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PESCA COL CORMORANO

Non sono un grande esperto di pesca, neanche di quelle di beneficenza, credo di aver preso la lenza in mano una sola volta in un laghetto di pesca sportiva.

Allora perdonerete se questo articolo sarà punteggiato qua e là di luoghi comuni.

Io sapevo della pesca con la mosca o di quella col verme (vieni a pescare con noi…) ma di quella con il cormorano ancora non sapevo nulla.

E c’è da dire che il cormorano non si limita solo a farti compagni mentre peschi, ma ha una parte attiva anche perchè è un formidabile pescatore.

Diciamo che la pesca con il cormorano assomiglia un po’ alla caccia con il cane da riporto, o alla falconeria.

Ma come fanno i marinai… anzi i pescatori a evitare che il cormorano appollaiato sulla loro barca in attesa che i pesci vengano attirati dalle lampade nella notte, come fanno, dicevamo, ad evitare che il nostro cormorano si ingoi subitaneamente il pesce appena catturato?

Di aprirlo in due per tirare fuori il pesce non se ne parla nemmeno.

E allora?

I nostri valenti e furbi pescatori legano una cordicella attorno al collo del volatile per impedire che possa ingurgitare i pesci più grossi (gli altri ovviamente il cormorano se li pappa: è una specie di accordo commerciale;  a me i pesci grandi, a te i pesci piccoli).

Peccato o per fortuna,  questa alleanza tra uomo e uccello praticata largamente fin da tempi molto antichi nelle acque del sud-est asiatico  ma anche nell’antica Grecia, si è ridotta ad una attrazione per turisti.

Una forma di spettacolo non prevista dalla SIAE.

Per saperne di più: PESCA UKAI CON IL CORMORANO

AFRICA, GIAPPONE E OMBRE CINESI

 

La fantasia è importante,  anche se non è al potere.  E’ qualcosa che  apparentemente di allontana dalla realtà e invece è proprio il contrario.  A volte ti aiuta a comprenderla meglio.

Così accade che in una passeggiata nei boschi  si facciano incontri che ti portano molto lontano da dove sei in quel momento…

Parcheggiata l’auto nel piazzale di una vecchia trattoria con vista sul ponte canale di una centrale idroelettica, ci inerpichiamo per pochi ripidi tornanti fin sull’altopianto di villette con giardino dove Camelie e Gelsomini di S. Giuseppe regalano un tocco di colore…

siamo ancora in Europa,  ma per poco, ancora.

Eccoci già in discesa verso l’ansa del fiume che conosciamo bene con i suoi ghiaioni immensi, oggi un po’ meno estesi perchè il fiume, anche se la piena sta diminuendo è ancora molto ricco di acque.

La foschia leggera regala quadri ottocenteschi.

Le foglie per terra ci guidano come una mappa botanica  al riconoscimento di alberi altrimenti senza nome.

Terra, acqua, alberi e sassi, qualche cormorano appoggiato a una secca del fiume che scende sinuoso in piccole rapide scintillanti di luce.

Ecco, la luce sfiora le querce dai tronchi contorti, cresciute sui sassi di questo “dosso”, per un momento, senza prevederlo, siamo quasi trasportati in Africa ai bordi del deserto  dove ogni essere vegetale (e animale) deve aggrapparsi con tenacia al poco che trova per sopravvivere.

Ma non è finita qui, perchè basta girare lo sguardo da un’altra parte che subito ti sembra di essere in Giappone,  con quel suo senso estetico così riconoscibile  ed elegante  e quasi dimentichi che quei ghirigori nel cielo sono umili frutti seccati su una pianta di orniello (anche lui contorto ma bello esteticamente secondo certi canoni).

Orniello, frutti

No, però a noi non basta, camminiamo sul sentiero ondeggiante che la piena  ha riempito di sabbia, sabbia finissima, impalpabile, più fine di quella marina.

Il sole ormai tramonta,  allunga le ombre, anche le nostre così non resistiamo…

Ci avevano distratto è vero, i voli frenetici dei codibugnoli, i fusti dritti e argentei dei bagolari, i loro rami spogli, palestra di parkour per questi uccelletti  ma poi tornando con gli occhi a terra,  eccoci qui con le nostre ombre proiettate sulla strada, sul muretto di sassi che tiene a bada la collina:

un selfie di ombre cinesi.

CIPRESSO CALVO

 

Anche i cipressi soffrono di alopecia ?

E’ una nuova malattia dovuta ai cambiamenti climatici?

NO, il nostro Cipresso calvo ovvero Taxodium distichum, si chiama così perchè d’inverno perde gli aghi dei rametti laterali e quindi appare un po’ spoglio.

Ma non è questa l’unica particolarità di questa pianta, Infatti l’altra sua caratteristica, a parte la base del tronco a zampa di elefante che lo fanno sembrare un albero degli anni ’70,  l’altra caratteristica sono i ginocchi.

I ginocchi?

Ma sì,  gli pneumatofori !  Chi non ne ha mai sentito parlare?

Questa conifera delle famiglia delle  Cupressaceae, si chiama anche Cipresso delle paludi perchè  il suo habitat sono le paludi e le rive paludose di fiumi e laghi.

Laghetasc Brebbia

Originaria degli Stati Uniti sud-orientali è arrivata in Europa nel XVII secolo e qui è utilizzata principalmente a scopo ornamentale.

Infatti gli aghi prima di cadere si colorano di un bel rosso/marrone.

E i ginocchi?

