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IL PAREGGIO NON E’ PREVISTO

No, direi proprio di no.

Capita!  Specie quando una cosa è impareggiabile come questa brughiera d’autunno.

Quando non ci sono bellezze uguali.  Non dico più o meno belle, le altre al limite sono bellezze diverse.

La bellezza della brughiera è una bellezza per intenditori, per quelli che non amano i colori troppo carichi, le riviste patinate, il glamour eccessivo.

Cos’altro aggiungere?

No non voglio aggiungere più niente.

Le foglie giallo-arancio del Prunus serotina, il verde brillante dei rami di Ginestra, le distese di brugo che ancora conserva in molte parti il suo violetto, l’eleganza degli steli di molinia, così tutti assieme, con la luce pomeridiana di un sole di ottobre, hanno solo bisogno del nostro ammirato silenzio.

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NOCE A FORMA DI CUORE

Beh, no, non sono tutte così… le noci.

Gheriglio e guscio si incastrano, si compenetrano… il gheriglio nudo assomiglia a un cervello (anch’esso nudo, senza cranio).

Guscio scuro, profondamente rigato ed estremamente coriaceo da aprire (quasi una cintura di castità) ma se lo apri esattamente a metà, cosa non facile per la ragione detta prima, se arrivi al suo cuore scopri… un cuore,  il cuore del gheriglio del noce americano (Juglans nigra).

Fuori è una palla verde, poco più grande di una pallina da ping-pong ma pesante, rugosa. orgogliosa del suo mallo.

Scalfire la scorza verde spessa pochi millimetri non è difficile.

La noce che custodisce il cuore, invece, è dura come una pietra; il guscio nasconde il cervello, il seme dal quale nascerà una nuova vita.

Quanto tempo dovremo aspettare questo parto naturale?

Magari finita la pazienza cercheremo di aprirla in ogni modo, scaraventandola per terra, picchiandola con un sasso, con un martello, stritolandola tra le mandibole di una morsa, di un coccodrillo.

Ma in ogni caso così, violentandola, non avremo il suo cuore.

Heart shaped walnut: noce a forma di cuore.

Ma a  lui, il Noce americano, in fondo non interessano le questioni romantiche; la sua è prima di tutto una strategia di continuazione della specie…

e quel guscio così duro è un rifugio sicuro per il seme fino a quando non sarà pronto a germogliare.

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Però adesso, ripensandoci… e tornando alle questioni romantiche… quel viale di Milano dove noi ci siamo incontrati era un viale con magnifici esemplari di Juglans nigra.

Come potevo pensare che il tuo guscio di aprisse?

 

 

 

 

MARIA TERESA IN BRUGHIERA

Brughiera di Gaggio – settembre 2017

No, certo che no.

Maria Teresa non può avere tutte le colpe.

Beh sì, è stata lei ad inventare il catasto e la successiva tassazione su case e terreni, antenata dell’attuale IMU (era il giorno 1 gennaio 1760)  è stata lei che fece demolire la chiesa di S. Maria alla Scala per costruirvi il “Teatro dell’Opera” (oggi Teatro della Scala) ed è stata sempre lei che ha espropriato ai gesuiti  l’orto botanico di Milano e l’osservatorio astronomico ma forse non è una colpa aver fondato l’Accademia di Belle Arti di Brera (1776).

Maria Teresa d’Asburgo – Imperatrice d’Austria

Certo Maria Teresa D’Asburgo imperatrice d’Austria ha fatto molte altre cose,  molte guerre, per esempio,  e molti figli compresa quella Maria Antonietta, sposa di Luigi XVI e finita sotto la ghigliottina durante la Rivoluzione francese per la pessima abitudine di mangiare a colazione solo brioches.

Con tutte le cose che aveva da fare dubito che Maria Teresa, per gli amici “Resel” (Teresina) sia mai stata in brughiera, quella brughiera che pure con i suoi atti di governo nel Lombardo-Veneto, allora sotto il dominio austriaco, ha contribuito profondamente a modificare.

Prendiamo ad esempio gli astronomi di Brera.

Mentre Maria Teresa faceva misurare i terreni per fini fiscali, gli astronomi si erano messi in in testa di partecipare alla grande impresa della prima misurazione scientifica del pianeta terra.

