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ERBA TALPA

Euphorbia catapuzia

Dovrò provare.

Non sono tanto le talpe che mi danno fastidio, anzi, mi sono simpatiche.

Il mio problema sono i grillotalpa perchè ogni tanto nell’orto mi trovo qualche piantina risucchiata sotto al terreno, le radici ormai completamente divorate.

Ma ecco il rimedio eco-bio-dinamico compatibile!

L’Euphorbia catapuzia! ( in inglese Caper spurge; gli scienziati invece la distinguono tra tutte le altre euphorbie  dandogli il nome di lathyris ma per farla breve tutti la chiamano Erba talpa)

euphorbia catapuzia

E’ una pianta appariscente, quasi ornamentale, come capita ormai spesso a molte euphorbie utilizzate a questo scopo.

Ma tra le sue caratteristiche c’è anche quella di avere un odore sgradito alle talpe, a quei ciechi divoratori di radici dei grillotalpa e (mi dicono) anche ai topi.   O, se preferite, è possibile utilizzare allo stesso scopo la fritillaria, il ricino o l’aglio.

E’ una pianta biennale bella slanciata che supera il metro di altezza con foglie lancelolate e glabre (prive di peli) tutte attaccate al fusto; come altre euphorbie , se spezzata, secerne un latte bianco caustico.

Ma noi non la spezzeremo, ovviamente, e staremo anche attenti a lavarci le mani dopo averla toccata perchè tutta la pianta è velenosa, sebbene in passato fosse usata anche come potente lassativo.

Euphorbia catapuzia

E qui mi tocca citare ancora Paracelso quando affermava che tutto è veleno e niente è veleno: è la quantità che fa la differenza.

Ma c’è un’altra caratteristica interessante di questa pianta, comune peraltro a molte altre tra le quali le balsamine (impatiens) e il cocomero asinino, e cioè la modalità di spargimento dei semi.

I frutti tripartiti (capsule tricocca) simili a piselli (lathyris),  sono  infatti deiscenti cioè a maturazione”si aprono di scatto e “sputano” con violenza i semi fino a una distanza di qualche metro.

frutti euphorbia catapuzia

Quasi come la navicella di ritorno dallo spazio che sputa fuori gli astronauti (Vero Samantha?)

Se non ci credete provate a guardare questo video

Il video delle piante che esplodono

 

 

SHARAPOVA

 

La siberiana dagli occhi di ghiaccio,  e dal rovescio a due mani,

Chi non l’ha ammirata mentre rincorreva una pallina scagliata con forza dalle sue avversarie?

Già;  Siberia.  un nome che suscita emozioni contrastanti.  Bellezze sconfinate e gulag, temperature  sotto zero spacca tempie e treni”trans” che arrivano all’altro capo del mondo come se fossero davvero due mondi: uno di qua e un’altro di là degli Urali.

E’ così anche lei;

la nostra bella (ex) tennista è di una bellezza diversa da quella più muscolare delle sorelle Williams, un fiore raro, si sarebbe detto.

E invece c’è un fiore che arriva dalla Siberia come Maria Sharapova, che non è affatto raro.

Si tratta dell’Iris sibirica, una pianta della famiglia delle Iridiaceae che vanta molte specie (e molti cultivar).

Iris Sibirica

Intanto Iris deriva dal greco e significa Arcobaleno perchè questo fiore nelle sue diverse varietà assume sfumature infinite poi, appena si incomincia a conoscerlo meglio si scopre che ci sono Iris tuberosi e bulbosi, barbati e non barbati e che per scoprirli tutti bisogna fare il giro del mondo (o quasi) come se ci fossimo iscritti ai tornei di tennis del Grande Slam.

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Il primo match lo giochiamo in casa di Maria  con l’Iris Sibirica, un iris di un viola bello carico come un ombretto sulle palpebre. E’ un iris tuberoso  che si trova a volte spontaneo specie nei terreni umidi o vicino all’acqua ed essendo siberiana sopporta bene il freddo, in Italia è presente allo stato selvatico solo nelle regioni del Nord.

