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ALBERI A VENEZIA

E chi li guarda?

Troppo impegnati a guardare le gondole, i ponti, i canali, gli splendidi palazzi … e le turiste.

Cosa ci fanno gli alberi a Venezia?  Chi li ha previsti?

Eppure ci sono. Affondano le loro radici nelle palafitte su cui poggia la città,  fatte dai tronchi dei loro antenati, sangue del loro sangue, linfa della loro linfa.

Se ne stanno in mezzo ai Campi che qui a Venezia sono le piazze, lastricate e con l’immancabile pozzo  e poi … Loro. (Ogni riferimento al film di Sorrentino è puramente casuale).

Spuntano da dietro un muro, si affacciano a una calle, a un canale: Sono bagolari, tigli, magnolie prigioniere dietro una cancellata oppure ombra generosa in un Campo, davanti a una chiesa.

Non sono mai il soggetto principale, ve ne siete accorti?  A meno che non siano il Giardino di Paleocapa,  le robinie del piazzale Roma con vista ponte di Calatrava.

 

… Ma Piazzale Roma in qualche modo è già terraferma.

 

 

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NOTIZIE DAL MONTE DELL’ARCA

 

I monti dell’ Ararat, quelli dove secondo la tradizione biblica (e non solo) si incagliò l’arca di Noè dopo il diluvio universale, sono una catena di antichi vulcani  il più alto dei quali misura 5.165 m. slm

I  vulcani sono  situati tra le regioni dell’Agri e dell’Agdir al confine tra Turchia, Armenia e Iran.

Oggi in territorio turco  l’Ararat ha però fatto parte storicamente dell’Armenia, è considerato una montagna sacra e infatti il suo nome in armeno significa “luogo creato da dio” mentre in turco è “la montagna del dolore”.

Noè quella volta, prima del diluvio universale,  fece salire sull’arca tutte le specie animali a coppie; nulla si dice, o almeno io non lo ricordo, delle specie vegetali.

Tom duBois – The promise

Eppure qualcosa deve essere successo se da quel monte dell’antica Armenia arrivano diverse piante che portano (più o meno a ragione) il nome di quella terra.

Gli indizi sono il nome specifico di “armeniaca”, “armeniacus” o “armeniacum”.

Così abbiamo ad esempio il “rubus armeniacus”, il “muscari armeniacum” il “papaver armeniacum” fino ad arrivare alla “Paphiopedilum armeneniacum” (una piccola orchidea cinese dai fiori gialli)

Nei funghi invece  l’attributo “armeniacum” in genere significa color aranciato, simile all’albicocca. (es Xerocomus armeniacum).

Ecco siamo arrivati alla pianta che più di tutte è diventata vessillo della regione attorno al monte Ararat.

L’albicocco infatti viene chiamato dagli scienziati “Prunus armeniaca” perchè si ritiene che sia originario dell’Armenia  anche se alcuni studiosi affermano che arrivi da molto più lontano (la Cina). Gli antichi romani lo introdussero in Italia e Grecia. Gli arabi contribuirono a diffonderlo in tutto il bacino del Mediterraneo con il nome di “Al barquq”.

Le piante abbiamo visto, hanno diversi modi per diffondersi, il vento, l’acqua, gli uccelli, i mammiferi… e anche gli uomini.

Un altro caso interessante è quello del Melograno. Chiamato dagli antichi romani “Malus punica” perchè diffuso dai Fenici nei dintorni di Cartagine, ha poi preso il nome di Punica granatum.  In realtà la pianta è presente fin dall’antichità in tutta l’asia sud occidentale dal Caucaso all’Hymalaia.

Un’altra origine del nome, dicono altri, si deve sempre al latino “puniceus” che significa purpureo, scarlatto,  con riferimento al colore del frutto ma in particolar modo dei fiori e dei semi.

IL melograno è la pianta simbolo dell’Armenia e paradossalmente non si chiama Armeniaca ma Punica cioè Cartaginese.

Ma si trovava in quella regione anche prima del “Diluvio universale”?

Alcuni indizi sembrano darne conferma  infatti il melograno (e non la mela di Biancaneve) è il frutto proibito del Paradiso terrestre, segno che  è già conosciuto sin dall’inizio dei tempi.

Ma come ha fatto a salvarsi dalle acque allora?

Non ho una risposta a questa domanda, non l’ho cercata ancora abbastanza, ovvero, un’indizio è la colomba che Noè manda in esplorazione quando finisce di piovere e lei torna con un rametto d’ulivo…

Nel frattempo però ci sono studiosi che ispirandosi a Noè e alla sua Arca stanno compiendo un’opera immensa.

