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LA GRANDE SETE

Per raccontare questo lungo periodo di siccità che non accadeva, dicono da almeno 70 anni, potevo iniziare con le immagini dei fiumi in secca… come ho fatto,

potevo iniziare dalle foto delle colture bruciate dal sole e dai raccolti persi (come ho fatto anche qui),

potevo iniziare dalla sfilza di articoli di stampa sull’argomento apparsi sempre più negli ultimi tempi ma, tranquilli, ve ne metto solo alcuni in fondo a questo articolo.

Voglio invece parlarvi di due fatti che mi hanno toccato da vicino. Il primo è un articolo sugli effetti della siccità per le api: le piante di difendono dal caldo immagazzinando acqua e producendo meno polline, le alte temperature poi fanno appassire velocemente i fiori dando così meno tempo alle api per raccogliere il nettare per alimentare le larve nell’alveare e di nutrire adeguatamente l’ape regina e tutte le operaie.

Il gran caldo poi rischia di far colare la cera e di portare al collasso tutta l’arnia e la morte delle api. Gli apicoltori rimediamo come possibile con acqua e prodotti proteici ma quanto potrà durare?

Non solo quindi danni all’apicoltura ma la mancata impollinazione da parte delle api mette a forte rischio ancora una volta la biodiversità

https://www.informazioneambiente.it/gli-effetti-della-siccita-sullapicoltura-i-rischi-e-le-conseguenze-per-la-api/

Il secondo fatto che ho potuto constatare direttamente con i miei occhi è la sofferenza estrema che la grande sete ha prodotto anche in una “dryland” come la brughiera.

Fa una certa impressione vedere i cespugli di brugo “arrostiti” dalle ondate di calore, le piante di quercia rossa completamente seccate o altri alberi come il pioppo tremulo e il prunus con le foglie “appassite

Brughiera 2022

Un confronto con l’anno 2021 mostra molto bene la differenza e i danni prodotti.

Brughiera 2021

Ecco alcuni link di approfondimento come promesso (… o minacciato)

https://www.meteo.it/notizie/siccita-e-caldo-in-italia-incendi-triplicati-nel-2022-1ddc6eaa

https://www.raiplay.it/video/2022/03/La-grande-sete—Puntata-del-21032022-3732efd4-dc5b-4f72-86ec-384c00f51e54.html

L’UOMO CHE FERMO’ IL DESERTO

Sahel in Burkina Faso (foto Michele Dotti)

Sapevo vagamente dove fosse il Burkina Faso  fino a quando non ho incontrato Soumaila un Burkinabè che vive da anni in Italia con la sua famiglia.

Ex colonia francese dell’Alto Volta  questa terra dell’Africa occidentale senza sbocco al mare è compresa nella fascia del Sahel minacciata dall’avanzamento del deserto del Sahara.

E’ stato Soumaila a parlarmi della “Vitellaria paradoxa“,  pianta tipica che cresce in tutto il Sahel da cui si ricava il burro di Karitè,  e chissà se a contribuire alla ricrescita di questa pianta è stato anche Yacouba Sawadogo: l’uomo che fermò il deserto.

Yacouba Sawadogo

La storia è lunga e inizia negli anni ’70  quando questo contadino cocciuto e paziente (Yacouba non ricorda un po’ Giacobbe?) recupera una vecchia tecnica colturale  africana: lo “zai”, che consiste nello scavare buche nel terreno e riempirle di sterco e resti vegetali così da fermare l’umidità delle poche piogge che cadono nel Sahel.

Semi di piante spinose rivestiti di sterco e per questo non appetibili ad uccelli o insetti, germogliano e aiutano a trattenere l’umidità, arrivano poi le termiti che scavano cunicoli nel terreno, contribuiscono a rendere il terreno più soffice e lavorabile, adatto ad accogliere altri semi e piante che sviluppandosi trattengono la sabbia del deserto, foglie che si decompongono e creano nuovo humus….

Qualcuno ha detto che questa storia ricorda molto da vicino quella di Elzéard Bouffier, l’uomo che piantava gli alberi, nell’Alta Provenza francese, migliaia e migliaia di ghiande di quercia che negli anni hanno creato una foresta, modificato il microclima di quella zona.

Certo bisogna essere un po’ pazzi, essere disposti ad essere considerati dei pazzi, e magari anche ad essere ostacolati, perseguitati come pare sia successo al nostro Yacouba.

Anche se è  diventato una celebrità e invitato a  conferenze e convegni  deve ancora lottare con il governo del suo paese che ha confiscato parte dei boschi da lui creati per un nuovo progetto di urbanizzazione.

Alcuni anni fa  è stato girato un documentario che racconta questa storia.

Purtroppo per noi, per molti, non c’è troppo da vantarsi,  se un umile contadino semi-analfabeta, è riuscito a fare questo basandosi su tradizioni e conoscenze empiriche,  ma il suo è un esempio ormai seguito da molti.

Tra questi l’agronomo  Venanzio Vallerani che ha studiato una tecnica di aratura a mezzaluna per produrre con l’aratro delle buche simili a quelle di Yacouba  e questo sistema è stato applicato in Burkina Faso e in altre regioni dall’Associazione svizzera “Deserto Verde”.

Un altro progetto è quello della muraglia verde del Sahel

qui i dettagli: http://www.corriere.it/ambiente/14_marzo_27/senegal-muraglia-verde-dove-c-era-deserto-211e1752-b5bc-11e3-88c9-f5f1afba752a.shtml

Ma insomma, ritornando a noi e alla siccità in Italia di questi mesi e alle estati sempre più calde, forse bisognerà cambiare qualcosa nelle tecniche di coltivazione  per far fronte all’avanzante deserto o tra qualche anno anche nella nostra penisola ci ritroveremo a crescere le piante del Sahel  A parte il Baobab o l’albero del Karitè, piante come il Nerè ( Parkia biglobosa) l’Acacia Seyal, l’Acacia mellifera o il Neem (Azadirachta indica).

Belle vero?  Ma ve ne parlerò più diffusamente una prossima volta.