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DIVIETO DI SOSTA

NO perchè i cartelli è bene osservarli.

E se li c’è un cartello vuol dire che qualcuno ce l’ha messo, e se ce l’ha messo vuol dire che c’era un motivo… forse, una volta…

Si perchè adesso quel cartello grida tutta la sua inutilità, sancisce un diritto che da anni nessuno più esercita, uno spreco, come quelli che pur avendone diritto non vanno a votare.

E se da tempo nessuno passa più di qui vuol dire che qualcuno ne può approfittare come per esempio questa vite canadese (Parthenocissus quinquefolia).

Vite canadese

Avete provato a dargli la multa?  Non ha neanche il numero di targa !

Lei è stata la prima ma poi anche altri si sono accorti che potevano fermarsi lì impunemente.

E’ il caso di queste lattughe: la lattuga spinosa (Lactuca serriola) e sua cugina la lattuga dei boschi o Lactuca muralis. A dire il vero quest’ultima cosa non l’ho capita bene.

Lattuga spinosa

E’ dei boschi o dei muri? (Forse che nei boschi ci sono i muri? Si, a volte mi è capitato di incontrarne)

Questa versione però mi pare più “muralis” anzi decisamente muralis;   nei boschi se ci andrò la prossima volta ci farò caso se la vedo.

Queste lattughe sono così scrause che nessuno sospetterebbe che siano anche a scopo alimentare e invece sì, perlomeno le foglie giovani, anche se con tutta evidenza queste piante assomigliano molto ai ragazzacci che si fermano a giocare in strada (con tutto il rispetto per la strada) e che non si muovono da lì neanche con la minaccia di chiamare i carabinieri.

Per fortuna ad addolcire il tutto c’è anche la Cespica annua (Erigeron annuus) un’altra asteracea con fiori simili a piccole margherite ma con steli molto più alti e con petali molto molto sottili.

Cespica annua

Anche lei qui in barba al cartello, anzi forse proprio per quello, quasi fosse una sfida, tanto non deve neanche mettere il disco orario  (o annuo) è una pianta annuale, ha un tempo limitato e poi se ne andrà.

Intanto però, come diceva un mio vecchio amico, laddove l’aridità, l’incuria, l’abbandono sembrano prevalere, la natura piano piano riconquista i suoi spazi e genera nuova bellezza.

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ARBUSTORUM INTERRUPTA

Eristalis arbustorum

Tranquilli;  non si tratta di una imprecazione in latino (ci avrei messo il punto esclamativo alla fine, non vi pare?)

E non si tratta neanche di una di quelle frasi celebri tipo “Tu quoque Brute fili mi!” reminiscenza scolastica non solo di quelli che hanno fatto il liceo classico.

Potrei aggiungere qualche termine alla litania che così diventerebbe: arbustorum, interrupta, tenax, pertinax…

Evocazione sonora di un rosario biascicato da vecchiette con il velo nero in una chiesa  barocca (troppo scontato, vero?)

E allora?

Se ancora aggiungiamo: intricarius, horticola, trasversa, forse si incomincia a capire che si tratta di insetti e precisamente di ditteri della grande famiglia dei Sirphidi e dentro a questa al nucleo delle Eristalis

Eristalis horticola
Eristalis tenax

Uffa, di mosche, sempre di mosche ci parli ! Dirà qualcuno.

No, è un po’ che non torno sull’argomento.  Ma preferite forse le zanzare?

In ogni caso si tratta di mosche molto particolari.  Ditteri, ovvero insetti con due ali, che hanno avuto la bella idea di camuffarsi da api un po’ come tutti i Sirphidi.

La più famosa è la Myathropa florea o “mosca Batman” dal caratteristico disegno di pipistrello sull’addome.

Myathropa florea

Le Eristalis invece potremmo invece chiamarle mosche con la clessidra. Scura su fondo chiaro, chiara su fondo scuro, più o meno evidenziata.

Si assomigliano tutte un po’ tranne la intricarius che è più pelosetta e  questo antico strumento per misurare il tempo “tatuato”  sull’addome  le distingue da altre famiglie di insetti.

E se il tempo scorre senza fermarsi mai cosa è “interrupta” in queste mosche?

L’ACQUA GLI ALBERI E IL CIELO

Dobbiamo dire grazie al ghiacciaio se adesso possiamo navigare in queste acque azzurre.

(Infatti questo lago, il Lago Maggiore o Verbano è un lago di origine glaciale).