A Spitsbergen su un’isola delle Svalbard in Norvegia infatti all’interno di una montagna dal 2008 è stata creata una “cassaforte” per i semi dei tre milioni di specie vegetali presenti sulla terra o per meglio dire un “frigorifero” infatti la temperatura di conservazione è di -20 gradi.

Il suo ideatore è Cary Fowler scienziato della biodiversità e ambientalista.

E’ l’Arca di Noè delle piante che vuole metterle al riparo da catastrofi naturali o causate dall’uomo,  un’iniziativa di grande valore e lungimiranza.

Certo che Spitsbergen non avrà mai il fascino del monte Ararat.

 

SILVESTRO E IL LECCA LECCA

Forse non l’avrei mai notato se a inizio primavera anche io non fossi stato alle prese con potature di ritorno, guyot, mazzetti di maggio, gemme da fiore e da legno.

Silvestro ovvero Pinus sylvestris ha incontrato un barbiere particolarmente energico, uno che forse ha conosciuto Salvador Dalì.

Cosa c’entra adesso questo maestro della pittura surrealista?

E’ un giro un po’ lungo ma ci possiamo arrivare.

Innanzitutto partiamo da un’altro tipo di arte ovvero l’arte topiaria  (traquilli, i topi non c’entrano) ovvero quella particolare tecnica di potare le piante per modellarle secondo forme particolari che possono anche ricordare animali, figure umane o forme geometriche.

Tutti tagli innaturali comunque, chè la pianta lasciata libera prenderebbe ben altra forma.

L’origine della parola “topiaria” è greca e deriva da “topia” che significa cordicella, fune utilizzata per legare le piante, o da “topos” ovvero paesaggio.
La parola “topia” viene poi usata nella sua forma latina “topiarius” ad indicare il pittore che dipingeva paessagi, e successivamente il giardiniere che si occupava della potatura e del mantenimeto dei grandi giardini ornamentali.
Nel medioevo l’arte topiaria si manifesta con le piante sempreverdi formate a piramide, a cono, cilindro, siepe, ecc… Nel giardino di qualche villa storica si trova il labirinto, uno dei più noti esempi di arte e rompicapo ornamentale. (da http://www.romitiegiusti.it)

Però questo barbiere/giardiniere/potatore conosce anche i lecca lecca infatti ha potato il nostro amico Silvestro come un Chupa Chups ovvero una caramella col bastoncino.

Fondata a Barcellona nel 1958 da Enric Bernat, l’azienda dolciaria si inventa questo prodotto per impedire ai bambini di farsi le mani appiccicose scartando le caramelle e lo lancia con il motto “E’ rotondo e dura molto”.  Tra l’altro  “chupar” in spagnolo significa “succhiare”.   Una caramella da succhiare a lungo senza sporcarsi le mani.

Però ci voleva anche un logo. E qui entra in scena Salvador Dalì che evidentemente conosceva Enric Bernat.

Narrano le cronache che  il nostro artista  seduto in un bar all’ aperto, un giorno del 1969 scarabocchiò furiosamente sulle pagine di un giornale e, nel giro di un’ora, era nato il famoso logo margherita.

Ecco.

Speriamo che al nostro giardiniere non venga in mente di potare qualche altra pianta a forma di orologi molli.

 

LIBANO E CILIEGIE

 

Se c’è una pianta che ci ricorda il Libano questa è il cedro. Ovvio in questo scorcio di secolo il Libano ci porta alla mente altri fatti, Beirut, i palestinesi di Arafat, gli Hezbollah, i profughi siriani…

Il nostro cedro insomma non se la passa molto bene.

Ma c’è un’altra pianta, anche lei emigrata da molto tempo, che, si dice, provenga dal Libano, anche se a molti questo fatto è sconosciuto, ed è un ciliegio.

Pare infatti che nell’antichità ci fosse una città nel Libano di nome Mahaleb e da qui arriverebbe questa pianta che gli scienziati chiamano Prunus Mahaleb e tutti gli altri  Ciliegio canino o anche Ciliegio di S. Lucia.

Prunus Mahaleb

I suoi fiori bianchi, i rami spinosi, lo fanno confondere spesso con il Prunus Spinosa che ha in genere però fiori più piccoli e un portamento arbustivo  o con il Prunus cerasifera  (Mirabolano o ciliegio-susino o Amolo) con rami privi di spine.

Anche il Prunus cerasifera arriva da quelle zone (Anatolia, Asia occidentale, bacino del Mar Nero) ma si è per così dire “occidentalizzato” : si è tinto i capelli (le foglie) di rosso (viola nella varietà “nigra”) e i suoi fiori rosa lo hanno fatto diventare un ciliegio ornamentale molto utilizzato nei viali cittadini.

Prunus pissardii

Ha pure cambiato nome sulla carta di identità tanto che si fa chiamare Prunus Pissardii.