Gli pneumatofori (dal greco pneuma (soffio) e fera (portare) sono delle radici modificate che catturano l’ossigeno portandolo alla pianta perchè nelle paludi il terreno è povero di ossigeno.

pneumatofori Taxodium distichum

Quando invece le radici della pianta trovano abbastanza ossigeno   i ginocchi non si formano.

Ecco allora perché non li ho visti sugli esemplari che crescono in riva al lago di Comabbio!

Cipressi delle paludi Parco Sempione Milano

Mi dicono invece che i pneumatofori ci sono negli esemplari al Laghetasch di Brebbia  e li ho visti dal vivo al Parco sempione di Milano (dove  i cipressi calvi sono stati piantati ai bordi del laghetto vicino al monumentale Noce del Caucaso)  e in altre paludi che adesso non ricordo…

ma dalle quali per fortuna sono uscito.

 

L’ALBERO APPESO

Adam Lowe – Ulivo secolare – scultura in bronzo

Volevo quasi scrivere “l’albero impiccato”.

Sì, impiccato ad un altro albero, strangolato da piante parassite, strappato via dal vento oppure corroso piano piano al suo interno da funghi e insetti xilofagi.

NO, però quest’albero non è come quel burattino impiccato in una notte buia dal Gatto e dalla Volpe.

E’ così, sospeso, in aria,  imbalsamato, simulacro di sé stesso, scolpito nel bronzo.

A giant bronze olive tree hanging from the roof of the Mercato del Duomo food store in Milano, Italy. The sculpture is by British artist Adam Lowe, who used secular olive trees as a cast.

Siamo nel bel mezzo di quella che una volta era (o forse è ancora) la “Milano  da bere” un negozio  con affaccio sulla Piazza Duomo, insomma siamo al centro, così al centro che più al centro non si può.

Sotto, nelle “catacombe” c’è lo “store” di libri Feltrinelli e sopra tra marmi, scale mobili e vetrate troviamo il “Mercato del duomo”: bar, ristorante, mercato dei prodotti della terra… insomma una “fucina di esperienze culinarie”  come recita il “claim” più glam del glamour (cit. Briatore/Crozza).

E all’ultimo piano la terrazza Aperol (Ah ecco dov’era finita la Milano da bere) .

In tutto ciò il nostro povero albero occupa è vero un posto centrale;

lo vedi, salendo, dal basso, dalla parte delle radici, poi arrivi all’altezza del tronco, infine lo squadri dall’alto quando ormai hai finito l’ascesa.

L’idea è dell’artista internazionale Adam Lowe: l’ulivo secolare, riprodotto a grandezza naturale, è il simbolo della cultura eno-gastronomica mediterranea e del contatto con la terra, celebra la ricchezza e la freschezza delle materie prime che è possibile trovare in questo luogo  aperto in seguito a Expo 2015 ispirandosi a questi principi.

Ma c’era proprio bisogno di ridurlo così?  (neanche la silella…)

E poi ogni albero  in carne e ossa (ovvero linfa e alburno… e clorofilla) è già di per sé un’opera d’arte.

OGNI PERSONA CHE PASSA NELLA NOSTRA VITA

Ogni persona che passa nella nostra vita è unica.

Sempre lascia un po’ di sé e si porta via un po’ di noi.

Ci sarà chi si è portato via molto,

ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla

Questa è la più grande responsabilità della nostra vita

e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso.

 

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“Cada persona que pasa por nuestra vida es única.

Siempre deja un poco de sí y se lleva un poco de nosotros.

Habrá los que se llevarán mucho,

pero no habrá de los que no nos dejarán nada.

Esta es prueba evidente de que dos almas no se encuentran por casualidad”

      Jorge Luis Borges

MARRONE

Ticino e incile Naviglio Grande

Qualcuno potrebbe pensare che è un colore triste.

Io penso di no, specie riflesso nelle acque dei fiumi, dei laghi, oppure accompagnato dall’azzurro del cielo, delle piume bianche dei cigni.

Lago di Comabbio
Cigni nel canneto

Guardate queste foto, scattate tutte in inverno, in momenti diversi.

Giornate limpide e senza neve, ugualmente belle che testimoniano la bellezza dell’inverno. (La natura che vive anche d’inverno)

Per ognuna potrei raccontare una storia, ma non adesso.

Un giorno forse lo farò.

Intanto Vi lascio  alle immagini   (e alle relative didascalie)

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BLACK FRIDAY

I rami, i tronchi sono neri di pioggia, (allora ci siamo, siamo perfettamente in linea: il giorno e il colore coincidono con con la nuova grande festa inventata dalla società dei consumi).

No, qui c’è anche il bianco delle nuvole, l’azzurro del cielo,  i marrone e la ruggine delle foglie (Rust never sleeps, come cantava il buon vecchio Neil Young).

Qualche caco che nessuno ha colto  è ancora aggrappato alla pianta, il cielo sembra penetrare tra i rami.

Le foglie tappezzano la strada.  Bagnate, pesanti, ci passi sopra e non fanno rumore. Sono foglie di quercia rossa con lobi appuntiti  e foglie di farnia (Quercus robur) a lobi arrotondati.

 

Gli alberi le hanno lasciate andare incontro al loro destino e loro aspettano il sole che le asciughi, il vento che le porti via.

Ma un po’ sono rimaste sui rami a disegnare acquerelli, ghirigori, ragnatele (le querce spesso lasciano andare le ultime foglie dell’anno prima quando sono pronte per spuntare quelle nuove).

 

Qualcuna si concede un ultimo momento di gloria su un catino di acqua piovana, un bidone ruggine (si Neil Young , sempre lui) finito chissà come nel bosco.

Rust friday, allora ma anche white and blue, sicuramente wonderful oppure soltanto  MERAVIGLIOSO.