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ONTANO IL NAPOLETANO

Ontano napoletano

Qualcuno narra, ma forse è un apocrifo, che Garibaldi quella volta dopo essere stato ferito ad una gamba e aver chiamato per nome tutti i 999 garibaldini compreso Nino Bixio, giunto a Teano guardò lontano per vedere se scorgeva un omino buffo con i baffi in sella a un cavallo (un piemontese) e invece scorse un napoletano.

Normale no?  La zona è quella;  che cosa c’è di strano. Si va beh Teano è in provincia di Caserta, ma stiamo a spaccare il capello?  Sempre in zona borbonica siamo e poi i napoletani erano e sono dappertutto.

Lui però non tanto; l’ontano, voglio dire, infatti l’ontano napoletano è una pianta endemica del sud Italia, perciò Garibaldi, eroe dei due mondi ancora non l’aveva incontrato.


Giro a destra dopo la Dogana sulla stradina che corre sul ciglio della valle e conduce alla chiesetta della Maggia ed ecco che giunto sulla esse del belvedere della Bocca di Pavia anche io faccio un po’ come Garibaldi (No, l’omino buffo in sella ad un cavallo non c’entra, anche se da qui il Piemonte è più vicino, basta attraversare il fiume)

No, lo stesso stupore di Garibaldi, ammesso che Garibaldi si sia stupito, è quello che mi coglie girandomi, scorgendo le sue foglie ovali e lucide, tronco gessato-grigio invaso dall’edera.

L’ontano napoletano (Alnus cordata) è una pianta monoica con fiori maschili e femminili sulla stessa pianta, similmente ai suoi parenti (ontano nero e verde) presenta lunghi amenti maschili e corti fiori femminili che si trasformeranno in una pignetta verde e nera a maturazione che aprendosi lascerà uscire i semi.

Diversamente dall’ontano nero (Alnus glutinosa), tipico del Nord Italia, può sopportare anche periodi di siccità abbastanza lunghi anche se necessita di una quantità di precipitazioni annue di almeno 1000 mm.

Cresce fino a quote collinari (1300 m. slm) associandosi spesso alle querce e ai faggi, ai castagni.

Al nord viene spesso utilizzato come pianta ornamentale ma la sua dote nascosta è quella di arricchire il terreno grazie alla presenza nelle sue radici di batteri che fissano l’azoto nel terreno.

E’ anche una pianta scarsamente infiammabile, cosa da tenere presente nelle riforestazioni dopo gli incendi (come quelli di questi giorni purtroppo).

Dal punto di vista simbolico (ma è solo una mia opinione,  non scandalizzatevi) l’ontano napoletano è una pianta tricolore, un artefice dell’unità d’Italia.

 

Ecco, mi ricordo che ne ho visto un’altro nei pressi di una vecchia stazione ferroviaria abbandonata.

….  Garibaldini tutti in carrozza?  Si parte!!

Destinazione?

Porta Pia.

VERDEFRUTTO

In principio furono i “Pomodori verdi fritti” (alla fermata del treno) poi venne “Il tempo delle mele”.

Sarà, ma i frutti quando hanno la buccia verde trasmettono quel senso di asprezza,  di acerbità, di non maturazione.

Non sempre è così,  ovviamente, a cominciare da alcune varietà di mele (come le renette e altre).

Ma l’elenco dei frutti verdi è più lungo di quello che si pensa. Proverò a fare solo qualche esempio a partire da questo.

Sembrano palline da tennis vero?

Noce americano

La somiglianza con le palline da tennis c’è tutta. Non credo però che Mc Enroe le abbia usate anche perchè sono molto dure (e poi non rimbalzano).

La buccia verde si chiama mallo e nasconde la polpa che avvolge la noce. Infatti si tratta di un noce americano il Noce nero (Juglans nigra).

Le “palline da tennis verdi” sono durissime e durissima è anche la noce, finemente zigrinata a proteggere il seme (gheriglio).

Presente da noi dalla metà del XVIII secolo ha perso subito interesse come legno per mobili ed è possibile trovarlo nei parchi urbani come albero ornamentale o altrove rinselvatichito. E’ un bell’albero ma ha un difetto: le radici contengono una sostanza tossica che impedisce alle altre piante di crescere.