Iris sibirica

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Adesso andiamo a Francoforte dove Maria deve gareggiare in bellezza con l’Iris germanica, è una pianta costruita in laboratorio con molti incroci e questo gli ha dato mille sfumature, mille possibilità di gioco (palla lunga, smash, pallonetto, smorzata…)

Fa parte della famiglia delle  iris tuberose (anche barbate) e la sua caratteristica è la differenza ben marcata di colore tra i  3 tepali interni eretti (perigonio)  i 3 esterni (ali).

Il fiore grande e la notevole resistenza al freddo ne fanno uno dei migliori concorrenti del circuito

Una menzione però va fatta anche ai Fiorentini (Ghuelfi o Ghibellini) che asseriscono essere questo (il giaggiolo fiorentino) il fiore del loro vessillo e non il giglio.

Iris fiorentina

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La prossima tappa  è  Wimbledon in Inghilterra dove a sfidare Sharapova in finale è una spagnola... naturalizzata olandese.

Infatti l’iris Hollandica è una varietà originaria della Spagna (Iris  xiphium detto anche Lirio de campo)  che poi si è trasferita  in Inghilterra, ma sono gli olandesi che l’hanno allenata, irrobustita,  creando questa cultivar.

Iris xiphium

Si tratta stavolta di un’iris bulbosa  come l’iris reticulata, originaria del Caucaso e della Turchia. (La varietà Natasha ha delle sottili venature celesti sui petali… e la barba gialla)

Iris reticulata Natasha

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Ma c’è un’altra Iris che Maria deve sfidare, un iris che ha una sua storia tanto da essere nominato dal Re di Francia  Flor de lys. Si tratta del Giaggiolo acquatico (Iris pseudacorus) e il terreno della sfida è ovviamente il Roland Garros  ma potrebbe essere anche il Foro italico a Roma, infatti questa pianta cresce  anche sulle rive del Tevere.

Certo con questo Giaggiolo acquatico il confronto è più difficile perchè se il terreno è umido è più difficile far rimbalzare la palla e gli occhi di Maria diventano lucidi come due fiori bagnati dalla rugiada.

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Però non c’è tempo per i rimpianti, per una finale persa, dobbiamo andare subito in America, a Flushing Meadows per l’ultimo torneo del Grande Slam.

Qui Maria dovrà sfidare  una giapponesina dalla gonna plissettata, come si usava un tempo. Il suo nome è Iris Japonica e  i suoi fiori si distinguono perchè hanno i bordi sfrangiati (Lei si fa chiamare anche Evansia, infatti le evansie sono la terza grande famiglia degli Iris e sono detti anche fiore farfalla; non è difficile immaginare perchè).

Forza, resistenza, bellezza, profumo, adattabilità a tutti i terreni, in realtà non c’è partita tra Maria e Iris l’arcobaleno, simbolo del legame tra l’uomo e il cielo, figlia di un titano e di una ninfa, messaggera di Zeus.

 

GRATTALEGNO

 

Vespa della carta

Al ladro, al ladro!

Qualcuno mi sta grattando il legno dei pali della vigna, nel senso di rubarlo, portarlo via.

Certo io non gli ho dato il permesso ma in questo caso non lo considererei un furto.

Diciamo piuttosto che si tratta di una cessione benevola.

Ma loro, i ladri, o meglio, le ladre, chi sono?

Sono delle vespe  e più precisamente le vespe della carta  ( Polistes dominula, Polistes gallicus  ) e si capisce perchè si chiamano così.

