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NATURA URBANA

C’è un cane che abbaia da dietro la ringhiera. No, mi dico, non era questa la musica che aveva pensato Lucio Battisti per questi fiori di pesco che spuntano selvatici aggrappati alla ripida riva di un torrente in secca.

Mi sposto quel tanto che basta per far tacere il cane ma adesso un altro rumore mi invade, quello delle macchine che corrono sul viale a doppia carreggiata sul quale si affacciano palazzotti di pochi piani tutti dotati di verde condominiale (conifere e magnolie fiorite, sono gli alberi che da qui riesco a distinguere).

Il verde in apparenza non c’è… e invece è dappertutto. Si, anche a dispetto di questo torrente che attraversa la città prigioniero dell’uomo e dei suoi capricci perchè ha voluto spostarlo più volte dove gli faceva più comodo.

Ma lui, il torrente è ancora un piccolo corridoio naturale con le sue sponde dove alberi di tutti i paesi hanno piantato le loro radici (una Pawlonia spunta da dietro un palazzo con lo sfondo di una ciminiera, più avanti robinie, gelsi, noccioli, qualche alloro e l’invadente ailanto.

Piante nostrane e aliene, rovi e poi fiori scappati di casa, anzi dai giardini che fanno da contrappunto a una fila di case di edilizia popolare.

E allora che ci fa qui la nobile magnolia? E sarà più nobile lei o il giardino del palazzo dove cresce?

Sarà, ma io amo di più le erbe spettinate, quelle senza fissa dimora, che quando le guardi ti sorprendi sempre di come abbiano fatto ad attecchire in un ambiente così ostile.

Certo non mi aspettavo di cogliere in un solo scatto ciliegi, vitallba e cannucce di palude.

COUS COUS ALL’ITALIANA

Cuscuta Campestris su luppolo

A chi di voi piace il cous cous?

Bella domanda! Esistono diversi tipi di cous cous e certo non mi metterò adesso a descriverli. Esistono molti blog che ne parlano diffusamente.

Qui ovviamente parleremo di piante e di clorofilla, anzi no, perchè questa è una delle poche specie che la clorofilla non ce l’ha.

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E’ una di quelle mattine dove il cielo è bianco, come capita a volte in autunno, mattine che hanno già l’odore della nebbia in questa periferia che un tempo era campagna aperta e che ora, ai bordi di un isolato con palazzi neanche troppo alti conserva alcuni campi e un acquedotto in cemento.

Certo niente a che vedere con quelli romani ma funzionale, adatto allo scopo per il quale era stato costruito.

Inutile dire che ora, inutilizzato e in parte già compromesso, ospita una serie di piante spontanee e selvatiche (weed plants) che farebbero la gioia di molti naturalisti se non fosse che ai profani danno un senso di trascuratezza e di abbandono.

Così abbiamo la Conyza canadensis densa dei suoi semi lanuginosi e il sorghetto (Sorghum halepense), pianta infestante dei coltivi ma che qui vive ai margini con le sue foglie lucide e taglienti, per non parlare della Phitolacca o uva di spagna, ormai avvizzita come una donna un tempo florida ma che ha perso smalto (a proposito di lacca)

Ma se le spighe secche dell’erba hanno scelto una posizione panoramica sul bordo superiore dell’acquedotto, per godersi questi ultimi scampoli di luce, e l’artemisia vulgaris ha deciso di fare da bordura a questo relitto agricolo, c’è un’altra pianta che più che all’acquedotto si aggrappa ad un’altra arrampicatrice (il luppolo in questo caso), ma non solo a lei.

Lo deve fare per motivi di sopravvivenza perchè non ha radici ed è anche priva di clorofilla (nello stadio adulto) .

Lei si chiama Cuscuta campestris , originaria dell’America del nord ma ormai presente in tutta Italia dove può creare grave danno alle coltivazioni. Intatti non ha neanche foglie o rami ma si presenta come un ammasso ingarbugliato di filamenti cosparso di fiori campanulati e e poi di piccoli frutti. Succhia la linfa dalle piante che parassita e le avvolge in maniera quasi da soffocarle.

