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IL COBRA NON E’ UN SERPENTE

Samia Cinthya – Bombice dell’ailanto

Eh sì;

anni e anni di studi scientifici cancellati da una canzoncina di Donatella Rettore che ormai ha qualche anno (la canzone e anche la cantante) e dove i doppi sensi si sprecano.

Ma vogliamo cercare un altro senso (il terzo) a questa affermazione?

Forse lo possiamo trovare se davanti a cobra ci mettiamo la parola farfalla. Un bombice per l’esattezza. E come tutti i bombici ha la sua pianta che in questo caso si chiama Ailanto  (Ailanthus altissima) o Albero del Paradiso.

Hai capito il cobra?  Dall’arca di Noè direttamente in paradiso!

Ma torniamo al nostro cobra, cioè alla nostra farfalla. Se la guardi metà alla volta, prima la parte sinistra e poi la parte destra (o viceversa) e guardi l’apice superiore dell’ala, ti accorgi che quel dettaglio assomiglia in modo impressionante alla testa di un cobra o così almeno afferma la maggior parte delle persone.

Farfalla cobra – Foto Carlo Caputo

Il bombice dell’ailanto (Samia Cinthya) è originario dell’estremo oriente ed è arrivato da noi assieme alla sua pianta  a metà ‘800 anzi no, pare che l’Ailanthus altissima sia arrivato in Italia, nell’ Orto botanico di Padova attorno al 1760.

Ailanthus altissimus

Il senso di importare anche la farfalla è dovuto al fatto che dal suo bozzolo  si provò a produrre un tipo di seta alternativo a quello del baco del gelso. L’esperimento fallì ma la pianta (infestante) e  la farfalla restarono e ogni tanto capita che qualcuno la veda e la fotografi.

E’ una farfalla di grosse dimensioni (dai 9 ai 14 cm. di apertura alare ma qualcuno dice anche di più) con abitudini notturne; è una falena, infatti ha le antenne a pettine, e certo incontrarla di notte può fare una certa impressione.    Ma tranquilli:  non morde.

Infatti la la farfalla cobra non è un serpente. (ovvio, è una farfalla!)

Per sapere cosa altro può essere un cobra, invece, chiedere direttamente alla Rettore.

TIPI DA ORTO BOTANICO

Come faceva Federico Fellini a fare i castings?   A comporre il suo circo di personaggi stralunati, eccentrici eppure così genuini?

Qualcuno prima di lui aveva provato a fare lo stesso esercizio, oppure no, l’intenzione era diversa il risultato invece simile.

Così la nave di Amarcord sembra attraccare in questo porto; sbarcano, entrano dalla porta nel grande anfiteatro per una recita speciale soggetti di tutte le provenienze, fattezze, carattere, talento.

Siamo all’ Orto botanico di Padova (il più antico d’Italia) e ogni angolo è una sorpresa, più che un film bisognerebbe fare uno sceneggiato a puntate.

La prima puntata è dedicata ad una regina: Violet queen o White queen, secondo il colore dei fiori molto profumati  e disposti a corona: il suo  nome scientifico è “Cleome spinosa” (non c’è regina senza spine) e viene dal Sud America. Si è guadagnata nel tempo una vasta fama nei giardini come pianta ornamentale perchè ha una fioritura molto lunga (da maggio a ottobre) tanto da far dimenticare quei fusti spinosi (come una bella ragazza con la macchinetta per i denti).

Cleome spinosa
Cleome spinosa

http://www.verdiincontri.com/piante/C/Cleome_spinosa.htm

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 La seconda puntata ha come soggetto un’altra pianta Sudamericana e abbondante di forma e dimensione è l’ Aristolochia gigantea Mart & Zucc. che quando fiorisce assomiglia ad un tacchino con quei suoi lunghi bargigli.  Le aristolochie erano usate un tempo per favorire il parto o al contrario per interrompere gravidanze indesiderate infatti l’etimologia di aristolochia si rifà al greco “aristos” (ottimo) e “locheia” (parto). Quanto a Mart & Zucc che probabilmente sono i suoi scopritori, sembrano quasi i nomi di un duo comico  tipo Gaspare e Zuzzurro.

Aristolochia gigantea
Aristolochia gigantea

Aristolochia

http://www.photomazza.com/?Aristolochia-gigantea&lang=it

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Dove siamo arrivati? Ah sì, terza in ordine di sceneggiatura arriva la Mimosa pudica, famiglia leguminose, fiori rosa, foglie “retrattili”; infatti appena viene sfiorata le tenere foglie di questa mimosa si chiudono con uno slow motion di grande effetto.