La noce è commestibile ma provate a rompere il guscio se ci riuscite

altre info su: http://www.floraitaliae.actaplantarum.org/viewtopic.php?t=33269

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Diospiros digyna

Passiamo a qualcosa di più morbido (a maturazione) ovvero a un Kaki ma particolare, infatti la sua polpa è nera.

Nera!?!  Sì, proprio nera, o blu-violetto  o giù di li….. Si chiama Black sapote  (nome scientifico Diospiros Dygina) e la sua polpa, quando è ben maturo, ha il sapore del cioccolato.

Un’alternativa interessante da spalmare sul pane.

Cresce in America Centrale, Florida, Hawaii e Filippine.

In Italia è stata iniziata la coltivazione in Sicilia.

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Dalle noci ai Kaki alle….. fragole

Annona Cherimola

Ditemi se anche a voi questo frutto non ricorda una fragola verde.

Si chiama Annona Cherimola.

Originaria degli altipiani del Perù ed Ecuador, è una piccola pianta che  non supera in genere i 7 metri di altezza e ama i climi tropicali  ma non le gelate.

Ha una polpa bianca dolce-acidula che avvolge i semi neri e duri dai quali è possibile separarla con facilità.

Anche questa pianta, mi dicono, viene coltivata in Italia in provincia di Reggio Calabria.

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Torniamo alle noci?  Sì dai, prima di parlare di altri frutti più strani.

E’ la volta del noce bianco americano o Pecan.

Qui la somiglianza del frutto, se proprio vogliamo vederla è con una palla medica, di quelle pesanti pesanti che ti facevano usare a scuola durante l’ora di educazione fisica.

Noce bianco americano (Pecan)

Ampiamente coltivato anche in Europa, assomiglia molto come foglie al noce nostrano (Juglans regia) e le sue noci sono altrettanto gustose. Peccato che  il noce Pecan (Carya ovata)  produca i primi frutti solo dopo 15 anni.

Ma se avete pazienza….

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Ok, siete pronti?

Allora vi propongo quest’altro frutto tondeggiante ma molto rugoso che di nome fa Maclura pomifera (già, i pomi non li avevamo ancora citati).

Maclura pomifera

Anche lei arriva dall’America e si è naturalizzata in Europa da circa 200 anni, ma i suoi frutti purtroppo non sono commestibili. In Europa ha trovato impiego nelle siepi perchè  i suoi rami sono dotati di lunghe spine così viene chiamata anche “Melo da siepi”.  L’altro suo nome comune è “Legno d’arco”  con riferimento all’uso che ne facevano i nativi americani.

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Dall’America all’Asia per incontrare un’altro strano frutto verde  che questa volta assimileremo a una zucca.

Si tratta della Garcinia cambogia ( Garcinia Gummi-Gutta) Facile indovinarne l’origine.

La sua zona di distribuzione è il sud-est asiatico (Indonesia, Cambogia, Birmania i paesi dove è maggiormente coltivata).

Ha assunto una certa popolarità in Europa come ingrediente degli integratori per le diete dimagranti.

Infatti è nota anche come “Malabar tamarindo” e se tagliato in sezione il frutto assomiglia agli agrumi.

La parte usata nei preparati dimagranti è la bruccia grattuggiata contenente “acido idrossitocitrico”.

Gli esperti sono però prudenti nel riconoscere l’effettiva validità di questi preparati.

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Ovviamente i frutti con la buccia verde sono molti di più. Mi vengono in mente cosi, al volo, il Mapo (Mandarino-pompelmo) l’Avocado e il Lime ma voglio chiudere con un omaggio all’eleganza della “Ghianda di Giove” ovvero Juglans regia

Juglans regia

SAN CARLO, L’EDICOLA E IL FIORE CADUTO

Busto A. – Edicola di S. Carlo

Dov’è la piscina?

Difficile immaginarla qui, tra queste vecchie case, strade strette… forse era un po’ più avanti in Piazza S. Maria.

Busto Arsizio, Via Matteotti ovvero contrada Pessina,  circa a metà strada tra la chiesa di S. Maria e la chiesa di S. Michele lungo un’antica via devozionale;  davanti agli occhi increduli dei “forestieri” compare un’edicola, anzi di più, un tempietto del XVII secolo dedicato a S. Carlo.

https://www.comune.bustoarsizio.va.it/index.php/visita-busto/percorsi-culturali-della-citta-la-mappa/article/19-edicola-san-carlo

Il traffico adesso scorre più in là, lungo una strada più larga ricavata dallo sventramento di vecchi quartieri, questo angolo invece è più riservato, quasi anonimo se non fosse per quell’edicola e anonime sembrano essere anche le piante che, selvatiche crescono lungo i muri o sui cancelli arrugginiti.

