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GIORNATA DELLA TERRA

Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra…

Quando mia madre mi diceva: “non giocare con la terra che ti sporchi!”

Ah ma qui stiamo parlando di terra in un altro senso cioè terra come “Heart” ovvero “Google Heart” che ormai pervade tutte le nostre ricerche sul mondo , che quasi ha convinto anche i terrapiattisti.

E io i piedi provo a metterli ma la testa va sempre da un’altra parte e immagina un mondo altro e possibile.

Poi ognuno ha la sua terra, il lombrico, il contadino, l’emigrante; una terra fatta di acqua, si suolo e di aria che ci tiene nel suo grembo e al di fuori di quello non potremo vivere.

Una terra fatta di piante e di alberi, di animali e di funghi, di pietre (rotolanti e non) di vulcani, di foreste tropicali e deserti, di ghiacciai e di abissi marini, di case e di strade e semafori, di ragni che tessono ragnatele e ragnatele virtuali dove viaggiano i megabit

Una terra fatta di uomini che vivono, studiano, lavorano, giocano, ridono e piangono, inquinano, piantano alberi… uomini che sperano e uomini incapaci di vedere il proprio futuro

La terra che mi sporca le scarpe e le mani è la stessa che abbiamo sporcato, sfruttato, maltrattato, soffocato con i gas serra senza capire che tutto quello che facciamo a lei lo facciamo alla nostra vita.

NATURA URBANA

C’è un cane che abbaia da dietro la ringhiera. No, mi dico, non era questa la musica che aveva pensato Lucio Battisti per questi fiori di pesco che spuntano selvatici aggrappati alla ripida riva di un torrente in secca.

Mi sposto quel tanto che basta per far tacere il cane ma adesso un altro rumore mi invade, quello delle macchine che corrono sul viale a doppia carreggiata sul quale si affacciano palazzotti di pochi piani tutti dotati di verde condominiale (conifere e magnolie fiorite, sono gli alberi che da qui riesco a distinguere).

Il verde in apparenza non c’è… e invece è dappertutto. Si, anche a dispetto di questo torrente che attraversa la città prigioniero dell’uomo e dei suoi capricci perchè ha voluto spostarlo più volte dove gli faceva più comodo.

Ma lui, il torrente è ancora un piccolo corridoio naturale con le sue sponde dove alberi di tutti i paesi hanno piantato le loro radici (una Pawlonia spunta da dietro un palazzo con lo sfondo di una ciminiera, più avanti robinie, gelsi, noccioli, qualche alloro e l’invadente ailanto.

Piante nostrane e aliene, rovi e poi fiori scappati di casa, anzi dai giardini che fanno da contrappunto a una fila di case di edilizia popolare.

E allora che ci fa qui la nobile magnolia? E sarà più nobile lei o il giardino del palazzo dove cresce?

Sarà, ma io amo di più le erbe spettinate, quelle senza fissa dimora, che quando le guardi ti sorprendi sempre di come abbiano fatto ad attecchire in un ambiente così ostile.

Certo non mi aspettavo di cogliere in un solo scatto ciliegi, vitallba e cannucce di palude.

BOMBE DI SEMI

Se ai tempi dei “figli dei fiori” qualcuno cantava “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” (inno pacifista degli anni ’60) oggi verrebbe da dire: mettere delle bombe di semi nei vostri cannoni, anzi nelle vostre mani.

Dei fiori in divenire, dei semi di pace, contro quest’altra guerra in Ucraina che ci tocca tutti.

Ma cosa sono le bombe di semi e da dove arrivano.

Sono delle palline di pochi centimetri di diametro fatte da un impasto di compost e argilla con all’interno dei semi di fiori.

Queste palline furono inventate dal botanico e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka maestro dell’agricoltura naturale o del non fare. L’idea rivoluzionaria si basa sull’assecondare la natura, ridurre al minimo l’intervento umano e salvaguardare la biodiversità.

Le palline lanciate su terreni incolti, su aiuole urbane o su qualunque terreno si voglia trasformare in modo naturale, non vengono interrate, ma sole e pioggia faranno germogliare i semi, preferibilmente di fiori spontanei.

