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AFFETTI STABILI

M’ama o non ‘ama?  Chissà quanti di voi l’hanno fatto staccando ad uno ad uno i petali di una margherita o di una pratolina (Bellis perennis e chissà quanti lo faranno ancora.

Però io vi prego, vi supplico:  non fatelo più. Le margherite sono più contente se non gli strappate la loro bellezza e poi  vi confido un segreto che deluderà forse i più romantici.

Le margherite hanno sempre un numero di petali dispari per cui se incomincio con il “m’ama”  la risposta finale sarà inevitabilmente affermativa. Se invece si incomincia con il “non m’ama” (per i più incerti) la margherita non potrà che confermare le proprie insicurezze.

io invece credo di amare le piante, tutte, anche quelle più infestanti (con qualche distinguo, va beh). Sono per me  un affetto stabile, senza bisogno di conferme.

Ma anche le piante tra loro si vogliono bene…  il basilico per esempio vuole bene ai pomodori  (non solo nel piatto, ma anche come vicino nell’orto)  così le cipolle con le fragole,l’insalata con i ravanelli, i piselli con le carote e altre consociazioni che tengono lontani gli insetti nocivi e possono migliorare il gusto delle verdure

Le consociazioni utili nell’orto

Ci sono poi tantissimi esempi di affetti stabili tra gli alberi e i funghi: i porcini con le querce o i castagni,…

Ma il legame più stretto credo sia  quello dei licheni, formati dall’unione di un’alga con un fungo, tanto che come nella Bibbia, sono diventati una cosa sola, indistinguibile…

  vedi   L’ARIA E I LICHENI

Poi ci sono le convivenze, più o meno forzate;

il caso più noto è quello delle orchidee sudamericane che nel loro habitat naturale, vivono su altre piante, si”arrampicano” più in alto per avere più luce ma non succhiano il nutrimento dalla pianta ospite bensì si nutrono attraverso le foglie e le radici aeree.

Come uno che abita con te ma che si fa la spesa da solo. (un convivente ma senza legami affettivi)

Così come non sappiamo se si vogliono davvero bene tutte queste piante che crescono negli stessi ambienti, amano lo stesso tipo di suolo ma chissà…

forse frequentandosi  qualcosa nascerà!

 

 

 

L’ALBA E’ SEMPRE A EST

 

Resurrezione – Piero della Francesca

Tutto il giorno di Pasqua a guardare verso est…

Perchè l’alba è sempre ad est.

Non è il titolo di un film e neanche di un romanzo (forse potrei scriverlo io ma bisogna che mi affretti a depositare il titolo).

Potrebbe essere una constatazione banale talmente è evidente la cosa oppure avere dei risvolti filosofici o entrambe le cose.

Pasqua è passaggio, dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla libertà (per gli Ebrei in fuga dall’Egitto)  è la festa della vita che rinasce, (risorge, come Cristo dopo tre giorni)  come il sole ogni mattina, all’alba.

All’alba, ho scoperto è legato il nome della Pasqua nei paesi anglosassoni infatti loro la chiamano  Easter,

Easter è un nome che deriva dalla festa pagana della primavera   e ha la sua radice nel germanico “Austron”  che designa il punto cardinale EST ovvero l’alba.

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Così anche questa Pasqua è passata, ci siamo passati tutti, guardando ad est per cogliere qualche segno di rinascita anche se  di questi tempi è dura…

Eppure la rinascita, ci insegna la natura, è nel passaggio dall’inverno alla primavera, con le piante che si risvegliano dal loro sonno apparente, e cacciano gemme da rami fino a ieri secchi, fanno capolino dal terreno, crepando aride croste, richiamano api con il profumo o il colore dei loro fiori.

Qualcuna è più pigra e aspetta che altre facciano da apripista, che assaggino l’aria pungente delle prime mattine di aprile, poi è tutto un tripudio di verdi teneri, brillanti, coriacei, felpati…

Che cosa può darci più coraggio?

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LA FORESTA DI CHERNOBYL

Chernobyl brucia;  brucia la foresta attorno al reattore nucleare esploso il 26 aprile 1986.

in molti se lo aspettavano, lo temevano… e la cosa più grave è che pare sia un incendio doloso.

Nella zona rossa in verità gli incendi non sono un fatto sporadico. altri incendi sono avvenuti per esempio nel 2018.

Ma in questa zona di 2000 Km2 denominata zona rossa o zona di evacuazione gli incendi sono molto più pericolosi che altrove perchè i valori di radioattività dopo più di 30 anni sono ancora molto alti.

L’incendio ha provocato un aumento della radioattività di 16 volte superiore a quella abituale.