Infatti il suo nome deriva dall’arabo kúshuth che si può tradurre più o meno con: donna asfissiante. Il nome comune nei paesi anglofoni è invece field doddergolden dodder con riferimento ai luoghi dove cresce e al colore che generalmente assume la pianta.

Sul termine dodder, che vuol dire tremare, non so se è attribuito alla pianta che pur essendo abbarbicata sulle altre con tutte le sue forze è comunque disturbata dal vento oppure se dodder è attribuito al tremolio (di nervoso) che viene ai contadini quando la scoprono sul loro terreno.

Infatti come tutte le piante infestanti produce milioni di semi resistentissimi al freddo e capaci di germinare anche dopo anni.

Ma qui, selvatica tra le selvatiche, che male può fare?

Forse aiutare le altre piante a “impacchettare”, come una installazione dell’artista bulgaro Christo (1935 – 2020 ) il vecchio acquedotto, cancellandone la memoria.

CACCIA A OTTOBRE ROSSO

Partito.

Sono ormai in mezzo al mare, un mare d’erba ( la Molinia altissima che mi accarezza la faccia mentre i rami legnosi del brugo ormai sfiorito si infilano continuamente tra i raggi della mia bici)

Si, la mia bici, compagna fedele di esplorazioni, e non un sottomarino nucleare russo ma penso che Tom Clancy sarebbe lo stesso fiero di me.

E allora se non sono il comandante Marko Ramius cosa vi consegnerò di rosso in questo ottobre?

Confesso che ero partito senza un obiettivo preciso ovvero solo con l’obiettivo della mia macchina fotografica ma poi mi sono lasciato conquistare da questa mattina limpida anche se un po’ fredda, dall’atmosfera autunnale che un po’ ricorda il crepuscolo ma che lancia grida sotto forma di colori sfavillanti come il …. rosso.

Rosso come i tubuli del cappello e il gambo di questo porcino (Boletus erythropus) incontrato dopo i più ordinari agaricus e l’amanita citrina.

Rosso come le foglie della vite canadese che si avvolge come l’edera della Pizzi agli alberi di robinia o come quelle dell’evonimo (Euonymus europaeus) o fusaggine che disegnano arabeschi sullo sfondo del cielo azzurro e mi ricordano alcune sculture di Calder)

Vite canadese

Calder di nome fa Alexander ed è americano come la quercia rossa, come il ciliegio tardivo .

La Quercus rubra il rosso ce l’ha nel nome e adesso nelle sue magnifiche foglie con lobi appuntiti, il ciliegio tardivo invece (Prunus serotina, pianta invasiva per eccellenza) colora il sottobosco, con le sue foglie cadute, solo in autunno, ma nonostante lui, nonostante la sua invadenza quanta biodiversità nel fazzoletto di terra della Brughiera di Gaggio.

Funghi ma anche graminacee, querce nostrane e importate, rampicanti americane e arbusti di nobile casato europeo: ecco cosa vi consegno di questo ottobre rosso.

Non voglio esagerare ma credo che anche l’analista della CIA Jack Ryan sarebbe fiero di me.

Ah scusate, un’ultima chicca, sulla via del ritorno: una fioritura tardiva di acetosella (Oxalis acetosella) dalle foglie tenere ed aspre come aspro e tenero (oltre che rosso) a volte sa essere ottobre.

Oxalis acetosella

GIALLO FERROVIA

Ecco, io ci ho provato ma credo che il caso sia complicato e che debba scomodare la signora Fletcher.

” Cara signora, visto che il giallo è il suo colore preferito volevo chiederle un aiuto per capire cosa ci facevano un sudafricano e una canadese lungo la ferrovia, su binario 5 anzi esattamente tra il 4 e il 5.

Non ho capito se si tratta di un caso di suicidio oppure lui che spinge lei sotto il treno o viceversa.

Se vuole posso sentire io la scientifica.