Ma tra  loro certo si conoscono, così il sambuco  che cresce ai confini di un parcheggio di terra tra ruderi di abitazioni saluta la sua amica celidonia e la muraiola si intrattiene amabilmente con l’edera  che fa il solletico con le sue radichette ad una parete dipinta (si fa per dire) da writers dilettanti (e ruspanti; niente che a che vedere con le star che taggano i treni).

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S. Carlo è lì con la tiara in testa e quella faccia dipinta di ocra dalla quale il naso (che lo rende così riconoscibile in tutti i dipinti) sembra sporgere un po’ meno del solito.

Dalla sua espressione non si capisce se gli facciano più piacere queste erbe spontanee o i lumini accesi dai fedeli, ma dentro di lui siamo sicuri che è contento nel vedere come la natura stia rimediando all’incuria degli uomini (lui che ci teneva affinchè i luoghi di culto fosse puliti e decorosi).

Ecco, forse il periodo non è questo, ma immaginiamo che la statua di S. Carlo percorra in processione la Via Matteotti sul suo baldacchino; allora appena dietro la sua edicola,  in un piccolo spiazzo tra edifici cadenti e altri appena ristrutturati c’è un tappeto di fiori caduti.

Sembrano fiocchi ma non di cotone, di un colore verde chiaro, riuniti in grappoli come l’uva;  tappezzano quasi il terreno assieme a qualche piccola pallina secca, scura e uncinata (i frutti dell’anno prima).

Liquidambar, fiori maschili

Ma certo!  E’ un Liquidambar! Una pianta americana importata in Europa perchè molto ornamentale in autunno con le sue foglie a 5 punte con colori che vanno dal violetto/nero al rosso acceso agli arancioni e gialli e quei grappoli cotonosi sono i fiori maschili.

S. Carlo, e anche il forestiero (che poi sarei io), lo guardano perplessi.

Cosa ci fa un albero così tra queste antiche strade?

E’ come una rosa nel deserto (no è vero, quelle ci sono) è come una palma al Polo Nord, come la neve all’equatore.

…. la processione è passata, i canti si sono spenti e  lontano si sente nuovo il suono dei clacson.

Il fiore caduto sta aspettando lo spazzino che lo raccolga, come petali di rosa gettati durante la processione ma non è triste, il suo lavoro l’ha fatto… e poi S. Carlo gli ha sorriso, come a dire ” Ogni pianta è una benedizione di Dio”.

 

 

IL FIORE VERDE

Eccolo lì, arrampicato sulla pianta… eppure non è un’orchidea.

Per un attimo pensi che sia un’infiorata, un’operazione fatta dall’uomo stanco di vedere i rami spogli.

Poi ti avvicini e scopri che no, è un fiore classico, di quelli che siamo abituati a chiamare fiori, con petali, calice, stami, pistillo… ma ancora ci resta un senso di spaesamento perchè il colore verde di solito è il colore delle foglie.

Però le foglie adesso sull’albero non ci sono, non ci si può confondere.

Allora provi a farti un’altra domanda.

A che stadio dell’evoluzione si colloca l’acero riccio? (Questo è il suo nome, altrimenti detto Acer platanoides).

Sarà venuto prima o dopo l’homus abilis  o l’homus erectus?

Di sicuro appare quando giù sulla terra esistevano le api e altri insetti impollinatori perchè a differenza di altre piante che si servono del vento per la fecondazione,  l’acero riccio è una specie a impollinazione entomofila. (cioè  con gli insetti)

E le api pare siano molto golose del suo nettare.

Ma un altro aspetto che lo caratterizza è l’eleganza.

L’acero riccio infatti è una pianta molto elegante, con o senza fiori e foglie.  Anzi direi che è una pianta nobile, una nobiltà che risale a molto prima che fosse inventato l’homus nobilis.

(Sarà perchè le sue foglie si arricciano sui bordi come si arriccia il naso “sine nobilitatis” se non giudichiamo una proposta o una situazione alla nostra altezza.)

Ma  questa eleganza è dovuta, oltre che al portamento, anche al fatto che ama gli ambienti riparati, cioè non troppo esposti al vento dei pettegolezzi e alle correnti oceaniche infatti lo possiamo trovare in tutta Europa  anche a latitudini molto a nord come ad esempio in Norvegia ma mai  a ridosso delle coste atlantiche.