 

La zona di evacuazione disabitata da 30 anni è conosciuta anche come “foresta rossa“:  le radiazioni nucleari successive all’esplosione del reattore  n. 4 della centrale di Chernobyl  (100 km a nord di Kiev nell’allora Unione sovietica ed ora Ucraina) hanno ucciso la maggior parte delle forme di vita animali ma hanno lasciato in piedi gli alberi (in gran parte pini silvestri) che però, similmente a quanto accaduto dopo l’esplosione della bomba nucleare su Hiroshima, sono diventati rossi.

Le foto dall’alto lo mostrano chiaramente.

Ma questo ambiente così ostile (invivibile) per l’uomo pare non lo sia per gli animali infatti nel tempo questa foresta si è popolata di uccelli e mammiferi altrove scomparsi: sono stati avvistati per esempio cicogne nere  e linci rosse, altrove scomparse e poi un orso bruno, un’aquila chiazzata e i cavalli di Przewalski (una specie in via di estinzione)

Cavalli di przewlasky
Orso bruno

Ne parla nel suo libro “L’incredibile viaggio delle piante” anche Stefano Mancuso, scienziato di fama internazionale   che chiama le piante di questa foresta “i combattenti di Chernobyl”  infatti oltre ad aver resistito alla nube radioattiva le piante sono gli unici organismi viventi in grado di assorbire i radionuclidi, sottraendoli all’ambiente, anche se con tempi molto lunghi.

Le piante però in questo modo diventano esse stesse radioattive e quindi quando bruciano liberano radionuclidi nell’atmosfera.

Un altro fenomeno che è stato osservato nella foresta rossa di Chernobyl è che le piante quando muoiono, ma anche le foglie quando cadono a terra non si decompongono.

La cosa pare sia dovuta al fatto che in questo bosco le radiazioni nucleari hanno ucciso forme di vita quali funghi, batteri, insetti  che decompongono le fibre vegetali.

E quando la foresta brucia, brucia molto più rapidamente.

Il paradosso è che l’area di Chernobyl è visitata ogni anno da moltissimi turisti  (più di 100.000 nel 2019).

La cosa è vero è successa e succede anche in Giappone per Hiroshima e Nagasaki perchè visitare i luoghi dell’orrore almeno può servire a futura memoria per non ripetere gli stessi errori ma come accaduto anche in Italia nelle zone dei recenti terremoti il rischio è che prevalga il voyerismo.

Gli ambientalisti hanno proposto che la foresta di Chernobyl,  se si salverà dagli incendi, diventi un parco naturale, un laboratorio ecologico dove prima che arrivasse l’uomo  la natura era “incontaminata”.

 

https://www.repubblica.it/esteri/2020/04/07/news/chernobyl_l_incendio-253402159/

 

DIMMI IL NOME

Magnolia X soulangeana

Sì, certo.  è sempre l’uomo che dà il nome alle piante.

Linneo diceva: “Se non conosci il nome muore anche la conoscenza delle cose”  e in questo senso posso anche dargli ragione. (molte piante sarebbero innominate senza il suo metodo e la sua “furia” classificatoria)

Anche tra gli umani non ci chiamiamo “quello lì” o  “quella là”,  se non in senso dispregiativo.

Però a volte l’uomo con le piante esagera.  Nessuno ha mai chiesto loro come vogliono chiamarsi e dubito che sia possibile farlo (almeno con le nostre conoscenze attuali).

E’ vero però che le piante a volte ci suggeriscono il nome con il loro aspetto o il loro comportamento.

Prendiamo il caso della magnolia a foglie caduche… conosciuta dai  botanici come Magnolia X soulangeana  (dove X sta a significare che è un ibrido.

Incrociata tra la Magnolia denudata e la Magnolia Liliiflora a metà del 1.800 questo arbusto o piccolo albero è una delle principali attrazioni dei nostri giardini a inizio primavera.

Con foglie di un verde più chiaro rispetto alla Magnolia sempreverde  (o Grandiflora) e meno coriacee, questa magnolia è “denudata” perchè d’inverno perde le foglie e “liliiflora” perchè i suoi fiori  a calice sono simili a quelli di altre piante della famiglia delle liliaceae (es. il tulipano)

E l’appellativo Soulangeana da dove arriva?  Ve lo dico dopo, abbiate pazienza.

Intanto parliamo dei suoi fiori che sbocciamo quando la pianta è ancora priva di foglie e hanno un delicato profumo di limone (purtroppo però una volta sbocciati resistono pochi giorni sulla pianta…)

I petali possono essere di colore bianco panna, rosa o viola all’esterno mentre all’interno sono generalmente bianchi  e caduti sul prato creano una texture originale, come piccole impronte di piedi  (footprint) si direbbe di nanetti  anche se da tempo quelli di Biancaneve non si vedono più  in giro nei nostri giardini.