Ecco le schede che mi hanno fornito.

“il sudafricano è un tipo di poche parole e dalle labbra (foglie) strette, non è molto vecchio anche se il suo nome: Senecio inaequidens se lo porta come eredità da quando è nato, così come la peluria bianca che avvolge i suoi semi passata la fioritura giallo limone”

Senecio inaequidens

“La canadese è più vanitosa, ama circondarsi di tipi che le fanno la corte, le ronzano attorno come calabroni… sarà perchè ama i gioielli che gli regalano anche se lei è ricca di suo infatti la chiamano Verga o pioggia d’oro anche se all’anagrafe fa Solidago “

Solidago canadensis

Ah, dimenticavo le schede me le ha fornite di straforo il prof. Barbasso, nome di battesimo Tasso che ho incontrato un po’ in disparte dove il marciapiede tra due binari finisce bruscamente sulla massicciata.

Tasso barbasso

Ecco Il sudafricano e la canadese arrivati da mondi distanti si sono incontrati qui in questo luogo di nessuno (si ok, nominalmente delle ferrovie) e se ne sono appropriati, sono infatti entrambe due asteracee invasive e invadenti, hanno subito occupato lo spazio tra le traversine e le leve degli scambi, tra le cabine di controllo e i muri scrostati o imbrattati da bombolette di vernice (non tutti possono diventare come Keith Haring)

E come nelle migliori famiglie malavitose hanno fatto un patto per spartirsi il territorio, per evitare di farsi la guerra.

Certo entrambe hanno i loro scagnozzi o luogotenenti.

Helianthemum nummularium

Solidago si è portata dal continente americano Topinambur (Helianthus tuberosus) , con la sua bella stella gialla e il tubero dal delicato sapore di carciofo, al quale fa fare il lavoro sporco, difficile sradicarlo perchè ha sempre una radice di riserva come un pistolero che ha ancora un colpo in canna quando tu pensi li abbia finiti tutti.

Senecio invece si affida alle locali, e in fondo più affini a lui, lattughe selvatiche. (Asteracee pure loro)

E in tutto ciò chi ci rimette? La gentile Linaria, lei non centra niente con le asteracee, é una Scrophulariacea (come le Bocche di leone, ma con fiori più piccoli) Ma attenzione non è la classica vittima, si difende molto bene con le sue fioriture autunnali così vicine al passaggio dei treni, alle frustate d’aria che produce il loro scorrere sui binari, che ancora non capisco come facciano le sue radici a tenerla ancorata al terreno, e lei a non volare via con qualche Freccia Rossa o TGV.

Linaria vulgaris

“Troppi misteri signora Fletcher? Se ha notato sono tutti fiori gialli, per questo ho chiamato lei. Ma c’è un’ultimo mistero che vorrei sottoporle: la scomparsa della Reseda lutea (ovvero gialla) che un tempo con i papaveri rossi (no, non i suoi Yellow poppies) formava una coppia indissolubile sulle strade ferrate italiche.

Reseda lutea

IL sudafricano e la canadese l’hanno eliminata?

Non lo chieda a me. E’ lei l’esperta”.

In ogni caso, comunque vada a finire, credo che anche questa sarà una storia Schick.

CAVALLETTE EUGANEE

Ma con tutto quello che c’è da vedere sui Colli Euganei tu mi parli di cavallette?

Si perchè? A me sono sempre piaciuti il salto in alto e il salto in lungo anche se li ho praticati solo da giovane e con scarsi risultati, figurarsi che non ho imparato nemmeno il fosbury.

Allora incominciamo da qui ma poi Vi faccio vedere anche qualche fiore, tranquilli.

La prima che noto è una grossa cavalletta nera (20-25 mm) con il dorso panna/marrone, è della famiglia delle Tettigoniidae e ho scoperto che si chiama Pholidoptera aptera, o meglio così la chiamano gli altri. (aptera qui vuol dire senza ali)

Pholidoptera aptera (m)

Vive ai margini dei boschi in zone ombrose ed é presente su tutto l’arco alpino fino ai 2000 metri.