Sbarcarono a Lonate Pozzolo da Milano dopo un viaggio in barcone sul Naviglio grande:  era il 17 maggio 1788.

Gli astronomi erano tre (come i magi) e come i magi portavano oggetti preziosi per la misurazione di  una linea di 10 km che poi sarebbe servita, attraverso triangolazioni successive a costruire la carta topografica del Milanese e del Mantovano.

Gli strumenti preziosi erano cannocchiali, cavalletti di legno, aste di metallo da spostarsi via via lungo una linea retta che va dal campanile di Nosate a quello di Mezzana (frazione di Somma Lombardo).

La brughiera era allora una immensa distesa  piatta di bassi cespugli di brugo e ginestra, senza alberi (quindi terreno ideale per la misurazione), terreno  improduttivo per lo più adibito al pascolo e alla caccia ma ancora per poco.

Catasto di Maria Teresa – Lonate Pozzolo – particolare

Gli effetti della riforma fiscale attuata con il catasto (noto ancora oggi come “Catasto di Maria Teresa) , indussero molti comuni a vendere ai privati pezzi di brughiera fino ad allora appartenenti alle comunità locali e si aprì una grande stagione di bonifiche perchè i nuovi proprietari, acquistati i terreni a poco prezzo, si misero in testa di farli fruttare, di far diventare quel terreno povero di nutrimenti e tendenzialmente acido, un terreno agricolo dove coltivare patate, frumento, mais, erbe da foraggio e perfino alberi da frutto.

Non sarebbe stato possibile agli astronomi fare le misurazioni con tutti quei contadini tra i piedi.

Ma un altro fenomeno stava nel frattempo modificando per sempre la brughiera (no non stiamo parlando dell’aeroporto di Malpensa, quello è venuto dopo); si stava affermando piano piano tra il brugo e le ginestre, accompagnato dalla gentile betulla, il Pino Silvestre.

Anche qui Maria Teresa ci ha messo lo zampino con massicce campagne di rimboschimento (il bosco vale di più, in termini economici, della brughiera), ma forse anche stavolta la colpa non è tutta  sua perché la diffusione del “Pino silvestre” è avvenuta nel tempo anche come processo naturale.

Farnia – Quercus robur

Nasce così la brughiera boscata che accoglie anche splendidi esemplari di Farnia (Quercus robur) e che fa delle brughiere lombarde un ambiente unico e molto differente dalle brughiere e dalle lande del Nord Europa.

moorland – Derbyshire

Ecco Maria Teresa è stata artefice di tutto questo, in parte senza volerlo (oggi diremmo: A sua insaputa) anche senza averci mai messo piede.

NO, però questo articolo non può finire così.

Allora immaginiamo che Maria Teresa, la vispa Teresa si sia recata un giorno sulle rive del Ticino e abbia fatto un salto in brughiera con un retino perchè anche allora tra un rovo e una buddleja volavano farfalle come i podaliri, le daphne, le vanesse e perfino, in quel lontano giorno di primavera, la verde “Tecla del biancospino”.

ONTANO IL NAPOLETANO

Ontano napoletano

Qualcuno narra, ma forse è un apocrifo, che Garibaldi quella volta dopo essere stato ferito ad una gamba e aver chiamato per nome tutti i 999 garibaldini compreso Nino Bixio, giunto a Teano guardò lontano per vedere se scorgeva un omino buffo con i baffi in sella a un cavallo (un piemontese) e invece scorse un napoletano.

Normale no?  La zona è quella;  che cosa c’è di strano. Si va beh Teano è in provincia di Caserta, ma stiamo a spaccare il capello?  Sempre in zona borbonica siamo e poi i napoletani erano e sono dappertutto.

Lui però non tanto; l’ontano, voglio dire, infatti l’ontano napoletano è una pianta endemica del sud Italia, perciò Garibaldi, eroe dei due mondi ancora non l’aveva incontrato.


Giro a destra dopo la Dogana sulla stradina che corre sul ciglio della valle e conduce alla chiesetta della Maggia ed ecco che giunto sulla esse del belvedere della Bocca di Pavia anche io faccio un po’ come Garibaldi (No, l’omino buffo in sella ad un cavallo non c’entra, anche se da qui il Piemonte è più vicino, basta attraversare il fiume)

No, lo stesso stupore di Garibaldi, ammesso che Garibaldi si sia stupito, è quello che mi coglie girandomi, scorgendo le sue foglie ovali e lucide, tronco gessato-grigio invaso dall’edera.