Interessante anche il frutto, una pigna che a maturazione lascia scoperti dei semi piatti di un colore rosso brillante simili a dei confetti (gli smarties??)

Frutto e semi magnolia caduca

Ma torniamo al nome: di denudata e liliiflora abbiamo capito. Ma Soulangeana?

Ah ecco!   Pare che questo ibrido sia stato creato nel giardino del biologo e botanico dell’esercito francese Etienne – Soulange Bodin (1774-1846)-

Beh, però così non vale!

E allora la mia magnolia come la chiamo?

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Per chi vuole approfondire:

https://informativerde.wordpress.com/tag/magnolia-a-foglia-caduca/

GLI ABBRACCI DEL MITO

 

In questo periodo in cui abbracciarsi è un atto di ribellione o di incoscienza  e gli unici che possono abbracciarsi sono gli alberi,   ci viene in soccorso il mito.

E Ovidio con le sue “Metamorfosi”

Certo non sempre facciamo questa associazione quando vediamo due alberi abbracciati  come Filemone e Bauci, due anziani coniugi salvati  dal diluvio da Giove e Mercurio per ricompensarli della loro generosità  e trasformati in alberi intrecciati e uniti per sempre,

Però per gli alberi pare sia naturale.

A volte mi è capitato di vedere alberi così strettamente intrecciati che i loro tronchi si erano fusi assieme a formare un unico flusso di linfa (di vita) indissolubile.

A volte sono due alberi della stessa specie, a volte di specie diverse ed è sorprendente, almeno per noi, come facciamo a dividere così strettamente lo stesso spazio, la stessa aria, lo stesso  suolo.

E il groviglio di rami è anche quello di radici, di braccia, di mani, di bocche, di capelli… c’è un sostenersi a vicenda contro le intemperie e le ingiurie del tempo,

 

E forse anche Ovidio ha preso ispirazione  da alberi così quando ha pensato a Filemone e Bauci indivisibili e abbracciati per sempre.

 

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In una meravigliosa pagina delle Metamorfosi di Ovidio (VIII, vv. 616-724), nel tempo del mito, Giove e Mercurio scendono sulla terra vestiti da mendicanti e vanno in Frigia, per mettere alla prova l’ospitalità dei suoi abitanti. Bussano a mille porte, ma se ne apre solo una, quella della casa di Filemone e Bauci, marito e moglie molto anziani e altrettanto poveri e generosi. Il vecchio Filemone li fa accomodare e Bauci offre le loro semplici pietanze e del vino da un cratere che, prodigiosamente, non si svuota mai.

I due allora capiscono di trovarsi in presenza di divinità e, per farsi perdonare della semplicità con cui li hanno accolti, decidono di sacrificare la loro unica oca, guardiana della loro capanna. Ma Giove e Mercurio lo impediscono, si manifestano e svelano che, mentre tutti i cittadini stanno per essere sommersi dalle acque, solo loro si salveranno, purché lascino la loro casa.

Filemone e Bauci accolgono Giove e Mercurio travestiti da viandanti

I due anziani obbediscono e, tristi per il destino dei loro concittadini, salgono con le due divinità sul monte da cui vedono la regione allagarsi e la loro capanna trasformarsi in un tempio. Allora Giove domanda alla coppia di esprimere il desiderio più bello e Filemone e Bauci chiedono di poter essere sacerdoti e guardiani del loro tempio e di poter morire nello stesso istante, senza che nessuno dei due provi il dolore lancinante di veder morire chi ama. E così fu. Un giorno, mentre vegliano sul tempio di cui sono diventati i custodi, Filemone e Bauci si guardano mentre si coprono di rami e foglie, riuscendo a dirsi addio prima che la corteccia serri le loro bocche. Ancora oggi gli abitanti del luogo vedono lì i due tronchi vicini, una quercia e un tiglio, che un tempo furono umani, ora intrecciati tra loro.

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(Grazie al mio amico Namo per il suggerimento)

 

 

IL PINO DI ALLENDE

Ma potrebbe essere anche di Pinochet, di Pablo Neruda o di Luis Sepulveda; potrebbe essere il pino di Arturo Vidal, calciatore contemporaneo o  di Zamorano (ormai in pensione).

Potrebbe essere di tutti questi anzi lo è stato e lo è ancora questo pino delle Ande chiamato dagli indigeni Araucaria.

Per tutti noi però è da sempre il Pino del Cile (anche perchè è l’albero nazionale di quel paese sudamericano).

Scoperto da un botanico talent-scout già nel 1780,  l’Araucaria araucana gioca da sempre nella nazionale cilena anche quando fa freddo, anche sopra i mille metri e infatti può giocare anche nel campionato norvegese, sia in quello maschile che in quello femminile.

