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MANDORLI AI COLLI

 

No, non siamo in Sicilia e neanche in Siria o Mesopotamia,  eppure anche qui sui Colli Euganei il mandorlo ha funzionato da sentinella della Primavera con la sua fioritura precoce ed effimera.

Mandorlo amaro o dolce?  (Amygdalus communis o Prunus dulcis?) a Guscio tenero, duro, semiduro?  Tutte domande per le quali bisognerà aspettare l’autunno, intanto, è l’occhio che gode di questi fiori rosa  che non saranno famosi come quelli di pesco di Battisti/Mogol ma che possono darci qualche indizio rispetto alla varietà.

Ne esistono tantissime, dalle siciliane “Pizzuta d’Avola” e “Fascineddu”  alle pugliesi  “Tuono” e “Genco”   fino alle più moderne “Ferragnes” (ogni assonanza con le fashion blogger è puramente casuale) oppure Jordanolo e Supernova.

E ancora:  uso terapeutico o alimentare  (o cosmetico)?

Entrambi perchè dalle mandorle si può ricavare un olio, un latte e perfino un pasta per dolci usatissima in pasticceria.

Bene lo sanno Hansel e Gretel che non sarebbero caduti nella trappola della strega cattiva se la sua casa non fosse stata di marzapane.

Mandorli al monte Fasolo – Foto Zattin

 

Per chi vuole approfondire:

http://www.verdeinsiemeweb.com/2012/02/fiori-di-mandorlo-presagio-di-primavera.html

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BACCHE BLU

Di che colore sono le bacche nel paese dei Puffi?

Lascio a voi immaginare,  ma non è difficile. Forse è più difficile capire esattamente cosa è una bacca ma anche qui rimediamo subito…

bacca s. f. [lat. baccabaca]. – 1. In botanica, frutto completamente carnoso, senza endocarpo legnoso, spesso di notevoli dimensioni, con un solo seme (per es., il dattero) o più semi (come il pomodoro); si differenzia dalla drupa, che è caratterizzata invece dall’endocarpo lignificato.   (da Enciclopedia Treccani on line)

La bacca blu più succulenta è sicuramente il mirtillo (Vaccinium myrtillus L. ) che cresce nei boschi di collina. Peccato che quando ci vado io i puffi sono già passati e non me ne lasciano neanche uno.

mirtillo nero
Fiori di mirtillo nero

Il mirtillo è diventato ormai un “superfood” per le sue decantate proprietà antiossidanti. Sarà per questo che i puffi hanno la pelle blu?

Dal mirtillo al mirto il passo è breve,  anzi no, perchè si cambia totalmente ambiente. Il Mirto è un arbusto tipico della macchia mediterranea… ma vuol dire anche Sardegna nell’immaginario collettivo, vuol dire anche liquore digestivo (da prendere anche nel caso questo articolo risultasse pesante).

Mirto

Se invece vogliamo brindare alla salute del grande puffo non ci resta che affidarci al Ginepro (Juniperus communis), albero o arbusto della famiglia dei cipressi che cresce bene in ambienti con poca disponibilità di acqua, quindi nella macchia mediterranea ma anche in montagna dove l’acqua ghiaccia per il freddo.

(Va bene, il Grande Puffo godrà del liquore fatto con le bacche blu del ginepro ma all’occasione potranno essergli utili anche in caso di infezione delle vie urinarie).

Juniperus communis

Nel paese dei puffi le bacche sono blu ma i fiori possono essere bianchi e rosa come quelli del Lauro Tino  o Lentaggine. Le foglie sono coriacee e sempreverdi, il portamento a cespuglio ma anche a piccolo albero e la pianta fiorisce tutto l’inverno portando allo stesso tempo i fiori riuniti in graziose ombrelline e i piccoli frutti blu metallico dalle estremità affusolate.

bacche di lauro tino
Fiori di Lauro tino

Ma le bacche più blu di tutte, più blu del blu, oserei dire, sono quelle del Mughetto giapponese (Ophiopogon japonicus) un’umile erba dalle foglie nastriformi e coriacee che si espande nel terreno grazie a gli stoloni delle sue radici e forma tappeti estesi (e come tappezzante viene infatti usata dai giardinieri) Se il fiore è una spighetta bianca e insignificante, le sue bacche blu sono davvero spettacolari.

bacche di mughetto giapponese

Abbiamo finito?