Questa tecnica fu poi adottata nelle azioni di “guerrillia gardening” che hanno come obiettivo primario quello di riqualificare aree urbane abbandonate.

Quali sono i semi più adatti (e utilizzati)? ovviamente si può provare con tutti ma conviene scegliere, almeno per incominciare, fiori i cui semi germogliano facilmente come ad esempio calendula, papavero, girasole, malvone, fiordaliso, erba medica, tarassaco, rosmarino, trifoglio…

E dopo qualche settimana (se piove, non come ora che non piove da tre mesi) o qualche mese o perfino dopo un anno o più i semi germoglieranno riempiendo di colori un’area prima abbandonata, come un’arcobaleno sulle macerie di una guerra.

E allora per fare un’ultima citazione forse Bansky voleva mettere in mano all’uomo che lancia un mazzo di fiori una bomba di semi.

Sarebbe stato meno iconico ma il significato resta lo stesso.

SMERGO MAGGIORE

Smergo Maggiore (Mergus meganser)

Siamo pochi in Italia a poterlo vedere allo stato naturale perchè la sua presenza e nidificazione è accertata solo da pochi anni.

C’è chi l’ha visto nel 2003 (CAI di Luino) e chi per la prima volta nel 2013 (Parco del Ticino zona nord). Sul lago Trasimeno pare faccia tappa dal 2016 e sul Naviglio Martesana c’è chi dice (foto alla mano) con una certa frequenza dal novembre 2020.

E’ uno di quei casi di espansione areale al contrario (da nord, dove vive da sempre, verso sud) e oggi è presente in molte aree dell’Italia settentrionale. In Lombardia per esempio è presente (e talvolta nidificante) in tutti i laghi prealpini e nel tratto settentrionale del fiume Ticino, dove noi l’abbiamo incontrato pochi giorni fa.

Avvistamenti dello Smergo maggiore nell’italia settentrionale

Chi l’ha misurato con il righello dice che è lungo 70 cm (con o senza becco?) Un’anatra bella grossa dunque quasi della taglia di un’oca.

Dal punto di vista estetico il maschio e la femmina si distinguono nettamente: il maschio ha la testa verde scuro quasi nera, mentre la femmina ce l’ha di un bel colore tabacco. Credo che abbiano lo stesso parrucchiere degli svassi, soprattutto la femmina con quel ciuffo sulla nuca, ma con gli svassi hanno in comune anche il trasporto della prole sul dorso.

Altra caratteristica è che femmine più sfaticate depositano le uova in nidi di altri della stessa specie per cui è possibile vedere delle neo mamme smergo con al seguito anche venti pulcini.

Ma come faranno così piccoli a scendere dal nido? Si perchè gli smerghi il nido lo costruiscono molto in alto (fino a 15 metri di altezza, su tronchi d’albero, o anfratti nei muri ma sanno arrangiarsi anche in luoghi più di fortuna.

I suoi ambiente preferiti sono le porzioni più elevate di bacini fluviali e laghi di buone dimensioni; evita invece le acque calde o con troppa vegetazione. Si ferma in genere dove trova abbondanza di pesci che caccia immergendosi diversamente da altre anatre che si nutrono stando in superficie.

Il suo becco seghettato e ricurvo all’estremità gli consente di essere estremamente efficace, un concorrente in più per cormorani e svassi. (Chissà cosa potrebbe succedere se si incontrassero con questi altri pescatori durante le loro immersioni)

NEBBIOLINA

Va beh, qui i colli non ci sono, neanche quelli irti ma, tanto, questa non è proprio nebbia, potremmo chiamarla tuttalpiù nebbiolina.

Ma se i colli non ci sono c’è molta acqua, nelle rogge, nei canali (un po’ meno nel fiume, visto che da mesi non piove.

E questa nebbiolina che ci accompagna in questa passeggiata mattutina, crea effetti di luce particolari (ho detto particolari e non spettacolari, come sono sempre obbligati a fare i fotografi professionisti)

Abbiamo appena passato la chiesa e dopo il canale eccoci immersi in un’altra epoca fatta di noccioli fioriti e di carici accarezzati dalle placide acque della roggia. Peccato per quei giganti di metallo che sicuramente avrebbero risvegliato le smanie bellicose di un don Chisciotte nostrano.

