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IL BOSCO BAGNATO

Ho avuto per un attimo anche io la tentazione  di pensarlo così,  solo e triste, sotto la pioggia, le foglie cadute e appiccicate al terreno, i rami neri e inzuppati d’acqua sotto un cielo freddo…

E invece chi l’ha detto che il bosco può essere poetico solo se è di aghifoglie?  Pure le latifoglie sanno esserlo, anche se non c’è Ermione la musa di D’Annunzio della “Pioggia nel pineto“.

Così ecco la chioma gialla di un gelso riparare dalla pioggia (forse) un’antica pietra, alberi che si specchiano nell’incavo di un antico mortaio, che lanciano rami spogli come braccia verso  la cappa di nubi…

ecco funghi che si arrampicano ordinatamente in fila sul tronco di un albero come dieci piccoli indiani e bacche di fusaggine con la goccia al naso.

Più avanti ecco un gruppo di amanite citrine su un letto di molinia e foglie di quercia rossa, poi  piccole foglie gialle come coriandoli sospesi….

 

Tutto questo abbiamo visto la ragazza che si allenava di corsa nel bosco, il ciclista che percorreva stretti sentieri fiancheggiati dai rovi, l’uomo che portava a spasso il cane….. e io.

 

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TUTTI GLI ALBERI DELLA MADONNA

Tiglio monumentale a Macugnaga

Beh, non proprio tutti…. molti,  anzi… qualcuno.

Si perchè gli esempi sono davvero tanti  e il connubio tra la madre di Cristo e gli alberi è davvero molte frequente e molto stretto non fosse altro perchè entrambi simboleggiano la vita.

Ma non voglio addentrarmi troppo negli aspetti simbolici.

Restando più sul leggero quello che è certo che quando un albero è un “Albero della Madonna” è una pianta notevole, per dimensioni, forma, storia.

E le piante nel cui sito è stata costruita una chiesa dedicata alla Madonna sono davvero tante e di tante specie diverse così che si potrebbe considerare Maria patrona della biodiversità.

Si parte da una generica Madonna dell’Albero (Carimate, Como, ma anche Gorla Minore o Ravenna) e si potrebbe continuare con la Madonna dell’olmo, del ciliegio, del castagno, del pino…

Ma per non intasarmi subito partirò con due chiese in provincia di Varese.

Santuario Madonna della Ghianda – Somma Lombardo

La prima è il Santuario della Madonna della Ghianda a Somma Lombardo, frazione Mezzana.  L’edificazione della chiesa si deve a un fatto miracoloso accaduto nel XIII secolo quando la Madonna apparve tra i rami di una quercia ad una pastorella sordomuta che in seguito a questo fatto avrebbe incominciato a parlare e sentire.

Nel luogo dell’apparizione si costruì dapprima una cappella poi, per volere di S. Carlo Borromeo  tra la fine del 1500 e l’inizio del 1.600 sorse la chiesa attuale ad opera del suo architetto di fiducia  Pellegrini.

Ma già nel ‘400 l’abside della chiesa ospitava un grande  dipinto attribuito all’illustre mano di Michelino da Besozzo. Tale dipinto raffigura, infatti, la Madonna col Bambino assisa fra le fronde di un albero, da cui pendono numerosi i frutti in forma di ghiande.

Michelino da Besozzo -MadonnaGhianda – foto Alessandro Vecchi

Merita una particolare attenzione, questo riferimento a Mezzana alla ghianda e, in particolar modo alla quercia, albero quanto mai legato alla figura di Maria, come anche l’arte cristiana medievale e rinascimentale ci testimonia con abbondanza (così appare, per esempio, anche nei dipinti di Lotto, di Raffaello e perfino di Caravaggio). Albero cosmico per eccellenza, asse del mondo in numerose tradizioni culturali (dai greci ai romani, dai celti agli slavi), anche nella Bibbia esso appare quale strumento di comunicazione tra cielo e terra: a Mamre e a Sichem, infatti, Dio si è rivelato ad Abramo proprio vicino a una quercia.

(Luca Frigerio – in  “Santuari Mariani”)

Della quercia dove apparve la Madonna però non vi è traccia, il viale che porta al santuario è ora fiancheggiato da due filari di pioppi cipressini.

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La pianta è ben visibile invece nel caso della chiesa di S. Maria del Cerro a Cassano Magnago (VA).

Anche il cerro è un quercia ma con foglie generalmente più allungate e ghiande con cuspide spinosa.