Polistes dominula

Quelle fibre sottili impastate con la loro saliva  una volta seccate diventano un robusto cartoncino (tipo quello che si usava un tempo per le uova  e per insonorizzare le sale prove delle band giovanili negli scantinati.

nido vespe della carta

A differenza di altre vespe che fanno il loro nido nel terreno o in cavità di alberi (Vespula germanica), le vespe preferiscono manufatti dell’uomo ( tegole dei tetti, interno di tubi di ferro…) esposti al sole ma riparati dalle intemperie;  poi ci sono le vespe  vasaio o muratrici (Sceliphron  spirifex) che invece il nido lo fanno con la terra a forma di vaso  (sembra quasi la storia dei tre porcellini, quale sarà il nido più resistente?).

Magari non raggiungono l’eccellenza delle api con le loro cellette esagonali perfette,  ma anche le vespe sono ottimi architetti; sicuramente le loro costruzioni non hanno niente da invidiare alle Vele di Scampia o alla Nuvola di Fuksas  o alla città delle Arti e delle Scienze di Calatrava  a Valencia.

Come la Vespula germanica, dalla quale si distingue non per il colore ma per le dimensioni, la Polistes dominula difende il nido e attacca anche l’uomo se si avvicina a meno di un metro  (questo anche prima del coronavirus)  ma lei, lontana dal nido è una tipa tranquilla, anche se è bene ricordare che le femmine hanno il pungiglione, e se non viene disturbata non è aggressiva.

Ecco allora perchè posso guardare senza timore  questa ladra mentre mi prende (pick up) qualcosa che in questo momento non mi serve  anche se in realtà mi indispettisce  un po’ che non mi abbia chiesto il permesso.

vespa della carta – Polistes gallica

L’ha proprio pizzicato (piqué in francese) quel legno;  che poi pizzicare, pungere fa rima con “sting” pungiglione e allora  sempre in tema Coronavirus come non citare la canzone dei PoliceDon’t stand so close to me”   perchè anche la vespa poliste  se ti avvicini troppo ti punge.

 

IL NIDO DELLO SVASSO

Era il 1943,   e c’era la guerra (la seconda mondiale) ma quel canale progettato da tempo doveva essere completato, se non altro per mettere in funzione la nuova centrale idroelettrica di Tornavento e fornire energia forse alle fabbriche metallurgiche e belliche.

Questo, a metà del tragitto del canale tra Vizzola e Tornavento, era stato pensato come conca di navigazione tra il canale e il fiume Ticino.

Con gli anni però, tramontata ormai la navigazione, arrugginite le paratie e gli altri manufatti in metallo, questo tratto di canale artificiale ha perso lo scopo per cui era stato pensato e, grazie anche al lavoro della corrente che ha inghiaiato lo sbocco nel fiume, il canale si è “naturalizzato” ovvero si è formata una specie di lanca, con acque calme,  ben schermate da sguardi indiscreti dalla vegetazione cresciuta nel frattempo.

Quale ambiente migliore per costruire il proprio nido?  Avrà pensato questa coppia di svassi maggiori.  E infatti non solo i soli perchè ci sono anche folaghe e una coppia di cigni.

Io però sapevo che avrei ritrovato gli svassi, anche l’anno scorso avevano scelto il medesimo posto per nidificare.

Si tratterà della medesima coppia, oppure dei loro discendenti che si sono ricordati dove sono cresciuti, dove hanno fatto i loro primi tuffi e imparato a pescare?

In realtà lo Svasso maggiore (Podiceps cristatus)  in Italia è prevalentemente stanziale e diffuso maggiormente negli specchi d’acqua della Pianura Padana e dell’Appennino Centro meridionale,

E’ presente anche in tutta Europa tranne che nella parte più settentrionale della Scandinavia.

Il suo piumaggio nella stagione riproduttiva è spettacolare infatti oltre a distinguersi per il lungo becco e per il profilo affilato, nella stagione degli amori lo svasso  assume colori vivaci e tiene erette le due creste nere sul capo (mi viene il dubbio che anche molti esemplari della specie Homo sapiens si comportino allo stesso modo, solo  che non sapranno mai eguagliare il balletto nuziale degli svassi).