In effetti, il mulino più avanti c’è ma è di quelli ad acqua ma è anche il mulino del ponte, come ci ricordano le pietre del manufatto che ci permette di attraversare il vecchio Naviglio.

Mulino del Ponte
Ponte di Castano

Fa quasi caldo adesso e raggiungiamo il fiume facendo scricchiolare sotto i nostri passi le foglie dei platani. Due cigni si allontanano subito, gli svassi invece si tuffano sott’acqua ma non per timidezza, come al solito sono in cerca di cibo in queste acque limpide.

E la nebbiolina ?

Senza che ce ne accorgessimo se n’è andata e anche gli uccellini se ne sono accorti: cinciallegre dialogano fitte tra i rami di un pero, ma più in alto e più in là, tra i rami spogli di una quercia rossa ci accoglie uno stormo di fringuelli e poi un pettirosso e i codibugnoli nel loro moto perpetuo.

Ah l’avessimo immaginato prima di partire non ci chiederemmo perchè adesso siamo contenti come dei bambini ai quali hanno appena regalato le caramelle.

ZONE UMIDE E GIORNATE MONDIALI

Palude Brabbia – foto Marco Revrenna

Ah, se ce l’avessero detto qualche anno fa non ci avremmo creduto.

Perchè festeggiare (e in tutto il mondo per di più) degli stagni, o acquitrini, o paludi ?

Non erano quelle zone che bisognava bonificare ad ogni costo per ricavare nuove terre da coltivare? non erano posti pieni zeppi di zanzare che portavano la malaria?

Si, certo. Poi i tempi cambiano e nel frattempo le zone umide sono diventate una cosa rara, da proteggere dall’estinzione, almeno da quando abbiamo capito che la biodiversità è un valore universale, un elemento indispensabile per la sopravvivenza dell’uomo sulla terra.

E così tutti gli anni, il 2 febbraio si celebra la giornata mondiale delle zone umide: https://www.legambientelombardia.it/2-febbraio-2022-giornata-mondiale-delle-zone-umide/

Allora senza andare a scomodare le (ex) paludi pontine o il grande delta del Po ma concentrandoci solo sulla Provincia di Varese si possono citare un sacco di esempi di zone umide, alcune antichissime, altre più recenti, alcune ancora sconosciute al grande pubblico (ma forse è meglio così)….

Tra queste possiamo citare la Palude Brabbia, l’oasi della Bruschera, la torbiera di Ganna, il Laghetasch di Brebbia, l’Oasi boza di Cassano Magnago, i laghetti di fitodepurazione a Lonate Pozzolo.

Ma andiamo con ordine.

La Brabbia è l’area umida più estesa con i suoi 460 ettari. E’ situata tra il lago di Varese e quello di Comabbio e attraversata dal canale Brabbia che collega i due specchi d’acqua. Antica torbiera, dal 1993 è area protetta gestita dalla Lipu e oggi zona umida di importanza internazionale secondo la convenzione di Ramsar del 1971.

https://it.wikipedia.org/wiki/Riserva_naturale_Palude_Brabbia

Palude Brabbia in inverno – foto Marco Revrenna

Un’altra ex torbiera si trova più a nord accanto al piccolo lago di Ganna, nell’omonima valle e vicino al paesino che porta lo stesso nome.

La riserva naturale (oggi sito di importanza comunitaria) ha una estensione di 69 ettari ed è gestita dal Parco Regionale Campo dei fiori.

Alimentato da sud dal torrente Margorabbia il lago è profondo solo fino a 4 metri per cui spesso in inverno gela completamente. Altra particolarità è la vicinanza della Badia di Ganna fondata dai Benedettini nel XII secolo e dedicata a S. Gemolo.

https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/DettaglioRedazionale/scopri-la-lombardia/ambiente/riserve-naturali/fascia-alpina-e-prealpina/lago-di-ganna

Lago di Ganna e torbiera di S. Gemolo

Inutile dire che tutte queste aree sono ricche di specie vegetali e animali (uccelli, mammiferi, pesci, insetti…) e per questi dettagli vi rimando ai rispettivi link però tra tutte queste zone umide ce n’è solo una dove possiamo ammirare il Cipresso calvo delle paludi (un cipresso americano con le “zampe da elefante”) ed è un sito conosciuto con il nome di Laghetasch, un piccolo lago creato da una depressione di origine glaciale sul Motto Pivone tra Brebbia e Ispra.