Ma quando è nato il Prunus Pissardii (varietà del Cerasifera o Mirabolano).   Certamente non è antico come il Mahaleb, è stato creato dopo vari incroci.

Ma soprattutto chi è Pissardii?

E’ un botanico, un alchimista, un aviatore?

O è forse anche lui(lei) un’antica città, magari del Libano?

 

 

 

 

 

IL BOSCO ADDORMENTATO

Lo so, voi mi direte:  “Cosa ci vai a fare nei boschi d’inverno? Fa freddo, gli alberi sono spogli, non c’è nulla di interessante!”

Ok, non sono d’accordo solo sull’ultima frase.  Prendiamo ad esempio la luce del sole che filtra libera, non ostacolata dalle foglie,  disegna sul terreno i tronchi degli alberi e i rami come ombre cinesi.

Il bosco è fermo, addormentato, potremmo dire in letargo  o, come dicono gli scienziati, in riposo vegetativo. I colori sono quelli dell’inverno, i toni scuri delle cortecce fanno da contrasto con il giallo paglia  delle erbe del sottobosco che improvvisamente si accende (no, i piromani qui non c’entrano)….

E tutta questa luce però nasconde un’altra verità.

Nel bosco addormentato qualcosa si muove; a parte il moto perpetuo dei codibugnoli da un albero all’altro, c’è qualcosa che ieri era più corto e oggi ha cambiato colore, sono i fiori maschili degli ontani, pendenti rosso-bruni; sono quelli del nocciolo che da mesi stanno sui rami e attraversano l’inverno compatti e grigioverdi per trasformarsi poi in cascate d’oro e di bronzo (l’argento qui non è previsto ma non siamo alle olimpiadi).

I pungitopo sfoggiano le loro minuscole foglie sempreverdi come piccole lance e i tronchi morti stesi per terra si fanno ricoprire da una morbida pelliccia di muschio.

ma….  silenzio!

Avete sentito qualcosa?

Questo sgranocchiare segreto di mandibole che al buio scavano gallerie dentro i tronchi degli alberi.

Chi saranno mai e come si fa a riconoscerli?

Sono le larve degli insetti xilofagi, loro no, non dormono mai, ma non preoccupatevi non riuscirete a sentirli davvero.

Lui però, il picchio, ha un udito finissimo e quei buchi sulla corteccia sono il segno che li ha trovati.

Va bene, cosa mi aspettavo di trovare ancora in questo bosco addormentato?   La bella addormentata?

Forse.

Ma intanto mi devo accontentare di una piuma dimenticata da una ghiandaia.

 

CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA

Questa storia incomincia in Sud America ma si sviluppa poi in molti ambiti diversi.

Anni fa non conoscevo una parola di spagnolo e così non riuscivo a capire perchè Vensido doveva essere ammazzato dal pueblo unido. Cosa aveva fatto Vensido al pueblo?

Il grido degli del gruppo musicale cileno “Inti illimani” mi sembrava altrettanto profetico e ineluttabile del romanzo di Gabriel Garcia Marquez dal quale ho preso in prestito il titolo di questo articolo.

Anni dopo ci pensò un cantautore italiano, Alberto Fortis  a spiegare in parte le ragioni.

“Vincenzo io ti ammazzerò –  cantava – perchè sei troppo ladro per amare”.  (Alberto Fortis- Milano e Vincenzo)

Niente da eccepire: l’amore è dono e non un furto, la sottrazione di qualcosa.

Poi il mio spagnolo migliorò un pochino. Fu allora che capii il vero senso del proclama del gruppo musicale cileno.

Jamas vencido era il pueblo ma solo quello unido.

Capite allora il mio sgomento nel comprendere che questa cosa non era per niente ineluttabile e neanche annunciata.

Si perchè in qualche maniera noi continuiamo a considerare il popolo come una massa informe di gente con bassa scolarizzazione a cui bisogna parlare con parole semplici, con slogan ad effetto.

Ma il popolo non è così.

E’ tutt’altro che una massa informe,  anzi è molto frammentato,  è composto da individui che fanno fatica a ragionare assieme agli altri, ad unirsi per una causa comune.

Cosa che invece sanno fare molto bene  i ricchi, le classi agiate, in difesa dei loro privilegi: trust, cartelli, patti di non belligeranza, matrimoni di interesse…

Monotoni questi ricchi, in tutto il mondo; invece tra gli strati sociali più bassi regna la diversità, la fantasia, l’allegria e non c’è tutta quella psicosi a mantenere la “purezza del sangue” (nobilmente blu).

E qui arriviamo a un punto della storia molto antico, agli antichi romani che al popolo hanno associato una pianta  il pioppo  o “populus”  perchè queste piante non crescono mai da sole ma sempre in folti gruppi.