Però in questo momento il balletto è già finito,  il matrimonio consumato e il nido pazientemente costruito con rametti e altri vegetali, galleggia adesso sull’acqua, soffice cesto dove le uova sono adagiate come a suo tempo Mosè.

La femmina monta a guardia del nido, pronta a scacciare i predatori mentre il maschio si allontana, forse per pescare (lo svasso va a caccia di pesci , molluschi e crostacei immergendosi con apnee lunghissime)  e invece no, ritorna con un rametto per rinforzare il nido, poi lascia libera la compagna e si mette lui a covare.

 

Le uova in genere si schiudono dopo 27-29 giorni e i pulcini lasciano subito il nido e si mettono a sguazzare nel laghetto senza bisogno di lezioni di nuoto anche se ogni tanto gli piace farsi coccolare e portare in giro sul dorso dei genitori  (devo venire il mese prossimo a vedere lo spettacolo).

Intanto mentre faccio le foto cerco di stare il più fermo possibile ma è la femmina che mi sorprende, con il suo verso, più che un canto direi  quasi che  fa rumore (Come la canzone di Diodato) e davvero non me lo aspettavo da un uccello così elegante.

 

QUANNO CHIOVE…

 

Prendo in prestito il titolo da una vecchia hit di Pino Daniele dalla soavità di quelle note, dove la pioggia diventa promessa di fecondità,  bliss, come hanno detto in un’altra canzone i Muse.

Però desso basta con la musica.

Piove.   E’ normale in questa stagione, finalmente qualcosa che avviene come ti aspetti, che i cambiamenti climatici non hanno ancora stravolto.

E se per noi la pioggia può essere amica o portatrice di disastri (frane, alluvioni) e così per le piante, come fanno i fiori quando piove?

I fiori senza dubbio preferiscono il sole, quando possono aprire le loro corolle e dispiegare tutta la loro bellezza (e profumo).

Peonia

Però i fiori quando piove non possono rifugiarsi in qualche nascondiglio come fanno gli animali, non possono neanche aprire l’ombrello (o forse si).

E allora?

Tutti i fiori sono in qualche modo foto-sensbili, percepiscono la variazione delle condizioni di luce,  poi ci sono quelli più mattinieri che si svegliano presto e a mezzogiorno già si chiudono (Barba di becco) o quelli che si aprono all’imbrunire (Bella di notte), ci sono quelli collaborano con i meteorologi  perchè prevedono l’arrivo del maltempo e si chiudono  i petali dello loro corolla  prima che arrivi la pioggia  (Carlina acaulis) ma moltissime specie hanno questo comportamento quando il tempo si fa nuvoloso e l’aria umida  (anemoni, margherite, tulipani).

 

Altri invece abbassano lo stelo e rivolgono la corolla verso il basso (eccolo l’ombrello naturale).

In entrambi i casi lo fanno per proteggere il cuore del fiore, dove stanno gli organi riproduttivi  e il polline)

Con i fiori a testa in giù i petali diventano scivoli per le gocce di pioggia che portano via polvere e piccoli insetti ma non con le rose che hanno questa capacità di trattenere la pioggia e la rugiada creando bellissimi effetti ma allo stesso tempo, essendo idrorepellenti, senza bagnarsi

Il comportamento più originale però è di questo fiore  il Diphylleia grayi  o fiore scheletro.

Questa pianta perenne cresce nelle zone umide sulle montagne più fredde di Giappone e Cina. Fiorisce da metà primavera fino a inizio estate e quando piove il fiore perde il suo colore bianco e diventa trasparente.

Diphylleia grayi (fiore scheletro)

La pioggia però non rovina il fiore che quando ritorna il sole riprende il suo colore.

Diphylleia grayi

Visto l’ambiente particolare in quale vive è una pianta endemica, che cresce cioè solo in un’area ben definita e circoscritta, una specie di “confinamento”  volontario al quale anche noi ci adattiamo…

quando piove.