Qui sui Colle Euganei cosa ci fa allora? forse qualcuno la vuole scacciare e l’ha attaccata, infatti l’esemplare della foto, un maschio, è senza una zampa. Pazienza, vuol dire che si iscriverà alle paraolompiadi.

Pholidopera aptera (maschio)

La Pholidoptera aptera è una cavalletta solitaria, non fa grandi danni, gli abitanti del posto quasi non si sono accorti di lei come invece si sono accorti di un’altra cavalletta nera: il Barbitistes vicetinus.

Barbitistes vicetinus

Questa cavalletta si muove in grandi gruppi e come dice il nome è presente anche sui colli Berici e nella vicina Vicenza.

E’ una cavalletta rara confinata solo in queste zone collinari del Veneto

Per questo può essere considerata endemica ma quando si verificano le condizioni favorevoli si generano delle esplosioni demografiche, delle pullulazioni che sono dei veri e propri flagelli perchè dai margini dei boschi le cavallette che in questa fase da verdi assumono una colorazione nera, si spostano negli orti vicini alle abitazioni, sui prati e sui coltivi.

Barbitistes vicetinus

Ma, tranquilli, dicono gli esperti, queste invasioni rientrano in un numero variabile di anni e non servono trattamenti specifici anche se non tutti sono d’accordo: qualcuno pensa ai pesticidi, altri a un pellegrinaggio a Monte Berico, chi invece consiglia di chiedere agli egiziani…

E i fiori?

Allora saltando come le cavallette eccone alcuni che si possono incontrare durante una tranquilla passeggiata.

NASTURZI E DELIVERY

Quando Nicholas Monardes ricevette un pacco di semi dal Perù, Amazon non esisteva ancora.

Ma quei semi si sarebbero presto trasformati in graziose piante rampicanti e pìù tardi Nicholas Monardes dopo aver diffuso questa pianta in Francia e Olanda, spedì a sua volta i semi ad un suo amico inglese John Gerard, (qui il resto della storia)

Nasturzio (Tropaeolum majus)

La posta prioritaria non esisteva ancora e neanche i pacchi di bulbi olandesi (o forse questi sì).

Immaginate il postino (ah no, adesso si dice “rider”) che consegna il pacco fuori da un cottage inglese e poi scappa subito inseguito dal cane di guardia (altro che inconvenienti dell’algoritmo…)

Sia come sia questo fiore ormai per noi si associa benissimo a villette in stile rustico, ai cottage inglesi, agli orti di campagna.

Ma che dite di piantarlo anche nei paesi di montagna (Qui siamo ad Alagna Valsesia) a fare la concorrenza (assieme alle begonie, alle Hydrangee e alle ipomoee) ai classici gerani?

Dici Nasturzio e pensi al crescione (Nasturtium officinale) ma di simile, oltre al nome c’è solo il sapore un po’ pepato di entrambe le piante.

Perchè il bel fiore dai colori brillanti rosso/arancio o anche giallo e dalle foglie tondeggianti verde tenero in realtà si chiama Tropaeolum majus.

Forse Linneo non trovò questa volta nessun amico a cui dedicare questa pianta e allora prese spunto dalla forma a scudo delle foglie e dallo sperone dei fiori simile a un elmo e li paragonò a trofei sottratti al nemico sconfitto (e poi parlano di fantasia al potere…).

Ma la fortuna di questa pianta, oltre alla bellezza, è la sua facilità di coltivazione. E’ in realtà una pianta perenne ma non sopporta il gelo perciò nelle regioni più fredde è coltivata come annuale.

L’altra sua fortuna è la commestibilità di tutta la pianta: le foglie sono usate nelle misticanze grazie al loro sapore leggermente piccante e i fiori dal delicato profumo di miele abbelliscono i piatti, per non parlare dei semi acerbi che possono essere messi in salamoia come i capperi.

Mmmmm… quasi quasi chiamo il ristorante e mi faccio consegnare a casa un bel menù con nasturzi nella sua bella confezione delivery.