Un esemplare centenario fa bella mostra di sé estate e inverno proprio davanti alla facciata della chiesa  posta su una piccola altura che guarda la città dall’alto in basso.

S. Maria del Cerro – Cassano Magnago

Costruita nel XIII secolo e completamente rifatta nel 1.800  (a questo periodo risale la scalinata costruita su progetto dell’architetto Machiachini).

Anche qui si intrecciano storie tra il sacro e il profano.

Al suo interno infatti è conservata la reliquia della “Sacra spina“, una di quelle che cinsero la testa di Gesù durante la crocefissione.

La tradizione vuole che a portarla fu Princivalle Visconti nel 1570 di ritorno da Colonia.  All’interno della chiesa esiste anche un affresco del Morazzone che raffigura S. Carlo che ritrova la Sacra spina.

Ma allora chi è stato davvero?

E la spina di che albero era?

Di questo ne parleremo una prossima volta.

Per adesso basta sapere che l’ attributo “Cerro” riferito alla chiesa è dovuto al nome della località dove sorge e non alla pianta.

L’esemplare di cerro presente oggi è l’ultimo di una serie di alberi della stessa specie presenti in questo luogo ed è stato piantato in sostituzione di quello precedente abbattuto nel 1922.

S. Maria del Cerro – 1918

ALBERI A VENEZIA

E chi li guarda?

Troppo impegnati a guardare le gondole, i ponti, i canali, gli splendidi palazzi … e le turiste.

Cosa ci fanno gli alberi a Venezia?  Chi li ha previsti?

Eppure ci sono. Affondano le loro radici nelle palafitte su cui poggia la città,  fatte dai tronchi dei loro antenati, sangue del loro sangue, linfa della loro linfa.

Se ne stanno in mezzo ai Campi che qui a Venezia sono le piazze, lastricate e con l’immancabile pozzo  e poi … Loro. (Ogni riferimento al film di Sorrentino è puramente casuale).

Spuntano da dietro un muro, si affacciano a una calle, a un canale: Sono bagolari, tigli, magnolie prigioniere dietro una cancellata oppure ombra generosa in un Campo, davanti a una chiesa.

Non sono mai il soggetto principale, ve ne siete accorti?  A meno che non siano il Giardino di Paleocapa,  le robinie del piazzale Roma con vista ponte di Calatrava.

 

… Ma Piazzale Roma in qualche modo è già terraferma.

 

 

NOTIZIE DAL MONTE DELL’ARCA

 

I monti dell’ Ararat, quelli dove secondo la tradizione biblica (e non solo) si incagliò l’arca di Noè dopo il diluvio universale, sono una catena di antichi vulcani  il più alto dei quali misura 5.165 m. slm

I  vulcani sono  situati tra le regioni dell’Agri e dell’Agdir al confine tra Turchia, Armenia e Iran.

Oggi in territorio turco  l’Ararat ha però fatto parte storicamente dell’Armenia, è considerato una montagna sacra e infatti il suo nome in armeno significa “luogo creato da dio” mentre in turco è “la montagna del dolore”.

Noè quella volta, prima del diluvio universale,  fece salire sull’arca tutte le specie animali a coppie; nulla si dice, o almeno io non lo ricordo, delle specie vegetali.

Tom duBois – The promise

Eppure qualcosa deve essere successo se da quel monte dell’antica Armenia arrivano diverse piante che portano (più o meno a ragione) il nome di quella terra.

Gli indizi sono il nome specifico di “armeniaca”, “armeniacus” o “armeniacum”.

Così abbiamo ad esempio il “rubus armeniacus”, il “muscari armeniacum” il “papaver armeniacum” fino ad arrivare alla “Paphiopedilum armeneniacum” (una piccola orchidea cinese dai fiori gialli)

Nei funghi invece  l’attributo “armeniacum” in genere significa color aranciato, simile all’albicocca. (es Xerocomus armeniacum).

Ecco siamo arrivati alla pianta che più di tutte è diventata vessillo della regione attorno al monte Ararat.

L’albicocco infatti viene chiamato dagli scienziati “Prunus armeniaca” perchè si ritiene che sia originario dell’Armenia  anche se alcuni studiosi affermano che arrivi da molto più lontano (la Cina). Gli antichi romani lo introdussero in Italia e Grecia. Gli arabi contribuirono a diffonderlo in tutto il bacino del Mediterraneo con il nome di “Al barquq”.