BUONGIORNO MADAME MONET !

 

-Bonjour madame! Comment allez vous?     Et le petit?

-Ah, il chasse toujours les papillons…

C’è una stradina che si inoltra nei campi ai margini del paese, su un lato un campo di colza ormai sfiorita  dall’altra un campo incolto invaso da graminacee colorate e da camomilla

Per un attimo, un lungo attimo, mi è sembrato di essere in un altro luogo e in un altro secolo, e c’è un’atmosfera, una leggerezza che solo gli impressionisti, i pittori della luce, sapevano cogliere.

Ecco siamo nella campagna di Argenteuil e la signora e il bambino sono la moglie e il figlio di Claude Monet.

Claude Monet – I papaveri – 1873

E in effetti qui è tutto un tripudio di colori Il rosso dei papaveri, il blu dei fiordalisi, il bianco delle margherite  (colori della Francia)  ma c’è  anche il giallo della ruchetta selvatica e il redivivo Gittaione, tornato dopo che i pesticidi l’avevano quasi sterminato  (ma il quadro è del 1873, prima dell’arrivo di Bayer…)

Ah che voglia di tuffarsi in questo in questo mare di colori, ma vedo che c’è chi mi ha preceduto:  le api ovviamente ma anche una Lathonia; una cetonia pelosa, anzi due, si azzuffano in giochi amorosi su un papavero e poi ecco una cavalletta verde che si nasconde tra gli steli d’erba.

Chissà se oggi incontrerò una signora che passeggia con l’ombrellino e il vestito bianco  (anche le nuvole oggi sono quelle dei quadri)

 

… e invece NO,  incrocio solo un uomo che porta a spasso i cani.

 

 

AFFETTI STABILI

M’ama o non ‘ama?  Chissà quanti di voi l’hanno fatto staccando ad uno ad uno i petali di una margherita o di una pratolina (Bellis perennis e chissà quanti lo faranno ancora.

Però io vi prego, vi supplico:  non fatelo più. Le margherite sono più contente se non gli strappate la loro bellezza e poi  vi confido un segreto che deluderà forse i più romantici.

Le margherite hanno sempre un numero di petali dispari per cui se incomincio con il “m’ama”  la risposta finale sarà inevitabilmente affermativa. Se invece si incomincia con il “non m’ama” (per i più incerti) la margherita non potrà che confermare le proprie insicurezze.

io invece credo di amare le piante, tutte, anche quelle più infestanti (con qualche distinguo, va beh). Sono per me  un affetto stabile, senza bisogno di conferme.

Ma anche le piante tra loro si vogliono bene…  il basilico per esempio vuole bene ai pomodori  (non solo nel piatto, ma anche come vicino nell’orto)  così le cipolle con le fragole,l’insalata con i ravanelli, i piselli con le carote e altre consociazioni che tengono lontani gli insetti nocivi e possono migliorare il gusto delle verdure

Le consociazioni utili nell’orto

Ci sono poi tantissimi esempi di affetti stabili tra gli alberi e i funghi: i porcini con le querce o i castagni,…

Ma il legame più stretto credo sia  quello dei licheni, formati dall’unione di un’alga con un fungo, tanto che come nella Bibbia, sono diventati una cosa sola, indistinguibile…

  vedi   L’ARIA E I LICHENI

Poi ci sono le convivenze, più o meno forzate;

il caso più noto è quello delle orchidee sudamericane che nel loro habitat naturale, vivono su altre piante, si”arrampicano” più in alto per avere più luce ma non succhiano il nutrimento dalla pianta ospite bensì si nutrono attraverso le foglie e le radici aeree.

Come uno che abita con te ma che si fa la spesa da solo. (un convivente ma senza legami affettivi)

Così come non sappiamo se si vogliono davvero bene tutte queste piante che crescono negli stessi ambienti, amano lo stesso tipo di suolo ma chissà…

forse frequentandosi  qualcosa nascerà!