Certo non siamo soli, molte altre persone ci accompagnano, parlano lingue diverse, ma hanno lo stesso stupore.

L’acqua e il cielo si confondono e le nuvole li prendono per mano, flirtano i raggi del sole (no non è un errore di battitura) ma noi che ci facciamo qui?

Siamo confusi tra la folla dei turisti mordi e fuggi, tra coloro che cercano la meraviglia ma vanno troppo di fretta  per accorgersene.

IL giro prevede la visita  di alcune piccole isole che spuntano in mezzo al lago,  nel punto dove il lago è più vasto, che sono diventate base di pescatori e poi di una ricca famiglia di nobili e cardinali (i Borromeo) che le hanno abitate a lungo, arricchite con specie di alberi e animali esotici  e adesso si sono trasferiti in posti più tranquilli senza dimenticarsi prima di attrezzare le loro proprietà anche di robusti cancelli e di biglietterie  (il bello si paga).

Isola Madre
Isola dei Pescatori

Ma torniamo a guardare fuori dal finestrino del battello: tutto l’azzurro è azzurro, azzurre le montagne, azzurre le nuvole.

Gli alberi no, gli alberi sono ancora verdi, vista la stagione e questi così scenografici e sensibili e simpatici, piantati su questa lingua di terra fanno da sfondo, anzi da quinta al panorama classico della regione italiana dei laghi.

Sono tra i pochi, su queste isole, senza cartellino della specie; forse per questo mi stanno simpatici  o forse è perchè stanno tra la terra e il cielo (in questo caso tra l’acqua e il cielo) come tutti gli alberi del resto.

 

Sono contento.

Sono riuscito a catturare un po’ della meraviglia che cercavo,  che mi segue come una scia sull’acqua mentre piano piano l’isola si allontana.

Isola Bella

 

SFINGE COLIBRI’

Allora,  in questa storia sono coinvolti molti personaggi, alcuni dei quali insospettabili.

 

Un animale fantastico legato ai miti dell’antichità, con il corpo di leone e la testa umana o di uccello  (la sfinge)

Grande sfinge di Giza

IL formaggio, ovvero la pianta che veniva usata un tempo per far coagulare il latte e farlo diventare il prezioso alimento (il caglio)

Galium verum

Un santo o meglio la sua lingua oggetto di un tentativo di furto vero nel 1991 e poi di un furto cinematografico nel 2000  (S. Antonio di Padova e il film  “La lingua del  Santo”  di Mazzacurati.

Basilica del Santo – Padova

Un uccellino sudamericano instancabile dal lungo becco e dal velocissimo battito d’ali (il colibrì)

Colibrì

E infine in questa storia c’è anche una falena ovvero  la Sfinge colibrì ovvero  Sfinge del caglio, ovvero Uccellino di S. Antonio.

E dunque, come si sarà capito questo animaletto è semplicemente è una farfalla anche se, vedremo, un po’ particolare.

Tecnicamente sarebbe una falena ma contrariamente a queste ha abitudini diurne e crepuscolari ma non possiamo nemmeno definirlo come falena diurna.

IL suo nome scientifico è Macroglossum stellatarum; macroglossum vuol dire lingua lunga (no, non nel senso che va in giro a diffondere i segreti di tutti) ma perchè ha una spirotromba particolarmente sviluppata e che inserisce con fulminea rapidità nei calici dei fiori per succhiarne il polline.

Sfinge colibrì

La rapidità è anche quella del suo battito d’ali (circa 200 al secondo) croce e delizia di tutti i fotografi che cercano di immortalarlo.

Infatti si nutre senza posarsi mai sui fiori in un volo furioso ma anche capace di stare fermo sospeso in aria un po’ come altri insetti quali le libellule o  i sirfidi , come  alcuni pipistrelli  e ovviamente i colibrì ai quali lo fanno assomigliare anche il corpo tozzo e le dimensioni

Il bruco invece si ciba principalmente sulle piante del caglio (Galium verum ) da qui il nome di Sfinge del Caglio.

Bruco di Macroglossum stellatarum

E’ una farfalla migratrice diffusa in tutta l’Eurasia del sud e nel nord-Africa ma mi dicono che potrebbe anche svernare in casa vostra nascosta in qualche anfratto come altre specie di farfalle e (purtroppo) le cimici.

Mi dicono anche che vederla porta  fortuna e da questo punto di vista sono più fortunato del “ragazzo fortunato” di Jovanotti.

