare anche le somiglianze con l’uva ursina o con il mirtillo rosso?

Eh già, orsi che si svegliano in primavera e si cibano di bacche succulente, mucche che pascolano in alpeggi e gonfiano le mammelle del prezioso liquido bianco… e noi, che siamo venuti quassù per un giorno soltanto, a guardare le nuvole e gli alianti e la pianura lontana e che restiamo incantati da questo strano fiore… bicolore.

Un fiore fatto di labbra ed elmi un po’ come le ginestre o le bocche di leone o certe orchidee… labbra gonfie anche senza botulino.

Anzi no, se vogliamo usare il vocabolario degli scienziati dobbiamo parlare di ali e carena  e zigomi (insomma ognuno usa termini  diversi secondo i propri riferimenti culturali).

I riferimenti geografici e ambientali ci dicono invece che questa pianta è presente su tutto l’arco alpino dai 300 fino ai 2.400 metri di altitudine  su terreni calcarei ai confini del bosco, su prati magri o pendii rocciosi.  Più rara invece sull’appennino settentrionale.

Non qui, dove forma ampie macchie di arbusti striscianti, a due passi dall’osservatorio astronomico Schiapparelli al Campo dei Fiori di Varese

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CICERCHIA… TROVA

Cicerchia primaticcia

Incominciamo da lei… anche perchè in effetti è la prima.

Devo dire però che non l’ho cercata.

L’ho trovata al Campo dei Fiori sopra Varese: si chiama Cicerchia primaticcia. (Lathyrus vernus)

La sua bellezza è il fiore, un fiore di pisello che però ha sfumature di violetto, indaco, ciclamino, rosso porpora…

E’ primaticcia perchè fiorisce molto presto, già a marzo nelle zone esposte al sole come qui sul Campo dei Fiori,  in questa strana primavera.

Valcuvia dal Campo dei Fiori

Ma di cicerchie ce ne sono molte altre, sono leguminose erbacee e “selvatiche” tranne alcuni rari casi, che io spesso ho incontrato senza sapere che erano loro.

E allora adesso, con questa nuova consapevolezza, vado a ritroso, nel mio archivio fotografico  e qualcosa ho trovato.

Lathyrus tuberosus

Questa, rintracciata sull’appennino emiliano, è probabilmente una Cicerchia tuberosa (Lathyrus tuberosus L.) peccato che non mi è venuto in mente di verificare.. e non l’ho fatto neanche una volta successiva, sui colli tortonesi.

Appennino Emiliano
Appennino Emiliano
Colli tortonesi
Lathyrus tuberosus

Va beh, semplicemente non lo sapevo che le cicerchie possono essere tuberose e non sapevo neanche che possono essere angolose, articolate, pallide, bastarde  oltre che pannoniche, venete, filiformi, montane, palustri…

Tra tutte però mi manca (chissà se la troverò?) la graziosa “Cicerchiella(Lathyrus cicera)

Una cicerchia antica e molto comune che è tornata recentemente agli onori della cronaca,  è la  Cicerchia sativa .

Classificata nei legumi da granella come le lenticchie ha però semi più grandi e dalla forma irregolare e, inutile dirlo sta avendo notevole successo come cibo alternativo.   Un revival, piuttosto, visto che in passato era molto usata a scopo alimentare.

Lathyrus sativus

E’ una pianta molto rustica, che cresce anche in terreni molto magri e sassosi  (i suoi semi, forse per simpatia, assomigliano a dei sassolini) e ha una produzione superiore a quella delle lenticchie.

E’ però un seme, il suo, che contiene un aminoacido velenoso e quindi se consumata in grande quantità può danneggiare il sistema nervoso centrale  (sia uomini che animali). Questa sindrome veniva chiamata latirismo.

Ma le cicerchie non finiscono certo qui.

Infatti fanno parte di questa famiglia anche i ceci (chiamati dagli scienziati Cicer arietinum) una pianta oggi presente solo se coltivata, che come certi animali ha perso la sua selvatichezza.

Di questa pianta conosciamo ormai solo le confezioni in sacchetti trasparenti nei supermercati.

Ma ci saranno ancora in giro delle piante di ceci sfuggite alla cattività delle coltivazioni?

Vado a “cicerchiarle”.

 

 

 

 

IL RESPIRO DELL’UNIVERSO

No, non spaventatevi, non voglio fare concorrenza ai filosofi  e agli scienziati. E neanche ai massmediologi (brutto neologismo ma è tanto per capirci).

Certo i mass-media amplificano eventi di per sè naturali come possono essere le eclissi di sole  e di luna, fenomeni un tempo “magici”  se non portatori di sventura.

La sventura è passata, pochi ci credono ancora ma che ne è della magia?

Ricordo una notte anni fa. Eravamo centinaia seduti o straiati sull’erba nella notte di S. Lorenzo nel buio della punta di mezzo al Campo dei Fiori di Varese.

E ad ogni stella che cadeva c’era un brusio, un rincorrersi di esclamazioni di stupore, a volte anche un boato (quasi un tifo da stadio) con enorme disappunto di chi in quel momento stava fissando un altro spicchio di cielo.

E vai a spiegarlo che sono “solo” sassi che si incendiano a contatto con l’atmosfera,  piccoli pezzi perduti della coda di una cometa.  Quelle scie di fuoco che attraversano il buio della notte e che durano meno di un secondo hanno ancora per noi un significato magico  (per i desideri non so, non ho mai verificato).