L’ontano napoletano (Alnus cordata) è una pianta monoica con fiori maschili e femminili sulla stessa pianta, similmente ai suoi parenti (ontano nero e verde) presenta lunghi amenti maschili e corti fiori femminili che si trasformeranno in una pignetta verde e nera a maturazione che aprendosi lascerà uscire i semi.

Diversamente dall’ontano nero (Alnus glutinosa), tipico del Nord Italia, può sopportare anche periodi di siccità abbastanza lunghi anche se necessita di una quantità di precipitazioni annue di almeno 1000 mm.

Cresce fino a quote collinari (1300 m. slm) associandosi spesso alle querce e ai faggi, ai castagni.

Al nord viene spesso utilizzato come pianta ornamentale ma la sua dote nascosta è quella di arricchire il terreno grazie alla presenza nelle sue radici di batteri che fissano l’azoto nel terreno.

E’ anche una pianta scarsamente infiammabile, cosa da tenere presente nelle riforestazioni dopo gli incendi (come quelli di questi giorni purtroppo).

Dal punto di vista simbolico (ma è solo una mia opinione,  non scandalizzatevi) l’ontano napoletano è una pianta tricolore, un artefice dell’unità d’Italia.

 

Ecco, mi ricordo che ne ho visto un’altro nei pressi di una vecchia stazione ferroviaria abbandonata.

….  Garibaldini tutti in carrozza?  Si parte!!

Destinazione?

Porta Pia.

VERDEFRUTTO

In principio furono i “Pomodori verdi fritti” (alla fermata del treno) poi venne “Il tempo delle mele”.

Sarà, ma i frutti quando hanno la buccia verde trasmettono quel senso di asprezza,  di acerbità, di non maturazione.

Non sempre è così,  ovviamente, a cominciare da alcune varietà di mele (come le renette e altre).

Ma l’elenco dei frutti verdi è più lungo di quello che si pensa. Proverò a fare solo qualche esempio a partire da questo.

Sembrano palline da tennis vero?

Noce americano

La somiglianza con le palline da tennis c’è tutta. Non credo però che Mc Enroe le abbia usate anche perchè sono molto dure (e poi non rimbalzano).

La buccia verde si chiama mallo e nasconde la polpa che avvolge la noce. Infatti si tratta di un noce americano il Noce nero (Juglans nigra).

Le “palline da tennis verdi” sono durissime e durissima è anche la noce, finemente zigrinata a proteggere il seme (gheriglio).

Presente da noi dalla metà del XVIII secolo ha perso subito interesse come legno per mobili ed è possibile trovarlo nei parchi urbani come albero ornamentale o altrove rinselvatichito. E’ un bell’albero ma ha un difetto: le radici contengono una sostanza tossica che impedisce alle altre piante di crescere.

La noce è commestibile ma provate a rompere il guscio se ci riuscite

altre info su: http://www.floraitaliae.actaplantarum.org/viewtopic.php?t=33269

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Diospiros digyna

Passiamo a qualcosa di più morbido (a maturazione) ovvero a un Kaki ma particolare, infatti la sua polpa è nera.

Nera!?!  Sì, proprio nera, o blu-violetto  o giù di li….. Si chiama Black sapote  (nome scientifico Diospiros Dygina) e la sua polpa, quando è ben maturo, ha il sapore del cioccolato.

Un’alternativa interessante da spalmare sul pane.

Cresce in America Centrale, Florida, Hawaii e Filippine.

In Italia è stata iniziata la coltivazione in Sicilia.

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Dalle noci ai Kaki alle….. fragole

Annona Cherimola

Ditemi se anche a voi questo frutto non ricorda una fragola verde.

Si chiama Annona Cherimola.

Originaria degli altipiani del Perù ed Ecuador, è una piccola pianta che  non supera in genere i 7 metri di altezza e ama i climi tropicali  ma non le gelate.

Ha una polpa bianca dolce-acidula che avvolge i semi neri e duri dai quali è possibile separarla con facilità.