Sfinge colibri su zinnia

 

 

BARBA DI CAPRA

Aruncus dioicus – Barba di capra

La barba delle capre è un particolare anatomico che  ha sempre colpito la fantasia degli uomini tanto da trasferire spesso i paragoni dal mondo animale a quello vegetale.

Lo sa bene l‘Aruncus dioicus che da un giorno all’altro  (no in realtà da tempi molto antichi) si è sentito affibbiare questo appellativo, insieme a molti altri per dovere di cronaca, infatti lo chiamano anche Barba di Giove, Asparago di monte, Erba canona, Coda di Volpe, Gambe rosse e Asparago di bosco.

E con tutti questi nomi anche lui non se li ricorda sempre tanto che a volte quando lo chiami non si gira.

Va bene. Quello che sappiamo è che si tratta di una pianta perenne dioica: cioè i fiori maschili e quelli femminili si trovano su due piante distinte (ci penseranno poi le api a farli incontrare). Poi, ma questo è più difficile da credere, a prima vista, è che appartiene alla famiglia delle Rosaceae.

Germogli di Aruncus dioicus

Infine i suoi germogli giovani sono commestibili, infatti viene chiamato asparago perchè i suoi giovani getti rossastri sono colti e consumati come fossero asparagi selvatici.  Attenzione però, la pianta da adulta è velenosa per la presenza di un glucoside cianogenetico (per chi ama le parole difficili)

Germogli di Aruncus dioicus – Asparago di montagna

Il suo habitat si è capito sono le zone ombrose dei boschi di montagna tra 500 e 1500 m slm nelle zone temperato-fredde di Europa Asia e America settentrionale)

Fiorisce tra giugno e luglio con vistose infiorescenze a pannocchia colore bianco crema ma in Italia non più a sud della Toscana

E quando i monti sorridono anche gli Aruncus come le caprette salutano Heidi,

“Ciao !! ”

 

IL GRILLO E LA LUNA

I grilli e la luna – Foto by Alfonso Roberto Apicella

C’è un grillo, uno solo, che viene a trovarmi ogni notte da un po’ di notti a questa parte.

Il suo cri-cri cadenzato e regolare fa vibrare l’aria,  regala profondità al buio (e anche a queste notti di luna piena).

Non so perchè ha scelto proprio me.

Pinocchio, grillo e la luna – Massimo Pantani

Avrò detto senza accorgermi qualche bugia?  Non mi pare che il  mio naso  si sia allungato.

NO, però adesso che ci penso quel grillo lì, quello che fa le prediche nella favola di Pinocchio è il grillo domestico o grillo del focolare

Grillo del focolcare – Acheta domestica (m)

Questo invece è un grillo campestre  o almeno, così intuisco (è buio, perdonate).

Un maschio di grillo campestre davanti all’ingresso della sua tana. © Ingo Stiegemeyer
Grillo campestre (m) photo by Ingo Steigemeyer

Di sicuro però è un maschio perchè è’ solo il maschio che canta sfregando  tra loro le ali anteriori per attirare la femmina con chiari intenti di accoppiamento.

I grilli appartengono alla famiglia degli Ortotteri come le cavallette dalle quali si differenziano per il corpo più tozzo, le abitudini diurne e e non gregarie  (vedi differenze tra grilli e cavallette)

Quindi il grillo non è solitario ma (per ora) è single  e da qualche parte qui vicino ci deve essere anche la femmina (silenziosa) altrimenti il grillo maschio che canta a fare.

Certo la sua è una serenata fatta di una sola nota cioè monotona come dice la parola stessa.

Chissà la povera femmina come si annoia a sentire questo richiamo tutta la notte (mi sa che, se cederà, cederà per sfinimento).

Sicuramente sono più varie le serenate dei gatti (e spesso per noi fastidiose, ma per fortuna sono un paio di volte all’anno).

E meno male che qui non siamo a Napoli perchè, come racconta la mia amica Daniela, nel periodo dei matrimoni proprio non si può dormire  causa le serenate notturne fatte anche da musicisti professionisti ingaggiati apposta dall’innamorato per fare bella figura con la sua amata e  futura sposa.

Tour Valle inferno – Vesuvio con la luna piena

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Il grillo sta cantando da qualche parte ma non riesco a capire dov’è;  dicono che la frequenza della sua nota abbia  una lunghezza uguale alla distanza che c’è tra il nostro orecchio destro e il sinistro  ed è per questo che ci confonde.

