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AFRICA, GIAPPONE E OMBRE CINESI

 

La fantasia è importante,  anche se non è al potere.  E’ qualcosa che  apparentemente di allontana dalla realtà e invece è proprio il contrario.  A volte ti aiuta a comprenderla meglio.

Così accade che in una passeggiata nei boschi  si facciano incontri che ti portano molto lontano da dove sei in quel momento…

Parcheggiata l’auto nel piazzale di una vecchia trattoria con vista sul ponte canale di una centrale idroelettica, ci inerpichiamo per pochi ripidi tornanti fin sull’altopianto di villette con giardino dove Camelie e Gelsomini di S. Giuseppe regalano un tocco di colore…

siamo ancora in Europa,  ma per poco, ancora.

Eccoci già in discesa verso l’ansa del fiume che conosciamo bene con i suoi ghiaioni immensi, oggi un po’ meno estesi perchè il fiume, anche se la piena sta diminuendo è ancora molto ricco di acque.

La foschia leggera regala quadri ottocenteschi.

Le foglie per terra ci guidano come una mappa botanica  al riconoscimento di alberi altrimenti senza nome.

Terra, acqua, alberi e sassi, qualche cormorano appoggiato a una secca del fiume che scende sinuoso in piccole rapide scintillanti di luce.

Ecco, la luce sfiora le querce dai tronchi contorti, cresciute sui sassi di questo “dosso”, per un momento, senza prevederlo, siamo quasi trasportati in Africa ai bordi del deserto  dove ogni essere vegetale (e animale) deve aggrapparsi con tenacia al poco che trova per sopravvivere.

Ma non è finita qui, perchè basta girare lo sguardo da un’altra parte che subito ti sembra di essere in Giappone,  con quel suo senso estetico così riconoscibile  ed elegante  e quasi dimentichi che quei ghirigori nel cielo sono umili frutti seccati su una pianta di orniello (anche lui contorto ma bello esteticamente secondo certi canoni).

Orniello, frutti

No, però a noi non basta, camminiamo sul sentiero ondeggiante che la piena  ha riempito di sabbia, sabbia finissima, impalpabile, più fine di quella marina.

Il sole ormai tramonta,  allunga le ombre, anche le nostre così non resistiamo…

Ci avevano distratto è vero, i voli frenetici dei codibugnoli, i fusti dritti e argentei dei bagolari, i loro rami spogli, palestra di parkour per questi uccelletti  ma poi tornando con gli occhi a terra,  eccoci qui con le nostre ombre proiettate sulla strada, sul muretto di sassi che tiene a bada la collina:

un selfie di ombre cinesi.

CIPRESSO CALVO

 

Anche i cipressi soffrono di alopecia ?

E’ una nuova malattia dovuta ai cambiamenti climatici?

NO, il nostro Cipresso calvo ovvero Taxodium distichum, si chiama così perchè d’inverno perde gli aghi dei rametti laterali e quindi appare un po’ spoglio.

Ma non è questa l’unica particolarità di questa pianta, Infatti l’altra sua caratteristica, a parte la base del tronco a zampa di elefante che lo fanno sembrare un albero degli anni ’70,  l’altra caratteristica sono i ginocchi.

I ginocchi?

Ma sì,  gli pneumatofori !  Chi non ne ha mai sentito parlare?

Questa conifera delle famiglia delle  Cupressaceae, si chiama anche Cipresso delle paludi perchè  il suo habitat sono le paludi e le rive paludose di fiumi e laghi.

Laghetasc Brebbia

Originaria degli Stati Uniti sud-orientali è arrivata in Europa nel XVII secolo e qui è utilizzata principalmente a scopo ornamentale.

Infatti gli aghi prima di cadere si colorano di un bel rosso/marrone.

E i ginocchi?

Gli pneumatofori (dal greco pneuma (soffio) e fera (portare) sono delle radici modificate che catturano l’ossigeno portandolo alla pianta perchè nelle paludi il terreno è povero di ossigeno.

pneumatofori Taxodium distichum

Quando invece le radici della pianta trovano abbastanza ossigeno   i ginocchi non si formano.

Ecco allora perché non li ho visti sugli esemplari che crescono in riva al lago di Comabbio!

Cipressi delle paludi Parco Sempione Milano

Mi dicono invece che i pneumatofori ci sono negli esemplari al Laghetasch di Brebbia  e li ho visti dal vivo al Parco sempione di Milano (dove  i cipressi calvi sono stati piantati ai bordi del laghetto vicino al monumentale Noce del Caucaso)  e in altre paludi che adesso non ricordo…

ma dalle quali per fortuna sono uscito.

