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LA PRINCIPESSA DELL’ ACQUA

Wow! E adesso che foto metto ? Quelle dove sfila in passerella o quella da bambina con il bidone dell’acqua sul capo? Quelle di un servizio fotografico o quelle dove lei fa scavare pozzi d’acqua per il suo villaggio?

Lei è Georgie. Sì ma non una Georgie qualsiasi bensì Gerogie Badiel. Miss Burkina Faso nel 2003 e Miss Africa del 2004.

Il Burkina Fasu, è l’ex colonia francese dell’Alto Volta, un paese molto povero dell’Africa occidentale, senza sbocco sul mare e compreso nella fascia del Sahel appena sotto il Sahara dove il deserto sta avanzando.

E’ un paese dove gli uomini fanno la guerra e le donne devono pensare all’acqua. Tutte, anche le più piccole.

E allora Georgie bambina si sveglia alle sei ogni mattina e cammina per ore per andare al pozzo tornare con una tanica d’acqua portata sulla testa e ogni volta chiede alla nonna : “Perchè l’acqua è così lontana?

L’acqua in questo come in altri paesi africani è un bene prezioso perchè molto scarso. Tanto per darvi un termine di paragone pensate che mediamente nei paesi occidentali ogni persona consuma 150 litri di acqua al giorno. L’organizzazione mondiale della sanità OMS ha fissato in 15/20 litri il fabbisogno minimo giornaliero in situazioni di emergenza e in 7 litri la quantità di sopravvivenza sostenibile solo per pochi giorni.

Bene in alcune zone del Burkina Fasu sono costretti a viver con solo 3 litri al giorno per persona. (impossibile usarla per lavare i vestiti o per l’igiene personale).

https://www.nrc.no/news/2022/may/burkina-faso-over-a-quarter-million-people-victims-of-new-water-war-in-peak-dry-season/

Ecco allora queste file di donne che camminano per ore sotto il sole con la loro tanica in testa e nel tragitto capita che vengano aggredite, stuprate, attaccate da animali selvatici.

Cosa poteva fare Georgie , diventata una modella famosa?

Ecco, pensare alla sua infanzia, a tutte quelle donne e alle loro fatiche quotidiane.

Così ha creato una Fondazione che ha scavato pozzi che oggi assicurano acqua potabile a 300.000 mila persone e finanziato progetti di formazione per ingegneri idraulici e corsi di igiene per migliaia di bambini.

Non riesco a immaginare la gioia di queste donne quando hanno visto sgorgare l’acqua dal nuovo pozzo così come non riesco a rendermi davvero conto di quanto l’acqua sia preziosa, abituato, come tutti, ad avere l’acqua semplicemente aprendo il rubinetto.

Ma i cambiamenti climatici stanno mettendo in seria discussione le nostre abitudini, gli sprechi e l’inquinamento delle acque e cominciano a farci capire che l’acqua non sarà più cosi facilmente disponibile soprattutto adesso che siamo nel pieno della peggiore siccità degli ultimi 70 anni.

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Forse anche noi, qui, abbiamo bisogno di una principessa dell’acqua che ci insegni ad usarla.

L’UOMO CHE FERMO’ IL DESERTO

Sahel in Burkina Faso (foto Michele Dotti)

Sapevo vagamente dove fosse il Burkina Faso  fino a quando non ho incontrato Soumaila un Burkinabè che vive da anni in Italia con la sua famiglia.

Ex colonia francese dell’Alto Volta  questa terra dell’Africa occidentale senza sbocco al mare è compresa nella fascia del Sahel minacciata dall’avanzamento del deserto del Sahara.

E’ stato Soumaila a parlarmi della “Vitellaria paradoxa“,  pianta tipica che cresce in tutto il Sahel da cui si ricava il burro di Karitè,  e chissà se a contribuire alla ricrescita di questa pianta è stato anche Yacouba Sawadogo: l’uomo che fermò il deserto.

Yacouba Sawadogo

La storia è lunga e inizia negli anni ’70  quando questo contadino cocciuto e paziente (Yacouba non ricorda un po’ Giacobbe?) recupera una vecchia tecnica colturale  africana: lo “zai”, che consiste nello scavare buche nel terreno e riempirle di sterco e resti vegetali così da fermare l’umidità delle poche piogge che cadono nel Sahel.

Semi di piante spinose rivestiti di sterco e per questo non appetibili ad uccelli o insetti, germogliano e aiutano a trattenere l’umidità, arrivano poi le termiti che scavano cunicoli nel terreno, contribuiscono a rendere il terreno più soffice e lavorabile, adatto ad accogliere altri semi e piante che sviluppandosi trattengono la sabbia del deserto, foglie che si decompongono e creano nuovo humus….

Qualcuno ha detto che questa storia ricorda molto da vicino quella di Elzéard Bouffier, l’uomo che piantava gli alberi, nell’Alta Provenza francese, migliaia e migliaia di ghiande di quercia che negli anni hanno creato una foresta, modificato il microclima di quella zona.

Certo bisogna essere un po’ pazzi, essere disposti ad essere considerati dei pazzi, e magari anche ad essere ostacolati, perseguitati come pare sia successo al nostro Yacouba.

Anche se è  diventato una celebrità e invitato a  conferenze e convegni  deve ancora lottare con il governo del suo paese che ha confiscato parte dei boschi da lui creati per un nuovo progetto di urbanizzazione.

Alcuni anni fa  è stato girato un documentario che racconta questa storia.

Purtroppo per noi, per molti, non c’è troppo da vantarsi,  se un umile contadino semi-analfabeta, è riuscito a fare questo basandosi su tradizioni e conoscenze empiriche,  ma il suo è un esempio ormai seguito da molti.

Tra questi l’agronomo  Venanzio Vallerani che ha studiato una tecnica di aratura a mezzaluna per produrre con l’aratro delle buche simili a quelle di Yacouba  e questo sistema è stato applicato in Burkina Faso e in altre regioni dall’Associazione svizzera “Deserto Verde”.

Un altro progetto è quello della muraglia verde del Sahel

qui i dettagli: http://www.corriere.it/ambiente/14_marzo_27/senegal-muraglia-verde-dove-c-era-deserto-211e1752-b5bc-11e3-88c9-f5f1afba752a.shtml

Ma insomma, ritornando a noi e alla siccità in Italia di questi mesi e alle estati sempre più calde, forse bisognerà cambiare qualcosa nelle tecniche di coltivazione  per far fronte all’avanzante deserto o tra qualche anno anche nella nostra penisola ci ritroveremo a crescere le piante del Sahel  A parte il Baobab o l’albero del Karitè, piante come il Nerè ( Parkia biglobosa) l’Acacia Seyal, l’Acacia mellifera o il Neem (Azadirachta indica).

Belle vero?  Ma ve ne parlerò più diffusamente una prossima volta.