No, attenzione non è la timidezza, è solo un meccanismo di difesa della pianta che così disorienta gli animali che vogliono brucarla. Ma c’è un particolare ancora più insolito ovvero questa pianta ha la memoria è cioè in grado di ricordare. Esperimenti condotti anche da scienziati italiani hanno dimostrato che la pianta non chiude più le foglie se ricorda che un evento (tipo la caduta di una goccia d’acqua) non è pericoloso e questo anche a distanza di tempo: straordinario vero?

Mimosa pudica
Mimosa pudica

Mimosa Pudica

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Anche nei migliori sceneggiati ci sono episodi spiacevoli ed eccone uno; infatti sento un certo odore di carne in putrefazione. Guardo in giro e non riesco a capire da dove viene poi casualmente mi avvicino e mi dico  – No, non può essere lei! –

E invece sì è proprio lei questa pianta grassa di origina sudafricana che usa questo stratagemma per attirare le mosche. Si chiama Stapelia variegata  ed ha un bell’abito tigrato e una forma che la fa assomigliare ad una stella marina.  Anche lei ha acquistato in occidente una certa popolarità.  Ovviamente non è da tenere troppo vicino a casa per i suddetti motivi.

Stapelia variegata
Stapelia variegata

http://giardinonaiadi.blogspot.it/2013/03/stapelia-un-fior-di-carogna.html

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Cosa manca? In un giardino botanico non possono mancare le piante acquatiche, le bellissime ninfee che galleggiano sull’acqua con le loro foglie rotonde e i magnifici fiori che tante leggende hanno ispirato ma in una sceneggiatura ispirata a Fellini quella più giusta, quella che ha passato il casting è questa  la Euryale ferox originaria dell’Est dell’Africa, dell’ India e del sud della Cina  (anche stavolta abbiamo fatto il giro del mondo).

Lei è “ferox” perchè dotata di spine sia sulla parte superiore delle foglie sia (soprattutto) nella parte inferiore. Il bocciolo poi, se lo guardate bene sembra un piccolo mostro che spunta con la testa fuori dall’acqua.  E in effetti un po’ mostruoso lo è se pensate che non ha bisogno nè del vento nè di insetti per l’impollinazione: si feconda da solo (non chiedetemi i particolari).

http://giardinonaiadi.blogspot.it/2012/11/euryale-ferox-terribile-gorgone.html

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Bene la recita è finita, ovvero è solo all’inizio perchè questa è solo una minima parte del cast sconfinato di questo film che ogni giorno si gira all’Orto Botanico: regine, piccoli mostri, fanciulle timide, tacchini, putride stelle… un circo degno davvero del grande Federico.

Per chi vuole approfondire: http://www.ortobotanicopd.it/

 

 

 

 

 

 

 

 

LE PIETRE VIVENTI

lithops_Dorotheae_H1 

Cosa si può fare con le pietre?

Parlarci, se si ha il piacere di ascoltare la propria voce e non si hanno pretese di persuasione (come la mia amica Wislawa)

Scagliarle per primo, se si è senza peccato

Sfregarle tra loro per vedere se scatta una qualche scintilla (no, non di quelle amorose)

Colpirle con uno scalpello per imitare qualche scultore

Porvi sopra dei cereali, legumi  o frutta secca e poi battere con un martello o qualche altro corpo pesante

Scaldarle per cuocervi il cibo

Dargli un profilo tagliente per usarle come strumento di caccia

…..

ed infine, assieme a terra impastata, malta, oppure niente, costruire muretti, case, ponti…

Ma c’è una cosa che ho dimenticato: alle pietre si può anche dare da bere.

Si, ma non troppo! Non hanno bisogno di molta acqua.

Le pietre in questione si chiamano Lithops , volgarmente dette “Pietre viventi”; vengono dal Sudafrica e sono piante grasse appartenenti alla famiglia delle Aizoaceae.

La parte sopra terra dei Lithops, di pochi centrimetri di altezza, è costituita da due foglie appaiate, piatte e trasformate in modo tale che per la maggior parte del tempo queste piante assomigliano davvero a dei sassi.

 
… ma se gli date da bere al momento giusto, da settembre da novembre i sassi fioranno; fiori bianchi o gialli che spuntano dalla fessura centrale tra le due foglie.
Piante molto popolari e di facile coltivazione, sono tra quelle più ambite dai collezionisti di succulente e ovviamente non possono mancare nei giardini botanici.
 
Ecco alcuni esempi catturati dall’obiettivo del mio inviato speciale all’orto botanico di Padova

 

Foto M. Zattin
Foto M. Zattin
Foto M. Zattin
Foto M. Zattin