Di bacche blu ce ne sarebbero molte altre ma voglio concludere segnalando solo il Clerodendron trichotomum che al blu delle bacche aggiunge il rosso dei calici che aperti a petalo fanno assomigliare il frutto a un fiore.

Clerodendron frutti

Ma anche i fiori bianchi e profumati di questo piccolo albero giapponese sono una piccola grande attrazione (anche per le api, va da sé).

Fiori Albero del destino

Il Clerodendron trichotomum è conosciuto anche come Albero del destino.

Kleros in greco è la fortuna,  dendron è l’albero;  e che nel proprio destino ci sia fortuna è un gran bell’augurio,  anche nel paese dei puffi.

COSI’ VICINI, COSI’ LONTANI

Sembra quasi che si sorreggano a vicenda,  che si parlino.  Sono vicini, sì, nella stessa piazza, sono fatti di materiali diversi ma hanno lo stesso slancio verso l’alto.

E’ proprio guardando in alto che li vedi tutti e tre, tutti nello stesso campo visivo eppure sono molto lontani quasi come le stelle di una stessa costellazione che però tra loro sono distanti anni luce.

Il primo è un esemplare notevole di Gingko biloba, il più grande e maestoso che ho visto fino ad ora (dovrò dirlo a Tiziano Fratus). Il Gingko arriva dall’estremo oriente anzi no, arriva da più lontano, dal Mesozoico (200 milioni di anni fa).

Lui c’era già quando c’erano i dinosauri, li ha guardati negli occhi.  Poi lui è sopravvissuto, loro no. (Qui abbiamo un esemplare maschio, infatti il Gingko è una pianta dioica). Le sue foglie a ventaglio, di un bel giallo brillante in autunno, si stagliano contro il cielo e i muri delle costruzioni, si adagiano morbidamente al suolo.

Il secondo è una Pino silvestre,  anche lui ha visto le glaciazioni, è un testimone dei cambiamenti climatici, infatti in un periodo in cui la terra si stava scaldando (come in questi anni) si trasferì in Scozia, dove le temperature erano più basse infatti ancora oggi è conosciuto come Pino di Scozia.  E’ un esemplare di medie dimensioni, con una chioma non regolare, infatti la sua pettinatura “tipica” è a piramide, come andava di moda tra i ragazzi qualche tempo fa, ma qui forse risente della vicinanza di altri soggetti che vogliono rubargli luce e aria.

A parte la chioma lo riconosci per quel colore rossiccio dei rami più alti, vicino alla punta, le piccole pigne e gli aghi ritorti lunghi pochi centimetri e riuniti a due a due.

Si appoggia, o forse è il contrario, al terzo soggetto, rossiccio anche lui ma stavolta non si tratta di un albero ma di un campanile, slanciato, ma non troppo, elegante ma massiccio, fatto non di materia viva, pulsante, ma di pietre (per quanto anche le pietre sanno essere “vive”).

E’ il campanile della Basilica di S. Andrea a Vercelli,  un fulgido esempio di gotico Italiano. Lui è il più giovane dei tre, quanto a storia.

La nascita ufficiale dello stile viene identificata in architettura, con la costruzione del coro dell’Abbazia di Saint-Denis a Parigi, consacrata nel 1144

La  Basilica di S. Andrea, invece fu fondata nel 1219 dal vescovo Guala Bicchieri e rappresenta ancora oggi uno dei maggiori esempi del passaggio dal romanico al gotico in Italia così come il Battistero di Parma.  Molto francesi sono quei suoi due campanili affiancati alla facciata, e la nella cupola che qui non è rotonda e ricoperta di rame come in molte altre chiese in Italia.