Allora quando pochi giorni fa la luna si è fatta rossa (non per timidezza o per la tinta dal parrucchiere) moltissima gente è andata al Campo dei Fiori a godersi lo spettacolo.

Si lo sappiamo, ancora una volta, è un fenomeno naturale; la terra  passa tra il sole e la luna e con il suo cono d’ombra la nasconde ai raggi del sole.

Ma a essere lì di notte, con la luna rossa che ti osserva e le luci della pianura come tanti lumini, nonostante tutte quelle persone vocianti, sembrava di sentire il respiro dell’universo.

Varese news luglio-2018-688028

La stessa sensazione di pace, di appartenenza a qualcosa di più grande che trasmette questa festa di bimbi all’imbrunire in riva al lago.

Dove si intuisce che c’è qualcosa che alcuni chiamano anima (piccola, ma forse neanche tanto).

AURORA AL CAMPO DEI FIORI

Aurora dal Campo dei Fiori – Foto Andrea Vallini

No, non fatevi ingannare dalla foto,  anche se l’ho messa lì apposta per confondervi.

L’aurora di cui voglio parlarvi è un’altra cosa.

E’ qualcosa con le ali che quando vola non fa rumore, ma non è un aliante, pure se quassù e facile incontrarne.

E’ un paio d’ali screziate bianche e nere,  venate di verde; sono due macchie arancio che volano e quando le vedi volare capisci che sono di un maschio di una farfalle che si chiama Aurora (nome scientifico: Anthocharis cardamines)

Anthocharis cardamines (male)

– Ah ci siamo arrivati finalmente!  direte voi. – Quanto ancora volevi tenerci sulle spine?

Mah, più che sulle spine volevo tenervi occupati ad ammirare la foto dell’arco alpino baciato dai primi raggio del sole (presa in prestito)  intanto che pensavo come continuare.

Intanto che andavo a cercare i fiori di cui si nutre questa farfalla.

Mi dicono che il bruco si nutre, cresce e si sviluppa fino alla fase della crisalide su diverse specie di piante della famiglia delle Crucifere ovvero brassicacee tra cui l’Alliaria petiolata, la Lunaria annua e la Cardamine pratensis (da cui il nome della farfalla).

E’ una farfalla di piccole dimensioni 3,5- 4,5 cm di apertura alare, con una sola generazione primaverile; è diffusa in tutta Europa tranne che nelle regioni scandinave (Lì hanno già il sole di mezzanotte e quindi non serve).

Frequenta diversi ambienti: prati e pascoli, margini dei boschi, rive dei fiumi, radure fino ad una altitudine di 1700 metri,  quindi è facile vederla… quando uscite al mattino dalla discoteca.

No, scherzo, a quell’ora lei, la Anthocharis cardamines dorme ancora con le ali chiuse tra i fiori del cerfoglio dove si nasconde molto bene.

Anthocharis cardamines (female)

La femmina nella pagina superiore è bianca e nera, assomiglia molto a una cavolaia (sono cugine) e in ogni caso è molto mimetica.

Mi sfugge il motivo della vistosità del maschio. Eppure deve proprio essere quel colore ha farla identificare con il sorgere del sole.

Ecco, so che non ci crederete ma io ho visto davvero una Aurora al Campo dei fiori.

Invece l’Aurora dell’Etna mi manca.

Aurora dell’Etna (Anthocharis damone)

 

 

CILIEGIE DI VOLPE

 

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Che alla volpe piacesse la frutta se n’era accorto già Esopo molti secoli fa. Solo che lui si era limitato all’uva, non per ignoranza ma per evidenti scopi narrativi  e didattici.

Sicuramente lui conosceva la dieta eclettica della volpe che in tempi di scarsità delle sue prede preferite (pulcini, piccoli roditori….) si adatta anche ad una dieta più variata e “vitaminica”.

Così i frutti di alcune piante anche spontanee sono stati più o meno giustificatamente indicati come suo possibile “dessert”: l’uva di volpe ad esempio non è quella della Vitis vinifera ma la Paris quadrifolia  e le ciliegie non sono quelle del Prunus avium, il ciliegio selvatico da cui derivano molte specie coltivate ma il frutto della “Lonicera Xylosteum” ovvero Caprifoglio peloso, ovvero Ciliegie di volpe.

La volpe sa aspettare:

infatti le sue ciliegie non maturano a maggio/giugno ma a settembre, hanno un bel colore rosso scuro e sono appaiate due a due (come le ciliegie classiche ma senza picciolo); crescono su una pianta che di solito si presenta come un cespuglio (le volpi non si arrampicano suglia alberi) cioè a differenza di altre specie di caprifoglio non è una pianta rampicante.

Ama i terreni calcarei e i boschi di faggio e quercia della fascia collinare tra i 200 e i 1400 metri (mica stupida vero?)  ed è più diffusa nell’Italia settentrionale così è facile incontrarla, ad esempio, anche sui sentieri del “Campo dei Fiori” sopra Varese.

Xylosteum (come avrà capito chi ha studiato il greco) significa “dal legno duro come l’osso”: riferito al suo legno. Per fortuna della volpe le sue ciliegie l’osso (nel senso di nocciolo) non ce l’hanno e quindi non corre neanche il pericolo che gli vada di traverso.

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