 

L’ALBERO APPESO

Adam Lowe – Ulivo secolare – scultura in bronzo

Volevo quasi scrivere “l’albero impiccato”.

Sì, impiccato ad un altro albero, strangolato da piante parassite, strappato via dal vento oppure corroso piano piano al suo interno da funghi e insetti xilofagi.

NO, però quest’albero non è come quel burattino impiccato in una notte buia dal Gatto e dalla Volpe.

E’ così, sospeso, in aria,  imbalsamato, simulacro di sé stesso, scolpito nel bronzo.

A giant bronze olive tree hanging from the roof of the Mercato del Duomo food store in Milano, Italy. The sculpture is by British artist Adam Lowe, who used secular olive trees as a cast.

Siamo nel bel mezzo di quella che una volta era (o forse è ancora) la “Milano  da bere” un negozio  con affaccio sulla Piazza Duomo, insomma siamo al centro, così al centro che più al centro non si può.

Sotto, nelle “catacombe” c’è lo “store” di libri Feltrinelli e sopra tra marmi, scale mobili e vetrate troviamo il “Mercato del duomo”: bar, ristorante, mercato dei prodotti della terra… insomma una “fucina di esperienze culinarie”  come recita il “claim” più glam del glamour (cit. Briatore/Crozza).

E all’ultimo piano la terrazza Aperol (Ah ecco dov’era finita la Milano da bere) .

In tutto ciò il nostro povero albero occupa è vero un posto centrale;

lo vedi, salendo, dal basso, dalla parte delle radici, poi arrivi all’altezza del tronco, infine lo squadri dall’alto quando ormai hai finito l’ascesa.

L’idea è dell’artista internazionale Adam Lowe: l’ulivo secolare, riprodotto a grandezza naturale, è il simbolo della cultura eno-gastronomica mediterranea e del contatto con la terra, celebra la ricchezza e la freschezza delle materie prime che è possibile trovare in questo luogo  aperto in seguito a Expo 2015 ispirandosi a questi principi.

Ma c’era proprio bisogno di ridurlo così?  (neanche la silella…)

E poi ogni albero  in carne e ossa (ovvero linfa e alburno… e clorofilla) è già di per sé un’opera d’arte.

BLACK FRIDAY

I rami, i tronchi sono neri di pioggia, (allora ci siamo, siamo perfettamente in linea: il giorno e il colore coincidono con con la nuova grande festa inventata dalla società dei consumi).

No, qui c’è anche il bianco delle nuvole, l’azzurro del cielo,  i marrone e la ruggine delle foglie (Rust never sleeps, come cantava il buon vecchio Neil Young).

Qualche caco che nessuno ha colto  è ancora aggrappato alla pianta, il cielo sembra penetrare tra i rami.

Le foglie tappezzano la strada.  Bagnate, pesanti, ci passi sopra e non fanno rumore. Sono foglie di quercia rossa con lobi appuntiti  e foglie di farnia (Quercus robur) a lobi arrotondati.

 

Gli alberi le hanno lasciate andare incontro al loro destino e loro aspettano il sole che le asciughi, il vento che le porti via.

Ma un po’ sono rimaste sui rami a disegnare acquerelli, ghirigori, ragnatele (le querce spesso lasciano andare le ultime foglie dell’anno prima quando sono pronte per spuntare quelle nuove).

 

Qualcuna si concede un ultimo momento di gloria su un catino di acqua piovana, un bidone ruggine (si Neil Young , sempre lui) finito chissà come nel bosco.

Rust friday, allora ma anche white and blue, sicuramente wonderful oppure soltanto  MERAVIGLIOSO.

L’ACQUA GLI ALBERI E IL CIELO

Dobbiamo dire grazie al ghiacciaio se adesso possiamo navigare in queste acque azzurre.

(Infatti questo lago, il Lago Maggiore o Verbano è un lago di origine glaciale).

Certo non siamo soli, molte altre persone ci accompagnano, parlano lingue diverse, ma hanno lo stesso stupore.

L’acqua e il cielo si confondono e le nuvole li prendono per mano, flirtano i raggi del sole (no non è un errore di battitura) ma noi che ci facciamo qui?

Siamo confusi tra la folla dei turisti mordi e fuggi, tra coloro che cercano la meraviglia ma vanno troppo di fretta  per accorgersene.