Se l’interno è abbastanza spoglio, pur se di grande fascino con quegli archi a sesto acuto che si rincorrono sui soffitti, è all’esterno che la basilica impatta con grande forza, certo aiutata dai suoi amici alberi ( il Gingko biloba e il Pino silvestre).

Tutti e tre con questa incredibile voglia di abbracciare il cielo.

IL BOSCO BAGNATO

Ho avuto per un attimo anche io la tentazione  di pensarlo così,  solo e triste, sotto la pioggia, le foglie cadute e appiccicate al terreno, i rami neri e inzuppati d’acqua sotto un cielo freddo…

E invece chi l’ha detto che il bosco può essere poetico solo se è di aghifoglie?  Pure le latifoglie sanno esserlo, anche se non c’è Ermione la musa di D’Annunzio della “Pioggia nel pineto“.

Così ecco la chioma gialla di un gelso riparare dalla pioggia (forse) un’antica pietra, alberi che si specchiano nell’incavo di un antico mortaio, che lanciano rami spogli come braccia verso  la cappa di nubi…

ecco funghi che si arrampicano ordinatamente in fila sul tronco di un albero come dieci piccoli indiani e bacche di fusaggine con la goccia al naso.

Più avanti ecco un gruppo di amanite citrine su un letto di molinia e foglie di quercia rossa, poi  piccole foglie gialle come coriandoli sospesi….

 

Tutto questo abbiamo visto la ragazza che si allenava di corsa nel bosco, il ciclista che percorreva stretti sentieri fiancheggiati dai rovi, l’uomo che portava a spasso il cane….. e io.

 

TUTTI GLI ALBERI DELLA MADONNA

Tiglio monumentale a Macugnaga

Beh, non proprio tutti…. molti,  anzi… qualcuno.

Si perchè gli esempi sono davvero tanti  e il connubio tra la madre di Cristo e gli alberi è davvero molte frequente e molto stretto non fosse altro perchè entrambi simboleggiano la vita.

Ma non voglio addentrarmi troppo negli aspetti simbolici.

Restando più sul leggero quello che è certo che quando un albero è un “Albero della Madonna” è una pianta notevole, per dimensioni, forma, storia.

E le piante nel cui sito è stata costruita una chiesa dedicata alla Madonna sono davvero tante e di tante specie diverse così che si potrebbe considerare Maria patrona della biodiversità.

Si parte da una generica Madonna dell’Albero (Carimate, Como, ma anche Gorla Minore o Ravenna) e si potrebbe continuare con la Madonna dell’olmo, del ciliegio, del castagno, del pino…

Ma per non intasarmi subito partirò con due chiese in provincia di Varese.

Santuario Madonna della Ghianda – Somma Lombardo

La prima è il Santuario della Madonna della Ghianda a Somma Lombardo, frazione Mezzana.  L’edificazione della chiesa si deve a un fatto miracoloso accaduto nel XIII secolo quando la Madonna apparve tra i rami di una quercia ad una pastorella sordomuta che in seguito a questo fatto avrebbe incominciato a parlare e sentire.

Nel luogo dell’apparizione si costruì dapprima una cappella poi, per volere di S. Carlo Borromeo  tra la fine del 1500 e l’inizio del 1.600 sorse la chiesa attuale ad opera del suo architetto di fiducia  Pellegrini.

Ma già nel ‘400 l’abside della chiesa ospitava un grande  dipinto attribuito all’illustre mano di Michelino da Besozzo. Tale dipinto raffigura, infatti, la Madonna col Bambino assisa fra le fronde di un albero, da cui pendono numerosi i frutti in forma di ghiande.