Di solito però lui canta davanti alla sua tana, un cunicolo scavato sotto terra lungo circa mezzo metro che sbuca in un un ampio “monolocale”.

Devo fare una piccola indagine domani mattina per vedere se la individuo o forse meglio di no, meglio mantenere il mistero.

Per quante notti canterà ancora il grillo?

Fino a quando non raggiungerà il suo scopo, verrebbe da dire. Fino ad allora continuerà il suo cri-cri se le notti d’estate continueranno ad essere calde…. con o senza luna.

Luna tra le guglie del Duomo di Milano

 

 

 

 

 

 

LUPINUS IN FABULA

E’ una storia questa dove Cappuccetto rosso non c’entra nulla e forse neanche il lupo.

La nonna invece ce la vedo bene non fosse altro perchè le nonne sono sempre state famose per preparare piatti prelibati.

E’ una storia che parte dall’antico Egitto e finisce in California  passando per le regioni del sud Italia…

Il lupino è una piante erbacea della famiglia delle leguminose e fin qui niente di strano, è in buona compagnia… in qualsiasi parte del mondo vada trova suoi parenti (un po’ come gli italiani)

Lupino bianco: Photo by Pancrazio Campagna

In più c’è da dire che è una leguminosa da granella, e anche qui tutto normale. Le leguminose da granella sono state per secoli il piatto principale di molte popolazioni e in alcune zone lo sono ancora

Così che pare superfluo citare ad esempio i fagioli, i piselli, i ceci, le fave, le lenticchie

L’uso dei lupini a scopo alimentare è molto antico e  prova ne è il ritrovamento di alcuni semi nel corredo funebre dei faraoni d’Egitto.

Ma veniamo in tempi più recenti e cambiamo anche zona.

Nel sud Italia la sua coltivazione per l’alimentazione umana è durata più che in altre zone per la facilità di adattamento di questa pianta a terreni poveri e per la sua poca esigenza di acqua.

(era carica di lupini la barca che naufragò facendo morire il figlio di padron ‘Ntoni, nel romanzo ” I Malavoglia “ di Giovanni Verga)

Lupini lessati e poi fatti cuocere come polpette di patate oppure ridotti in farina per utilizzarli nelle frittate oppure ancora lupini in salamoia consumati a fine pasto come snack fanno ancora parte della tradizione in molte parti d’Italia.

 

Oggi però il suo principale utilizzo è legato alla pratica del sovescio con il quale si intende arricchire il terreno con l’azoto che rilascia.

Quindi in Italia troveremo principalmente il lupino bianco, specie euroasiatica e tra le più comuni assieme a quello giallo e quello viola.

Lupino Giallo
Lupino bianco

Ma se dai campi ci spostiamo nei giardini notiamo un fiore che, a partire dalle foglie pluripennate e pelosette e passando poi per la spiga fiorita assomiglia a un lupino, anzi no, non assomiglia, è proprio un lupino.

Ma come?

Pare proprio una ragazza di campagna che si è trasferita in città, ha lasciato gli zoccoli e si è messa i tacchi a spillo .

Il mistero è presto svelato. Si tratta di una diversa specie di lupino, ovvero di numerose specie e cultivar  (Lupinus polyphyllus ovvero lupino da fiore) per lo più di origine  americana e spesso californiana che oggi vengono utilizzate a scopo ornamentale.

Eh si sa, in California sono sempre stati più glamour che nel resto del mondo e così anche le piante che vengono da lì hanno capitalizzato questo vantaggio competitivo. (Anche se nella foto qui sotto siamo in Nuova Zelanda)

Ma noi abbiamo un asso nella manica: la lupinella.

E’ per così dire la sorella minore del lupino. E’ autoctona e prima dell’avvento dell’erba medica  (concorrenza interna tra leguminose) veniva utilizzata nelle campagne come cibo per gli animali e anche lei per il sovescio.

Lupinella comune

Allora, lei non è ancora entrata nei giardini nobiliari, però è così graziosa con quella spiga rosa confetto che qualcuno un giorno la inviterà al ballo (dei fiori in primavera) e forse lei scapperà perdendo una scarpetta prima che la carrozza si trasformi in una zucca.

Ma Lupinella è davvero diventata una favola.  In questo libro di Giuseppe Festa illustrato da Mariachiara Di Giorgio per l’Editoriale scienza, si racconta  ai bambini la vita di una lupa nei boschi delle Alpi.

Per chi vuole approfondire:

Lupini