Anche questa pianta, mi dicono, viene coltivata in Italia in provincia di Reggio Calabria.

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Torniamo alle noci?  Sì dai, prima di parlare di altri frutti più strani.

E’ la volta del noce bianco americano o Pecan.

Qui la somiglianza del frutto, se proprio vogliamo vederla è con una palla medica, di quelle pesanti pesanti che ti facevano usare a scuola durante l’ora di educazione fisica.

Noce bianco americano (Pecan)

Ampiamente coltivato anche in Europa, assomiglia molto come foglie al noce nostrano (Juglans regia) e le sue noci sono altrettanto gustose. Peccato che  il noce Pecan (Carya ovata)  produca i primi frutti solo dopo 15 anni.

Ma se avete pazienza….

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Ok, siete pronti?

Allora vi propongo quest’altro frutto tondeggiante ma molto rugoso che di nome fa Maclura pomifera (già, i pomi non li avevamo ancora citati).

Maclura pomifera

Anche lei arriva dall’America e si è naturalizzata in Europa da circa 200 anni, ma i suoi frutti purtroppo non sono commestibili. In Europa ha trovato impiego nelle siepi perchè  i suoi rami sono dotati di lunghe spine così viene chiamata anche “Melo da siepi”.  L’altro suo nome comune è “Legno d’arco”  con riferimento all’uso che ne facevano i nativi americani.

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Dall’America all’Asia per incontrare un’altro strano frutto verde  che questa volta assimileremo a una zucca.

Si tratta della Garcinia cambogia ( Garcinia Gummi-Gutta) Facile indovinarne l’origine.

La sua zona di distribuzione è il sud-est asiatico (Indonesia, Cambogia, Birmania i paesi dove è maggiormente coltivata).

Ha assunto una certa popolarità in Europa come ingrediente degli integratori per le diete dimagranti.

Infatti è nota anche come “Malabar tamarindo” e se tagliato in sezione il frutto assomiglia agli agrumi.

La parte usata nei preparati dimagranti è la bruccia grattuggiata contenente “acido idrossitocitrico”.

Gli esperti sono però prudenti nel riconoscere l’effettiva validità di questi preparati.

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Ovviamente i frutti con la buccia verde sono molti di più. Mi vengono in mente cosi, al volo, il Mapo (Mandarino-pompelmo) l’Avocado e il Lime ma voglio chiudere con un omaggio all’eleganza della “Ghianda di Giove” ovvero Juglans regia

Juglans regia

SAN CARLO, L’EDICOLA E IL FIORE CADUTO

Busto A. – Edicola di S. Carlo

Dov’è la piscina?

Difficile immaginarla qui, tra queste vecchie case, strade strette… forse era un po’ più avanti in Piazza S. Maria.

Busto Arsizio, Via Matteotti ovvero contrada Pessina,  circa a metà strada tra la chiesa di S. Maria e la chiesa di S. Michele lungo un’antica via devozionale;  davanti agli occhi increduli dei “forestieri” compare un’edicola, anzi di più, un tempietto del XVII secolo dedicato a S. Carlo.

https://www.comune.bustoarsizio.va.it/index.php/visita-busto/percorsi-culturali-della-citta-la-mappa/article/19-edicola-san-carlo

Il traffico adesso scorre più in là, lungo una strada più larga ricavata dallo sventramento di vecchi quartieri, questo angolo invece è più riservato, quasi anonimo se non fosse per quell’edicola e anonime sembrano essere anche le piante che, selvatiche crescono lungo i muri o sui cancelli arrugginiti.

Ma tra  loro certo si conoscono, così il sambuco  che cresce ai confini di un parcheggio di terra tra ruderi di abitazioni saluta la sua amica celidonia e la muraiola si intrattiene amabilmente con l’edera  che fa il solletico con le sue radichette ad una parete dipinta (si fa per dire) da writers dilettanti (e ruspanti; niente che a che vedere con le star che taggano i treni).

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S. Carlo è lì con la tiara in testa e quella faccia dipinta di ocra dalla quale il naso (che lo rende così riconoscibile in tutti i dipinti) sembra sporgere un po’ meno del solito.