NO, forse è meglio se mi faccio arrivare una bella scatola (tipo smartbox) con semi di diverse varietà di nasturzi.

Ho solo un dubbio: sarà il vento, una borsa di pezza su un volo internazionale, delle suole di scarpe, un corriere locale, un ragazzo di colore in bicicletta con un cubo sulle spalle o la mia vicina a far compiere a questi preziosi semi l’ultimo miglio?

Tropaeolum pentaphyllum

Tropaeolum peregrinum

Altre specie di Nasturzi: dall’alto a sinistra

Tropaeolum tuberosum – Tropaeolum speciosum, Tropaeolum azureum e Tropaeolum peregrinum (con i fiori gialli, in inglese Canary creeper)

OASI DELLA BRUSCHERA

Inverno 2021, siamo in lockdown e non è permesso uscire dal proprio comune ma agli stagni di fitodepurazione a valle del depuratore incontro una coppia di ciclisti.

Loro mi riconoscono per primi.

“Veniamo sempre qui adesso che non si può girare ma siamo stati anche alla Bruschera dopo che ce ne hai parlato”

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Estate 2021 eccomi di nuovo in questo angolo del Lago Maggiore, nella parte sud del golfo di Angera, molto particolare e ricco di piante e uccelli (e anche di storie)

Un’area di 164 ettari caratterizzata nella parte nord da uno degli ultimi lembi della foresta allagata che nei tempi antichi occupavano gran parte della pianura lombarda.

Boschi di ontani, estesi saliceti e canneti danno riparo e permettono la nidificazione di diverse specie di uccelli tra cui aironi, folaghe, gallinelle d’acqua, svassi oppure il Martin pescatore e, d’inverno, i cormorani.

Più a sud altri specchi d’acqua sono gli stagni di fitodepurazione con un capanno per l’avvistamento degli uccelli e poi proseguendo un bosco di latifoglie con prevalenza di querce. Inutile dire che grazie a queste peculiarità ambientali ed ecologiche l’oasi della Bruschera è diventata un sito di interesse comunitario e zona di protezione speciale per le numerose specie di uccelli, anfibi, piccoli mammiferi e alcune specie di piante.

Ma la parte più paesaggistica è un sentiero che costeggia il lago, dominato dalla mole della Rocca borromea.

Più a est, nella lanca protetta da un canneto e con vista sulla sponda piemontese e su Arona, ecco gli svassi.

Oggi sono molto vivaci, fanno un baccano assurdo, pescano immergendosi come loro solito con lunghe apnee ma sembra ci sia in atto anche una lotta per il territorio tra gigli d’acqua e ninfee.

Le tartarughe guancia gialla, appostate su tronchi a pelo d’acqua assistono impassibili.

Tartaruga guancia gialla (Trachemys scripta scripta)

I cigni invece preferiscono acque più libere, attorno all’isolino Partegora, uno scoglio di pochi metri quadrati, circondato da canneti, sul quale è vietato sbarcare ma sul quale sono fiorite molte storie a cominciare da quella dei Santi Giulio e Giuliano, che vissero su quest’isola per qualche tempo e poi se ne andarono al Lago D’Orta profetizzando un fatto di sangue che sarebbe successo qualche secolo dopo.

Nel 1066 il vescovo Guido da Velate e la sua concubina Olivia Vavassori vi faranno barbaramente trucidare il diacono Arialdo da Cucciago, uno dei fondatori del movimento poi chiamato “Pataria“.

Ma un altro fatto ha reso famose queste acque. Infatti capitò un giorno del 1776 che Alessandro Volta (si quello della pila) passasse da queste parti durante una gita in barca e raccolse in una bottiglia un campione di acqua con strane bolle che venivano in superficie: erano bolle di aria infiammabile ovvero aveva scoperto il metano.

E’ proprio vero, certe scoperte nascono per caso, così come quasi per caso ho scoperto questo posto, senza aver letto niente prima, per non rovinarmi la sorpresa.