Acero riccio in autunno

L’altro nome con il quale è conosciuto è Acero di Norvegia. (Suoi parenti famosi  sono l’acero del Canada e l’acero giapponese; verrebbe quasi da chiedere: “Dimmi da che paese vieni e ti dirò che acero sei”.)

 

Ma cosa è successo?  cosa sono queste sfumature di rosso?

Niente paura! E’ la varietà “Krimson King”  del nostro acero di Norvegia ovvero Norway Maple, molto utilizzata come pianta ornamentale nei giardini pubblici e privati.

ACACIA DEI CANGURI

Immaginate un canguro maschio che ad una certa data dell’anno regali un rametto fiorito di Acacia dealbata alla sua compagna cangura e che lei se ne vada saltellando con il piccolo nel marsupio che con una zampa tiene il prezioso omaggio e con l’altra si aggrappa disperatamente alla madre.

Immaginate adesso un capo Maori con tutto il corpo dipinto e in testa un copricapo di minutissimi fiori gialli tutti piegati all’indietro alla maniera dei copricapi  Sioux oppure nello stile del nostro Arcimboldi.

Sì, ci potete arrivare,  anche senza prendere sostanze!

Potete farlo perchè nel 1642 Abel Tasman ha scoperto l’isola a sud dell’Australia che poi avrebbe preso il suo nome e con essa una leguminosa sempreverde dai profumatissimi fiori gialli: l’Acacia dealbata ovvero Mimosa.

Poi attorno al 1824 la mimosa sbarca in Europa, facendo al contrario il cammino dei galeotti che nel secolo precedente avevano fatto del continente australiano la nuova frontiera.

La mimosa trova subito le condizioni per svilupparsi spontaneamente e si ambienta molto bene nelle zone climatiche dell’ulivo ma anche nei microclimi temperati dei laghi subalpini.

Spostiamoci adesso nel continente americano.

E’ qui che l’8 marzo del  1908 avviene un fatto che cambierà la sua esistenza, anche se lei ancora non lo sa.

Centinaia di donne operaie muoiono nell’incendio di una fabbrica a New York. C’è chi vuole che questa sia solo una leggenda, che sia un altro rogo quello realmente accaduto: quello del 25 marzo 2011 alla fabbrica Triangle,  ma qui poco importa.

Quello che importa è che questi racconti si intrecciano con le lotte per l’emancipazione e i diritti delle donne iniziate in America e in Europa ad inizio ‘900 e che ritrovano vigore anche in Italia a partire dal secondo dopoguerra.

Ecco allora che nel 1946 l’Unione Donne Italiane sceglie la mimosa come fiore simbolo per la Festa della donna che ha ormai trovato una sua collocazione precisa.

Tasmania, Europa, America, Italia del dopoguerra, ecco il viaggio che ha portato la mimosa ad essere un simbolo della libertà delle donne, intanto che lei l’ha persa.

Coltivata in serra, potata, imbustata, incellofanata, venduta ai semafori….

La preferisco ancora nei giardini dove cresce rapidamente in terreni tendenzialmente acidi non esposta alle correnti fredde (teme le gelate e gli inverni troppo freddi)  e dove adesso fa bella mostra di sè con quella miriade di fiori come piccoli pallini cotonosi dal profumo delicato: borotalco e vaniglia.

…Ecco perché il piccolo canguro sorrideva così.

 

 

 

 

 

ESSERE PRECOCI

E’ un vantaggio o uno svantaggio?

Educatori, pedagogisti, psicologi ne dibattono da decenni.

Arrivare a fare certe cose prima degli altri, cioè prima della media dei propri coetanei, essere bambini prodigio, a cosa serve?

In campo vegetale la precocità si declina come la maturazione anticipata del frutto rispetto ad altre specie simili e se andiamo nello specifico della frutta e verdura incontriamo il termine: “primizia“.

In questo caso essere i primi, arrivare prima degli altri, aumenta il proprio valore,  infatti le primizie costano di più ma molti non si fanno ingolosire e aspettano che i prezzi scendano.

Che genere di precocità sarà invece quella del Calicanto invernale (non a caso chiamato Chimonanthus Praecox) ?