Le piante abbiamo visto, hanno diversi modi per diffondersi, il vento, l’acqua, gli uccelli, i mammiferi… e anche gli uomini.

Un altro caso interessante è quello del Melograno. Chiamato dagli antichi romani “Malus punica” perchè diffuso dai Fenici nei dintorni di Cartagine, ha poi preso il nome di Punica granatum.  In realtà la pianta è presente fin dall’antichità in tutta l’asia sud occidentale dal Caucaso all’Hymalaia.

Un’altra origine del nome, dicono altri, si deve sempre al latino “puniceus” che significa purpureo, scarlatto,  con riferimento al colore del frutto ma in particolar modo dei fiori e dei semi.

IL melograno è la pianta simbolo dell’Armenia e paradossalmente non si chiama Armeniaca ma Punica cioè Cartaginese.

Ma si trovava in quella regione anche prima del “Diluvio universale”?

Alcuni indizi sembrano darne conferma  infatti il melograno (e non la mela di Biancaneve) è il frutto proibito del Paradiso terrestre, segno che  è già conosciuto sin dall’inizio dei tempi.

Ma come ha fatto a salvarsi dalle acque allora?

Non ho una risposta a questa domanda, non l’ho cercata ancora abbastanza, ovvero, un’indizio è la colomba che Noè manda in esplorazione quando finisce di piovere e lei torna con un rametto d’ulivo…

Nel frattempo però ci sono studiosi che ispirandosi a Noè e alla sua Arca stanno compiendo un’opera immensa.

A Spitsbergen su un’isola delle Svalbard in Norvegia infatti all’interno di una montagna dal 2008 è stata creata una “cassaforte” per i semi dei tre milioni di specie vegetali presenti sulla terra o per meglio dire un “frigorifero” infatti la temperatura di conservazione è di -20 gradi.

Il suo ideatore è Cary Fowler scienziato della biodiversità e ambientalista.

E’ l’Arca di Noè delle piante che vuole metterle al riparo da catastrofi naturali o causate dall’uomo,  un’iniziativa di grande valore e lungimiranza.

Certo che Spitsbergen non avrà mai il fascino del monte Ararat.

 

SILVESTRO E IL LECCA LECCA

Forse non l’avrei mai notato se a inizio primavera anche io non fossi stato alle prese con potature di ritorno, guyot, mazzetti di maggio, gemme da fiore e da legno.

Silvestro ovvero Pinus sylvestris ha incontrato un barbiere particolarmente energico, uno che forse ha conosciuto Salvador Dalì.

Cosa c’entra adesso questo maestro della pittura surrealista?

E’ un giro un po’ lungo ma ci possiamo arrivare.

Innanzitutto partiamo da un’altro tipo di arte ovvero l’arte topiaria  (traquilli, i topi non c’entrano) ovvero quella particolare tecnica di potare le piante per modellarle secondo forme particolari che possono anche ricordare animali, figure umane o forme geometriche.

Tutti tagli innaturali comunque, chè la pianta lasciata libera prenderebbe ben altra forma.

L’origine della parola “topiaria” è greca e deriva da “topia” che significa cordicella, fune utilizzata per legare le piante, o da “topos” ovvero paesaggio.
La parola “topia” viene poi usata nella sua forma latina “topiarius” ad indicare il pittore che dipingeva paessagi, e successivamente il giardiniere che si occupava della potatura e del mantenimeto dei grandi giardini ornamentali.
Nel medioevo l’arte topiaria si manifesta con le piante sempreverdi formate a piramide, a cono, cilindro, siepe, ecc… Nel giardino di qualche villa storica si trova il labirinto, uno dei più noti esempi di arte e rompicapo ornamentale. (da http://www.romitiegiusti.it)

Però questo barbiere/giardiniere/potatore conosce anche i lecca lecca infatti ha potato il nostro amico Silvestro come un Chupa Chups ovvero una caramella col bastoncino.

Fondata a Barcellona nel 1958 da Enric Bernat, l’azienda dolciaria si inventa questo prodotto per impedire ai bambini di farsi le mani appiccicose scartando le caramelle e lo lancia con il motto “E’ rotondo e dura molto”.  Tra l’altro  “chupar” in spagnolo significa “succhiare”.   Una caramella da succhiare a lungo senza sporcarsi le mani.

Però ci voleva anche un logo. E qui entra in scena Salvador Dalì che evidentemente conosceva Enric Bernat.