Michelino da Besozzo -MadonnaGhianda – foto Alessandro Vecchi

Merita una particolare attenzione, questo riferimento a Mezzana alla ghianda e, in particolar modo alla quercia, albero quanto mai legato alla figura di Maria, come anche l’arte cristiana medievale e rinascimentale ci testimonia con abbondanza (così appare, per esempio, anche nei dipinti di Lotto, di Raffaello e perfino di Caravaggio). Albero cosmico per eccellenza, asse del mondo in numerose tradizioni culturali (dai greci ai romani, dai celti agli slavi), anche nella Bibbia esso appare quale strumento di comunicazione tra cielo e terra: a Mamre e a Sichem, infatti, Dio si è rivelato ad Abramo proprio vicino a una quercia.

(Luca Frigerio – in  “Santuari Mariani”)

Della quercia dove apparve la Madonna però non vi è traccia, il viale che porta al santuario è ora fiancheggiato da due filari di pioppi cipressini.

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La pianta è ben visibile invece nel caso della chiesa di S. Maria del Cerro a Cassano Magnago (VA).

Anche il cerro è un quercia ma con foglie generalmente più allungate e ghiande con cuspide spinosa.

Un esemplare centenario fa bella mostra di sé estate e inverno proprio davanti alla facciata della chiesa  posta su una piccola altura che guarda la città dall’alto in basso.

S. Maria del Cerro – Cassano Magnago

Costruita nel XIII secolo e completamente rifatta nel 1.800  (a questo periodo risale la scalinata costruita su progetto dell’architetto Machiachini).

Anche qui si intrecciano storie tra il sacro e il profano.

Al suo interno infatti è conservata la reliquia della “Sacra spina“, una di quelle che cinsero la testa di Gesù durante la crocefissione.

La tradizione vuole che a portarla fu Princivalle Visconti nel 1570 di ritorno da Colonia.  All’interno della chiesa esiste anche un affresco del Morazzone che raffigura S. Carlo che ritrova la Sacra spina.

Ma allora chi è stato davvero?

E la spina di che albero era?

Di questo ne parleremo una prossima volta.

Per adesso basta sapere che l’ attributo “Cerro” riferito alla chiesa è dovuto al nome della località dove sorge e non alla pianta.

L’esemplare di cerro presente oggi è l’ultimo di una serie di alberi della stessa specie presenti in questo luogo ed è stato piantato in sostituzione di quello precedente abbattuto nel 1922.

S. Maria del Cerro – 1918

ALBERI A VENEZIA

E chi li guarda?

Troppo impegnati a guardare le gondole, i ponti, i canali, gli splendidi palazzi … e le turiste.

Cosa ci fanno gli alberi a Venezia?  Chi li ha previsti?

Eppure ci sono. Affondano le loro radici nelle palafitte su cui poggia la città,  fatte dai tronchi dei loro antenati, sangue del loro sangue, linfa della loro linfa.

Se ne stanno in mezzo ai Campi che qui a Venezia sono le piazze, lastricate e con l’immancabile pozzo  e poi … Loro. (Ogni riferimento al film di Sorrentino è puramente casuale).

Spuntano da dietro un muro, si affacciano a una calle, a un canale: Sono bagolari, tigli, magnolie prigioniere dietro una cancellata oppure ombra generosa in un Campo, davanti a una chiesa.

Non sono mai il soggetto principale, ve ne siete accorti?  A meno che non siano il Giardino di Paleocapa,  le robinie del piazzale Roma con vista ponte di Calatrava.

 

… Ma Piazzale Roma in qualche modo è già terraferma.

 

 

NOTIZIE DAL MONTE DELL’ARCA

 

I monti dell’ Ararat, quelli dove secondo la tradizione biblica (e non solo) si incagliò l’arca di Noè dopo il diluvio universale, sono una catena di antichi vulcani  il più alto dei quali misura 5.165 m. slm

I  vulcani sono  situati tra le regioni dell’Agri e dell’Agdir al confine tra Turchia, Armenia e Iran.