Calicanto invernale

Sta di fatto che lui ci prende gusto a fiorire in pieno inverno, a solleticare l’olfatto dei passanti con il suo profumo di limone che ogni volta ti sorprende, ti fa girare la testa, come fosse una bella ragazza, per capire da dove arriva quel profumo: un giardino, un parco, dietro un alto muro di cinta…

Nocciolo

Un’altro soggetto che di precocità se ne intende è il Nocciolo, salta tutta la fanciullezza e passa subito alla fase pre-adolescenziale. I fiori maschili sono già presenti sulla pianta a fine autunno: piccoli amenti penduli, verdastri e compatti. A fine inverno si allungheranno e cambieranno colore: dal marrone al giallo oro, si apriranno,  lasciando che il vento trasporti il polline a fecondare il fiore femminile.

Corylus avellana fiori maschili

Quest’ultimo è un piccolo ciuffo di peli rossi, poco appariscente; ha però il pregio di comparire sulla stessa pianta solo al momento giusto cioè quando il fiore maschile è maturo.

Corylus avellana – fiori maschili e femminili

Che intesa sessuale perfetta !!

Nel bosco ancora non sono comparse le foglie ma c’è un piccolo albero che per primo ingrossa le gemme florali, piccoli batuffoli di cotone nel mare spoglio dei rami.  E’ il Salicone, ovvero salix caprea; pare sia molto appetito da questo mammifero ma anche dalle api ovviamente; più che un salice assomiglia a un melo ma questo lo scopriremo più tardi, dalle sue foglie.

 

La sua precocità sono batuffoli di fiori gialli ( i maschi) e verdi (le femmine) su piante differenti;  le femmine del Salicone saranno più vistose più tardi quando il frutto aprendosi affiderà al  vento  il seme avvolto in una morbida peluria bianca.

Salix caprea (f) – Salicone

Ecco, siamo ormai quasi sul limitare della primavera e io devo andare nel bosco a incontrare il mio amico “nuvola gialla” ovvero il Corniolo; lui è l’ultimo dei precoci, arriva prima dei prugnoli, dei peschi degli albicocchi (nella mia zona non ci sono i mandorli) è una nuvola gialla che fa a gara con le nuvole di marzo, anzi più che una nuvola è un velo leggero di minutissimi fiori gialli.

Si gode il suo momento di gloria, un momento che non si nega a nessuno ma che bisogna saper scegliere, e lui se lo è scelto molto bene.

Anche lui è un albero di piccole dimensioni ma capace di strapparci dal torpore dell’inverno, di farci rinascere a nuove speranze.

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Eccoli qui i nostri “precoci”; magnifici per un minuto, un giorno, una settimana perchè tra poco, immersi nel verde delle foglie nessuno si accorgerà di loro.

 

CERCATORI D’ALBERI

bagolari-castelnovate

Ci sono uomini che non si arrendono.

Affrontano il freddo, la nebbia, la neve, se serve.

Cosa cercano?  Cercano alberi e le storie che gli alberi raccontano.

Uno di questi è sicuramente Tiziano Fratus (anzi forse è il più famoso) ma non è il solo.

“Non ditemi quali monumenti ci sono vicino a casa vostra ma quali alberi” suggerisce Fratus.

Va bene ci provo, ma senza impegno. Perdonate le imprecisioni e le dimenticanze.

monte-s-giorgio-e-lago-ceresio

Iniziamo da qui, da Monte S. Giorgio, la montagna dei dinosauri perchè  qui, sul lago Ceresio, tra Italia e Svizzera, sono stati trovati numerosi reperti risalenti al “Triassico” .

Ma qui, si incontrano anche altre cose molto vecchie, per esempio i castagni secolari dell’Alpe di Brusino. (673 m. slm). Ci si arriva dal lago con la funicolare oppure con una comoda carrozzabile e poi a piedi, immersi in boschi di faggio, oppure dalla cima del monte dopo una lunga discesa, attraversando un ponticello in legno.

ponte-alpe-di-brusino

I castagni sono lì con il loro tronco scavato e contorto, sembrano vecchi senza denti ma ancora capaci di battute ironiche, sembra che si sorreggano a vicenda come fossero uno il bastone dell’altro.

castagno-secolare-alpe-di-brusino

Chi è arrivato prima quassù, io  o Fratus. Sembra lui, a giudicare dall’articolo apparso su “La stampa” il 31 gennaio 2014 ma non ha importanza.