Esemplari di Cipresso Calvo al Laghetasc

La “boza” nella parte nord del territorio di Cassano Magnago è una ex cava di argilla che ha cessatola sua attività ormai più di 50 anni fa e così le voragini lasciati dall’attività estrattiva sono state riempite e l’area ha avuto tutto il tempo di rinaturalizzarsi diventando un’oasi di 4 ettari occupata dallo stagno e circondata da boschi e zone a prato.

Oasi Boza

L’oasi della Bruschera invece è un lembo paludoso della sponda sud-orientale del Lago Maggiore, a valle del Golfo di Angera con vista sulla famosa Rocca Borromea.

164 ettari occupati nella parte nord da uno degli ultimi lembi di foresta allagata che un tempo occupavano aree molte estese della Lombardia, fino a quando arrivarono i Romani a bonificare la paludosa Mediolanum.

La porzione sud è invece in parte artificiale essendo formata da vasche di fitodepurazione a valle di un impianto di depurazione acque.

Stessa cosa per quanto riguarda gli stagni di Lonate Pozzolo, gli ultimi arrivati in famiglia ma eredi di una lunga storia di impaludamenti e di acque reflue.

Foto aerea stagni fitodepurazione depuratore S. Antonino Ticino

Si tratta della bonifica di una vasta area a sul del Depuratore Consortile di S. Antonino nell’estremo sud della Provincia di Varese dove un tempo si disperdevano le acque del Torrente Arno (o Arnetta) e che oggi è stata trasformata con la creazione di quattro laghetti che raccolgono le acque in uscita dal depuratore per un ulteriore affinamento attraverso un processo di fito-depurazione ad opera di piante quali la cannuccia di palute (Phragmite australis) e la Mazzasorda (Typha latifoglia). Un ambiente creato solo 20 anni fa ma capace di richiamare specie di uccelli mai prima osservati in Provincia di Varese come i Cavalieri d’Italia.

Se non siete troppo allergici alle zanzare che popolano questi posti potete andarci in primavera o estate ad osservare stupende fioriture oppure scegliete l’inverno per godervi il sole al tramonto che illumina le “sterpaglie”.

INVERSIONE

Inversione, voce del verbo inversare, fare, al contrario, contrariare, rendere di cattivo umore.

Come il nostro umore quando qui nella pianura siamo sepolti sotto strati di nebbia e smog. E quel qualcosa che si è inversato è prima di tutto la temperatura degli strati dell’atmosfera, più fredda in basso e più calda salendo di quota.

In meteorologia con il termine inversionetermica si indica un particolare fenomeno o condizione del profilo termico verticale dell’ atmosfera terrestre caratterizzata da un gradiente termico verticale invertito (ossia positivo) rispetto alla norma (negativo): in essa quindi la temperatura dello strato atmosferico coinvolto aumenta con la quota, anziché diminuire.

Inversione termica – Wikipedia

Allora è possibile salire su una collina e osservare la pianura sommersa dalla nebbia, scorgere città e paesi avvolti in veli biancastri, vedere spuntare le cime degli Appennini da una bianca fascia all’orizzonte… e anche andare in giro in maniche corte in pieno inverno.

Perchè?

Quelli bravi dicono che dipende dall’irraggiamento del calore dalla superficie del terreno che diminuisce molto durante l’inverno e quindi le masse d’aria non salgono verso l’alto ma restano bloccate negli strati bassi; se a ciò si unisce la mancanza di vento e quindi alla dininuzione del rimescolamento dell’aria, ecco create le sitazioni ideali per questo fenomeno.

Ma noi qui, adesso, a parte essere sudati, possiamo stare ad ammirare paesaggi che ci ripagano dall’essere scappati dalla grigia pianura.

Lago Maggiore e Alpi
Montorfano e pianura verso Como
S. Maria del Monte