Unico suo rammarico non ha mai giocato con Totti, sebbene sia residente da parecchio tempo anche in Italia.

Foglie

E’ un evergreen ovvero sempreverde,  una conifera con foglie triangolari di circa 3 cm alla base, dure e dai bordi taglienti. (quasi come quelle dei carciofi)

Il vento trasporta il polline dalla pianta con fiori (sporofili) maschili, dalla forma di cetriolo, alla pianta con fiori femminili più sferici. Ma a volte nei nostri parchi e giardini troviamo anche esemplari con sporofili sia maschili che femminili (e vai a parlare di identità sessuale liquida poi…)

Il frutto è una pigna di grandi dimensioni (12-20 cm) che contiene in media 200 semi simili a mandorle o pinoli  e mi dicono sono commestibili.

Mentre da noi in Europa prende una forma piramidale  (tipo uno schema 4-3-2-1) nel suo ambiente di origine, le Ande Cilene e Argentine  siccome perde i rami inferiori che cadono sotto il peso della neve, adotta lo schema 4-3-3 venendo ad assomigliare più ad un pino marittimo

Il pino del Cile gioca in posizione centrale infatti è/ha un bel fusto e gli piace disorientare gli avversari con un mare di finte. I rami laterali infatti sono così intricati che non è possibile arrampicarcisi ( a parte che con le foglie taglienti ti feriresti comunque).

Bosco nativo di Araucaria araucana

Questo fatto gli è valso numerosi soprannomi nei confronti dei quali O’ Rey o  Pibe de Oro impallidiscono.

In inghilterra lo chiamano “Monkey-puzzle tree”, in Francia “Désespoir des singes”  perchè mai una scimmia potrebbe scalarlo (ma a che campionato stiamo giocando, quello del palo della cuccagna?)   Nei paesi di lingua spagnola invece è semplicemente  “Pino de brazos” o  el piñonero (già me li immagino i telecronisti sudamericani che gridano:  “ha marcado el piñonero!!”  o anche “el pehuén”

Ecco perchè è detto Pino del Paranà (o del Maracanà ?)

 

AFRICA, GIAPPONE E OMBRE CINESI

 

La fantasia è importante,  anche se non è al potere.  E’ qualcosa che  apparentemente di allontana dalla realtà e invece è proprio il contrario.  A volte ti aiuta a comprenderla meglio.

Così accade che in una passeggiata nei boschi  si facciano incontri che ti portano molto lontano da dove sei in quel momento…

Parcheggiata l’auto nel piazzale di una vecchia trattoria con vista sul ponte canale di una centrale idroelettica, ci inerpichiamo per pochi ripidi tornanti fin sull’altopianto di villette con giardino dove Camelie e Gelsomini di S. Giuseppe regalano un tocco di colore…

siamo ancora in Europa,  ma per poco, ancora.

Eccoci già in discesa verso l’ansa del fiume che conosciamo bene con i suoi ghiaioni immensi, oggi un po’ meno estesi perchè il fiume, anche se la piena sta diminuendo è ancora molto ricco di acque.

La foschia leggera regala quadri ottocenteschi.

Le foglie per terra ci guidano come una mappa botanica  al riconoscimento di alberi altrimenti senza nome.

Terra, acqua, alberi e sassi, qualche cormorano appoggiato a una secca del fiume che scende sinuoso in piccole rapide scintillanti di luce.

Ecco, la luce sfiora le querce dai tronchi contorti, cresciute sui sassi di questo “dosso”, per un momento, senza prevederlo, siamo quasi trasportati in Africa ai bordi del deserto  dove ogni essere vegetale (e animale) deve aggrapparsi con tenacia al poco che trova per sopravvivere.

Ma non è finita qui, perchè basta girare lo sguardo da un’altra parte che subito ti sembra di essere in Giappone,  con quel suo senso estetico così riconoscibile  ed elegante  e quasi dimentichi che quei ghirigori nel cielo sono umili frutti seccati su una pianta di orniello (anche lui contorto ma bello esteticamente secondo certi canoni).

Orniello, frutti

No, però a noi non basta, camminiamo sul sentiero ondeggiante che la piena  ha riempito di sabbia, sabbia finissima, impalpabile, più fine di quella marina.

Il sole ormai tramonta,  allunga le ombre, anche le nostre così non resistiamo…

Ci avevano distratto è vero, i voli frenetici dei codibugnoli, i fusti dritti e argentei dei bagolari, i loro rami spogli, palestra di parkour per questi uccelletti  ma poi tornando con gli occhi a terra,  eccoci qui con le nostre ombre proiettate sulla strada, sul muretto di sassi che tiene a bada la collina:

un selfie di ombre cinesi.