Dalla sua espressione non si capisce se gli facciano più piacere queste erbe spontanee o i lumini accesi dai fedeli, ma dentro di lui siamo sicuri che è contento nel vedere come la natura stia rimediando all’incuria degli uomini (lui che ci teneva affinchè i luoghi di culto fosse puliti e decorosi).

Ecco, forse il periodo non è questo, ma immaginiamo che la statua di S. Carlo percorra in processione la Via Matteotti sul suo baldacchino; allora appena dietro la sua edicola,  in un piccolo spiazzo tra edifici cadenti e altri appena ristrutturati c’è un tappeto di fiori caduti.

Sembrano fiocchi ma non di cotone, di un colore verde chiaro, riuniti in grappoli come l’uva;  tappezzano quasi il terreno assieme a qualche piccola pallina secca, scura e uncinata (i frutti dell’anno prima).

Liquidambar, fiori maschili

Ma certo!  E’ un Liquidambar! Una pianta americana importata in Europa perchè molto ornamentale in autunno con le sue foglie a 5 punte con colori che vanno dal violetto/nero al rosso acceso agli arancioni e gialli e quei grappoli cotonosi sono i fiori maschili.

S. Carlo, e anche il forestiero (che poi sarei io), lo guardano perplessi.

Cosa ci fa un albero così tra queste antiche strade?

E’ come una rosa nel deserto (no è vero, quelle ci sono) è come una palma al Polo Nord, come la neve all’equatore.

…. la processione è passata, i canti si sono spenti e  lontano si sente nuovo il suono dei clacson.

Il fiore caduto sta aspettando lo spazzino che lo raccolga, come petali di rosa gettati durante la processione ma non è triste, il suo lavoro l’ha fatto… e poi S. Carlo gli ha sorriso, come a dire ” Ogni pianta è una benedizione di Dio”.

 

 

IL FIORE VERDE

Eccolo lì, arrampicato sulla pianta… eppure non è un’orchidea.

Per un attimo pensi che sia un’infiorata, un’operazione fatta dall’uomo stanco di vedere i rami spogli.

Poi ti avvicini e scopri che no, è un fiore classico, di quelli che siamo abituati a chiamare fiori, con petali, calice, stami, pistillo… ma ancora ci resta un senso di spaesamento perchè il colore verde di solito è il colore delle foglie.

Però le foglie adesso sull’albero non ci sono, non ci si può confondere.

Allora provi a farti un’altra domanda.

A che stadio dell’evoluzione si colloca l’acero riccio? (Questo è il suo nome, altrimenti detto Acer platanoides).

Sarà venuto prima o dopo l’homus abilis  o l’homus erectus?

Di sicuro appare quando giù sulla terra esistevano le api e altri insetti impollinatori perchè a differenza di altre piante che si servono del vento per la fecondazione,  l’acero riccio è una specie a impollinazione entomofila. (cioè  con gli insetti)

E le api pare siano molto golose del suo nettare.

Ma un altro aspetto che lo caratterizza è l’eleganza.

L’acero riccio infatti è una pianta molto elegante, con o senza fiori e foglie.  Anzi direi che è una pianta nobile, una nobiltà che risale a molto prima che fosse inventato l’homus nobilis.

(Sarà perchè le sue foglie si arricciano sui bordi come si arriccia il naso “sine nobilitatis” se non giudichiamo una proposta o una situazione alla nostra altezza.)

Ma  questa eleganza è dovuta, oltre che al portamento, anche al fatto che ama gli ambienti riparati, cioè non troppo esposti al vento dei pettegolezzi e alle correnti oceaniche infatti lo possiamo trovare in tutta Europa  anche a latitudini molto a nord come ad esempio in Norvegia ma mai  a ridosso delle coste atlantiche.

Acero riccio in autunno

L’altro nome con il quale è conosciuto è Acero di Norvegia. (Suoi parenti famosi  sono l’acero del Canada e l’acero giapponese; verrebbe quasi da chiedere: “Dimmi da che paese vieni e ti dirò che acero sei”.)

 

Ma cosa è successo?  cosa sono queste sfumature di rosso?

Niente paura! E’ la varietà “Krimson King”  del nostro acero di Norvegia ovvero Norway Maple, molto utilizzata come pianta ornamentale nei giardini pubblici e privati.