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NINFA DEL VENTO OCCIDENTALE

“Vorrei essere come Zefiro, per accarezzarti i capelli, ma posso solo lasciare che il sole penetri con la sua luce tra i rami, perché la tua veste bianca illumini gli ultimi giorni dell’inverno”.

 

Anemone è una ninfa, amata da Zefiro, il dio del vento occidentale, ma la dea Flora è gelosa di lei e la trasforma in un fiore (sempre vendicativi questi dei greci); a quel punto Zefiro non l’ama più  e l’abbandona al  dio del vento settentrionale (Boreale).

Anni, anzi secoli dopo la ritroviamo nei boschi (nemoris),  non si sa se costretta da quest’ultimo, dove sicuramente è passato anche Linneo  che chiaramente non può che darle il nome di “Anemone nemorosa“. (E’ conosciuta anche come Anemone dei boschi  e Silvia)

Il vento (anemos) e il bosco sono dunque i due riferimenti maschili di questa pianta che Linneo, almeno questa volta, non è andato a chiamare con nomi di amici suoi così che è facile capire il suo ragionamento.

Nemorosa perchè cresce nei boschi, Anemone perchè i suoi petali bianchi sono molto delicati e basta un leggero soffio di vento per farli volare via.

Però se voi arrivate prima del vento potrete godere di magnifici tappeti di fiori bianchi nel sottobosco luminoso.

Linneo che è un esperto di botanica (e chi se non lui?) dice che è una Ranuncolacea perenne (ogni anno prima che le foglie degli alberi creino troppa ombra, si affretta a fiorire da nuovi ricacci delle sue radici striscianti creando un effetto tappezzante ).

Linneo dice anche che è velenosa, ma questo prima di lui lo dicevano anche Dioscoride e Plinio il Vecchio, due botanici ante litteram dell’antichità.

E allora, che ve lo dico a fare, non raccoglietela; fusti e foglie contengono “anemolo” un alcaloide che provoca irritazioni e vesciche.

Beh, in fondo nulla riguardo alle ferite profonde di chi è stato abbandonato o ha avuto delusioni amorose (come Anemone abbandonata da Zefiro).

… Ecco adesso ho capito perché questo fiore sta simpatico a molti di noi.

 

…. E CARIDDI ?

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NO, questa è proprio un’ingiustizia floreale.  Chi e perchè si è dimenticato di Cariddi? 

SI perchè di scilla ci si è ricordati dedicandogli un fiore della famiglia delle liliacee: la scilla bifolia  o giacinto selvatico.

Nell’antichità era nota con il nome di Skilla  (piccola cipolla con riferimento alla forma del bulbo). Ne parlano naturalisti greci come Teofrasto e Dioscoride e romani (Plinio il Vecchio). Linneo riprende il nome antico e ci aggiunge “bifolia” perchè la pianta ha due sole foglie, strette e glabre cioè lisce, prive di peli.

E il fiore? Spunta a fine inverno nei boschi facendo capolino tra le foglie morte ancora umide di pioggia o  di neve (suoi compagni sono il bucaneve e il dente di cane). Le spighe hanno un numero variabile di fiori azzurri tendenti al violetto con antere più scure (quasi ciglia passate con il mascara).

Diffusa in tutta Italia, Europa centro-meridionale e Caucaso, la scilla bifolia è una pianta molto comune che cresce nel suo ambiente con molti esemplari  ma in alcune regioni come l’Emilia Romagna, la Toscana  o la Liguria è pianta protetta e la raccolta vietata.

Ma è possibile proteggere un mostro marino? un mostro con sei teste di cane che afferrano e dilaniano i marinai che si avventurano tra le acque dello stretto di Messina?

Si, se pensiamo che prima Scilla era una bellissima ninfa trasformata in mostro per gelosia dalla maga Circe.  Ma lei almeno lei ha avuto giustizia.

Cariddi invece è condannata a ingoiare  il mare tre volte al giorno e poi a vomitarlo,  trasformata in mostro marino da Zeus, per non aver saputo trattenere la sua ingordigia ed aver rubato a Eracle i buoi di Gerione.

… e non ha neanche un fiore.