Narrano le cronache che  il nostro artista  seduto in un bar all’ aperto, un giorno del 1969 scarabocchiò furiosamente sulle pagine di un giornale e, nel giro di un’ora, era nato il famoso logo margherita.

Ecco.

Speriamo che al nostro giardiniere non venga in mente di potare qualche altra pianta a forma di orologi molli.

 

LIBANO E CILIEGIE

 

Se c’è una pianta che ci ricorda il Libano questa è il cedro. Ovvio in questo scorcio di secolo il Libano ci porta alla mente altri fatti, Beirut, i palestinesi di Arafat, gli Hezbollah, i profughi siriani…

Il nostro cedro insomma non se la passa molto bene.

Ma c’è un’altra pianta, anche lei emigrata da molto tempo, che, si dice, provenga dal Libano, anche se a molti questo fatto è sconosciuto, ed è un ciliegio.

Pare infatti che nell’antichità ci fosse una città nel Libano di nome Mahaleb e da qui arriverebbe questa pianta che gli scienziati chiamano Prunus Mahaleb e tutti gli altri  Ciliegio canino o anche Ciliegio di S. Lucia.

Prunus Mahaleb

I suoi fiori bianchi, i rami spinosi, lo fanno confondere spesso con il Prunus Spinosa che ha in genere però fiori più piccoli e un portamento arbustivo  o con il Prunus cerasifera  (Mirabolano o ciliegio-susino o Amolo) con rami privi di spine.

Anche il Prunus cerasifera arriva da quelle zone (Anatolia, Asia occidentale, bacino del Mar Nero) ma si è per così dire “occidentalizzato” : si è tinto i capelli (le foglie) di rosso (viola nella varietà “nigra”) e i suoi fiori rosa lo hanno fatto diventare un ciliegio ornamentale molto utilizzato nei viali cittadini.

Prunus pissardii

Ha pure cambiato nome sulla carta di identità tanto che si fa chiamare Prunus Pissardii.

Ma quando è nato il Prunus Pissardii (varietà del Cerasifera o Mirabolano).   Certamente non è antico come il Mahaleb, è stato creato dopo vari incroci.

Ma soprattutto chi è Pissardii?

E’ un botanico, un alchimista, un aviatore?

O è forse anche lui(lei) un’antica città, magari del Libano?

 

 

 

 

 

IL BOSCO ADDORMENTATO

Lo so, voi mi direte:  “Cosa ci vai a fare nei boschi d’inverno? Fa freddo, gli alberi sono spogli, non c’è nulla di interessante!”

Ok, non sono d’accordo solo sull’ultima frase.  Prendiamo ad esempio la luce del sole che filtra libera, non ostacolata dalle foglie,  disegna sul terreno i tronchi degli alberi e i rami come ombre cinesi.

Il bosco è fermo, addormentato, potremmo dire in letargo  o, come dicono gli scienziati, in riposo vegetativo. I colori sono quelli dell’inverno, i toni scuri delle cortecce fanno da contrasto con il giallo paglia  delle erbe del sottobosco che improvvisamente si accende (no, i piromani qui non c’entrano)….

E tutta questa luce però nasconde un’altra verità.

Nel bosco addormentato qualcosa si muove; a parte il moto perpetuo dei codibugnoli da un albero all’altro, c’è qualcosa che ieri era più corto e oggi ha cambiato colore, sono i fiori maschili degli ontani, pendenti rosso-bruni; sono quelli del nocciolo che da mesi stanno sui rami e attraversano l’inverno compatti e grigioverdi per trasformarsi poi in cascate d’oro e di bronzo (l’argento qui non è previsto ma non siamo alle olimpiadi).

I pungitopo sfoggiano le loro minuscole foglie sempreverdi come piccole lance e i tronchi morti stesi per terra si fanno ricoprire da una morbida pelliccia di muschio.

ma….  silenzio!

Avete sentito qualcosa?

Questo sgranocchiare segreto di mandibole che al buio scavano gallerie dentro i tronchi degli alberi.

Chi saranno mai e come si fa a riconoscerli?

Sono le larve degli insetti xilofagi, loro no, non dormono mai, ma non preoccupatevi non riuscirete a sentirli davvero.

Lui però, il picchio, ha un udito finissimo e quei buchi sulla corteccia sono il segno che li ha trovati.

Va bene, cosa mi aspettavo di trovare ancora in questo bosco addormentato?   La bella addormentata?

Forse.

Ma intanto mi devo accontentare di una piuma dimenticata da una ghiandaia.