IL giro prevede la visita  di alcune piccole isole che spuntano in mezzo al lago,  nel punto dove il lago è più vasto, che sono diventate base di pescatori e poi di una ricca famiglia di nobili e cardinali (i Borromeo) che le hanno abitate a lungo, arricchite con specie di alberi e animali esotici  e adesso si sono trasferiti in posti più tranquilli senza dimenticarsi prima di attrezzare le loro proprietà anche di robusti cancelli e di biglietterie  (il bello si paga).

Isola Madre
Isola dei Pescatori

Ma torniamo a guardare fuori dal finestrino del battello: tutto l’azzurro è azzurro, azzurre le montagne, azzurre le nuvole.

Gli alberi no, gli alberi sono ancora verdi, vista la stagione e questi così scenografici e sensibili e simpatici, piantati su questa lingua di terra fanno da sfondo, anzi da quinta al panorama classico della regione italiana dei laghi.

Sono tra i pochi, su queste isole, senza cartellino della specie; forse per questo mi stanno simpatici  o forse è perchè stanno tra la terra e il cielo (in questo caso tra l’acqua e il cielo) come tutti gli alberi del resto.

 

Sono contento.

Sono riuscito a catturare un po’ della meraviglia che cercavo,  che mi segue come una scia sull’acqua mentre piano piano l’isola si allontana.

Isola Bella

 

ALBERO DEI SOLDI

Ah l’avesse saputo Pinocchio !

NO, magari l’avessero saputo il gatto e la volpe!

Forse non avrebbero rincorso il povero burattino con la scusa dei 5 zecchini d’oro.

La persona che più di tutti doveva saperlo era però Mangiafuoco che forse gli avrebbe regalato questa pianta invece di quella misera mancia.

Gepetto e la Turchina per adesso lasciamoli fuori  e così Lucignolo… ho dimenticato qualcuno?

L’albero dei soldi non è quello dei trenta denari ma è una pianta delle crassulaceae chiamata anche Albero di giada.

Sì perchè le grasse non sono tutte obese, cellulitiche e ispide anzi questa è proprio liscia liscia anche se naturalmente ha le foglie succose che le hanno fatto assegnare il nome scientifico di Crassula ovata.

Abbiamo detto albero e in effetti questa è una pianta che può raggiungere dimensioni notevoli (fino a 1 -2 metri)

Originaria dell’Africa meridionale vanta una famiglia molto numerosa (le crassule sono  di circa 300 specie diverse) è stata poi adottata in oriente dove secondo la teoria del Feng- Shui  gli viene attribuita la capacità di attrarre energia vitale e quindi di generare positività e portare nuovi guadagni.

Solo, dice sempre il Feng-Shui, va posizionata nella parte sud-est della casa.   Io l’ho posizionata a sud-est nel portico, chissà se va bene uguale (devo andare a controllare il mio conto in banca)

Molto facile da coltivare perchè poco esigente in termini di acqua e di terreno, ama però il sole.

E poi, fortuna e soldi a parte, ha una bellissima fioritura invernale.

Chi glielo dice adesso al gatto e alla volpe che era meglio  coltivare questa pianta che andare in giro a impiccare i poveri burattini ?

 

MANDORLI AI COLLI

 

No, non siamo in Sicilia e neanche in Siria o Mesopotamia,  eppure anche qui sui Colli Euganei il mandorlo ha funzionato da sentinella della Primavera con la sua fioritura precoce ed effimera.

Mandorlo amaro o dolce?  (Amygdalus communis o Prunus dulcis?) a Guscio tenero, duro, semiduro?  Tutte domande per le quali bisognerà aspettare l’autunno, intanto, è l’occhio che gode di questi fiori rosa  che non saranno famosi come quelli di pesco di Battisti/Mogol ma che possono darci qualche indizio rispetto alla varietà.

Ne esistono tantissime, dalle siciliane “Pizzuta d’Avola” e “Fascineddu”  alle pugliesi  “Tuono” e “Genco”   fino alle più moderne “Ferragnes” (ogni assonanza con le fashion blogger è puramente casuale) oppure Jordanolo e Supernova.

E ancora:  uso terapeutico o alimentare  (o cosmetico)?

Entrambi perchè dalle mandorle si può ricavare un olio, un latte e perfino un pasta per dolci usatissima in pasticceria.

Bene lo sanno Hansel e Gretel che non sarebbero caduti nella trappola della strega cattiva se la sua casa non fosse stata di marzapane.

Mandorli al monte Fasolo – Foto Zattin

 

Per chi vuole approfondire:

http://www.verdeinsiemeweb.com/2012/02/fiori-di-mandorlo-presagio-di-primavera.html