Oggi in territorio turco  l’Ararat ha però fatto parte storicamente dell’Armenia, è considerato una montagna sacra e infatti il suo nome in armeno significa “luogo creato da dio” mentre in turco è “la montagna del dolore”.

Noè quella volta, prima del diluvio universale,  fece salire sull’arca tutte le specie animali a coppie; nulla si dice, o almeno io non lo ricordo, delle specie vegetali.

Tom duBois – The promise

Eppure qualcosa deve essere successo se da quel monte dell’antica Armenia arrivano diverse piante che portano (più o meno a ragione) il nome di quella terra.

Gli indizi sono il nome specifico di “armeniaca”, “armeniacus” o “armeniacum”.

Così abbiamo ad esempio il “rubus armeniacus”, il “muscari armeniacum” il “papaver armeniacum” fino ad arrivare alla “Paphiopedilum armeneniacum” (una piccola orchidea cinese dai fiori gialli)

Nei funghi invece  l’attributo “armeniacum” in genere significa color aranciato, simile all’albicocca. (es Xerocomus armeniacum).

Ecco siamo arrivati alla pianta che più di tutte è diventata vessillo della regione attorno al monte Ararat.

L’albicocco infatti viene chiamato dagli scienziati “Prunus armeniaca” perchè si ritiene che sia originario dell’Armenia  anche se alcuni studiosi affermano che arrivi da molto più lontano (la Cina). Gli antichi romani lo introdussero in Italia e Grecia. Gli arabi contribuirono a diffonderlo in tutto il bacino del Mediterraneo con il nome di “Al barquq”.

Le piante abbiamo visto, hanno diversi modi per diffondersi, il vento, l’acqua, gli uccelli, i mammiferi… e anche gli uomini.

Un altro caso interessante è quello del Melograno. Chiamato dagli antichi romani “Malus punica” perchè diffuso dai Fenici nei dintorni di Cartagine, ha poi preso il nome di Punica granatum.  In realtà la pianta è presente fin dall’antichità in tutta l’asia sud occidentale dal Caucaso all’Hymalaia.

Un’altra origine del nome, dicono altri, si deve sempre al latino “puniceus” che significa purpureo, scarlatto,  con riferimento al colore del frutto ma in particolar modo dei fiori e dei semi.

IL melograno è la pianta simbolo dell’Armenia e paradossalmente non si chiama Armeniaca ma Punica cioè Cartaginese.

Ma si trovava in quella regione anche prima del “Diluvio universale”?

Alcuni indizi sembrano darne conferma  infatti il melograno (e non la mela di Biancaneve) è il frutto proibito del Paradiso terrestre, segno che  è già conosciuto sin dall’inizio dei tempi.

Ma come ha fatto a salvarsi dalle acque allora?

Non ho una risposta a questa domanda, non l’ho cercata ancora abbastanza, ovvero, un’indizio è la colomba che Noè manda in esplorazione quando finisce di piovere e lei torna con un rametto d’ulivo…

Nel frattempo però ci sono studiosi che ispirandosi a Noè e alla sua Arca stanno compiendo un’opera immensa.

A Spitsbergen su un’isola delle Svalbard in Norvegia infatti all’interno di una montagna dal 2008 è stata creata una “cassaforte” per i semi dei tre milioni di specie vegetali presenti sulla terra o per meglio dire un “frigorifero” infatti la temperatura di conservazione è di -20 gradi.

Il suo ideatore è Cary Fowler scienziato della biodiversità e ambientalista.

E’ l’Arca di Noè delle piante che vuole metterle al riparo da catastrofi naturali o causate dall’uomo,  un’iniziativa di grande valore e lungimiranza.

Certo che Spitsbergen non avrà mai il fascino del monte Ararat.