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Il castello di Castelnovate è ormai un cumulo di sassi. I Longobardi lo costruirono (probabilmente ampliando un preesistente “castrum” romano) su un alto terrazzo del Ticino lungo la strada del Seprio, che collegava Como a Novara, in corrispondenza di uno dei più importanti guadi sul fiume.

Di verticale sono rimasti solo alcuni brandelli di muro e una torre circolare e dentro alla torre è cresciuto… un bagolaro, anzi di bagolari (Celtis australis) ne sono cresciuti tantissimi, slanciati, con il loro bel tronco grigio metallo, riproducono quella verticalità che davano un tempo le mura scomparse.

bagolari-al-castello-di-castelnovate

Anzi forse sono stati proprio i Bagolari  (assieme all’incuria dell’uomo) a farle scomparire infatti, a causa del lavoro delle sue radici questo albero è soprannominato “Spaccasassi”.

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Di loro i più conoscono solo le bellissime chiome. Sono due Sofore (Sophora japonica) dentro al parco di Villa Porro, una ex abitazione nobiliare nel centro storico di Lonate Pozzolo, aperta al pubblico sono in particolari occasioni.

sophora-japonica-villa-porro

Dallo “stato delle anime” del 1574  la villa risulta far parte delle vaste proprietà della famiglia Della Croce; passò in seguito alla famiglia Porro come si ricava dal catasto di Maria Teresa dove la proprietà è ascritta al dottor Porro Ferdinando, unitamente al terreno prospiciente la casa, fino al vicolo di Vertemasso, oggi via Oberdan.

villa-porro-cortile-interno

Queste Sofore non sono gli unici alberi di grandi dimensioni dentro l’abitato ma  di certo i più eleganti forse anche per l’accostamento con il campanile della chiesa di S. Ambrogio che sembrano in prospettiva superare in altezza o forse è il contrasto che affascina: la solidità dei mattoni del campanile quadrato e la leggerezza e allo stesso tempo la sensazione di forza che danno le chiome delle Sofore (anche d’inverno con la neve).

sofore-sotto-la-neve

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Lui non c’era la prima volta, e neanche io.

Mi riferisco alla marcia che nel 1506 le “guardie svizzere” intrapresero per andare a Roma a difendere il Papa (Giulio  II) e diventare da quel momento in poi il suo esercito ufficiale.

Ma sicuramente le ha viste 500 anni dopo, quando nel 2006 un manipolo di soldati hanno ripercorso quella via passando proprio da lì, dal Ponte di Castano, dove un ponte in pietra sul Naviglio “vecchio” e un mulino del ‘400 ci dicono come questa località fosse uno snodo importante già in epoca medievale.

Mulino del Ponte di Castano
Mulino del Ponte di Castano
Ponte di Castano
Ponte di Castano

I soldati sono passati e lui li ha visti e li ha pure salutati. Chissà se loro si sono accorti di lui.

Voglio credere di sì. Del resto è difficile non accorgersi di questo grande platano sul ciglio della strada che sovrasta con la sua altezza le cascine e gli orti, le papere e i cigni che da qualche tempo hanno scelto questo luogo come loro dimora.

platano-al-ponte-di-castano

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A Rovasenda (VC) si arriva (o meglio io arrivo) attraversando le risaie e la baraggia piemontese, con la mole del Monte Rosa sullo sfondo.

Passo da paesi dotati tutti di un piccolo castello (Fara, Carpignano, Ghislarengo…) e Rovasenda non è da meno. Con il suo imponente maniero.

l vescovo Liutvardo cede nel 965 ad Aimone conte di Vercelli quella che al tempo era la “silva Rovaxinda”  e nel 1170  Alberto di Rovasenda inizia la costruzione del castello.

I Rovasenda resistono all’avanzata dei Sabaudi alleandosi con i Marchesi del Monferrato  ma alla fine  vengono sconfitti: è il 1413.

Seguono varie vicissitudini e rimaneggiamenti (la torre alta 48 metri venne costruita nel 1459).

Castello di Rovasenda

Ma il castello non sarebbe tale senza i suoi Tigli  (Tilia Cordata  o platyphyllos ) situati nella “corte nobile” . Ci arrivo un giorno di fine ottobre quando le loro foglie in una splendida giornata di sole colorano d’oro il cortile. Danno una sensazione di sicurezza e di calma con la loro ampia chioma…

tigli-castello-rovasenda

e sotto di loro voci di bambini che giocano a rincorrersi.