Sono piante pioniere che colonizzano per prime, assieme ai salici, i greti dei fiumi ma si trovano bene anche su terreni acidi e alcune specie vengono utilizzate per i miglioramenti forestali.  Sono piante dioiche, hanno cioè fiori maschili e fiori femminili su piante distinti e l’impollinazione avviene attraverso il polline trasportato dal vento. (IL vento è anche l’incaricato di disperdere i semi avvolti in una bianca lanuggine, quella che è causa per molti di allergia).

Il vento però non è molto preciso così succede che tra specie diverse di pioppi avvenga una impollinazione incrociata, le varie specie si ibridano ed  è molto difficile trovare esemplari puri  per esempio di pioppo nero, una delle specie base da cui sono stati ricavati gli ibridi per i pioppeti industriali;  abbastanza riconoscibile è invece il pioppo bianco  (Populus alba) dalla foglia palmata e argentata nella parte inferiore.

Il pioppo tremulo, dal lungo picciolo, trema con tutta la sua chioma ad ogni debole bava di vento, con il pioppo nero dà origine ad ibrido chiamato pioppo grigio (Populus canescens)

Ma non è finita qui: le principali specie di pioppo nel mondo sono una trentina diffusi soprattutto nell’emisfero boreale (Europa, America settentrionale ma anche Messico, Asia fino all’estremo oriente e qualcuno perfino in Africa (vi risparmio i nomi ma potete trovarli qui)

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Allora  tutta questa varietà di pioppi (e di popoli) fa nascere un’altra considerazione:

IL “populus” forse non sarà mai unido ma la sua bio-diversità ne impedirà sempre la sconfitta.

Ps:  dalle ultime ricerche pare che l’etimo “populus” assegnato al pioppo non abbia la stessa radice di “popolo” ma ai fini di questa storia in fondo non cambia nulla.

 

 

STROBI, LARICI E ALBERI DI NATALE

Non me l’aspettavo,

No, non pensavo di incontrarli in questo bosco di Querce rosse e farnie, violentato da una linea elettrica.

Le querce rosse regnano sovrane e, in questo periodo, bellissime, con le foglie dai colori scarlatti che disegnano arabeschi contro l’azzurro del cielo.

Ma ecco che tra questo tripudio di colori che brillano baciati (si baciati, anche se è un’immagine un po’ retorica) dal sole tiepido di novembre si intravedono delle chiazze più scure, delle isole di … aghifoglie.

Chi è il proprietario di questo bosco?

E chi le ha piantate?

Mistero, ma… non importa.  Oppure sì.

E’ importante per me avere scoperto questo angolo di biodiversità in un bosco ormai invaso dalle essenze esotiche (Quercia rossa ma anche Prunus serotina, Robinia).

PIno strobo

Il primo albero che mi viene incontro è un Pino Strobo:  ce ne sono altri,  alti, slanciati, con i corti aghi riuniti in ciuffetti di cinque e le pigne un po’ lasse, ricurve. (ecco come  riconoscere le conifere  dalle pigne: clicca qui)

In effetti anche lui è un nord-americano arrivato in Europa (Gran Bretagna) nel XVIII secolo e impiegato anche in Italia come pianta forestale a partire dalla prima metà del ‘900.

Ma se lo Strobo vive bene anche in pianura che ci faranno mai in questo bosco dei Larici? (Larix decidua)

Larix decidua

Sono loro, sì, non si può sbagliare; sono l’unica conifera europea che perde tutti gli aghi d’inverno e che in questa stagione si colora di giallo-oro.

Lui arriva da meno distante: l’Europa centrale e i Carpazi sono i suoi luoghi di origine (è un albero comunitario) ma in Italia, dove è presente su tutto l’arco alpino, è considerato un relitto glaciale.

Sceso infatti in pianura durante le glaciazioni, nel periodo successivo è salito di quota per non soffrire il caldo (come noi in queste ultime estati torride) tanto che lo troviamo fin sopra i 2.500 metri.

Questi devono essere esemplari davvero straordinari: non solo vivono in pianura ma hanno fatto amicizia con gli Strobi: cosa abbastanza inusuale per loro che temono la concorrenza di altre conifere.

Qualcuno però ce li deve aver portati così come  ha portato tre Abeti rossi.

Sono più piccoli, alti due-tre metri, totalmente sovrastati dai Larici e dagli Strobi, che li ricoprono con un mantello di aghi.

Qualcuno se ne deve essere sbarazzato, passate le feste,  dopo aver tolto le palline e le luci colorate, la stella di Natale.

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La linea elettrica apre uno squarcio di blu;  il sole illumina le foglie gialle di un acero.

Gli aceri sono amici delle querce rosse (almeno nei nostri boschi); non è raro crescano assieme.

Però che luogo strano, continuo a ripetermi mentre cammino su un tappeto di aghi nel sottobosco… assente.