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BACCHE BLU

Di che colore sono le bacche nel paese dei Puffi?

Lascio a voi immaginare,  ma non è difficile. Forse è più difficile capire esattamente cosa è una bacca ma anche qui rimediamo subito…

bacca s. f. [lat. baccabaca]. – 1. In botanica, frutto completamente carnoso, senza endocarpo legnoso, spesso di notevoli dimensioni, con un solo seme (per es., il dattero) o più semi (come il pomodoro); si differenzia dalla drupa, che è caratterizzata invece dall’endocarpo lignificato.   (da Enciclopedia Treccani on line)

La bacca blu più succulenta è sicuramente il mirtillo (Vaccinium myrtillus L. ) che cresce nei boschi di collina. Peccato che quando ci vado io i puffi sono già passati e non me ne lasciano neanche uno.

mirtillo nero
Fiori di mirtillo nero

Il mirtillo è diventato ormai un “superfood” per le sue decantate proprietà antiossidanti. Sarà per questo che i puffi hanno la pelle blu?

Dal mirtillo al mirto il passo è breve,  anzi no, perchè si cambia totalmente ambiente. Il Mirto è un arbusto tipico della macchia mediterranea… ma vuol dire anche Sardegna nell’immaginario collettivo, vuol dire anche liquore digestivo (da prendere anche nel caso questo articolo risultasse pesante).

Mirto

Se invece vogliamo brindare alla salute del grande puffo non ci resta che affidarci al Ginepro (Juniperus communis), albero o arbusto della famiglia dei cipressi che cresce bene in ambienti con poca disponibilità di acqua, quindi nella macchia mediterranea ma anche in montagna dove l’acqua ghiaccia per il freddo.

(Va bene, il Grande Puffo godrà del liquore fatto con le bacche blu del ginepro ma all’occasione potranno essergli utili anche in caso di infezione delle vie urinarie).

Juniperus communis

Nel paese dei puffi le bacche sono blu ma i fiori possono essere bianchi e rosa come quelli del Lauro Tino  o Lentaggine. Le foglie sono coriacee e sempreverdi, il portamento a cespuglio ma anche a piccolo albero e la pianta fiorisce tutto l’inverno portando allo stesso tempo i fiori riuniti in graziose ombrelline e i piccoli frutti blu metallico dalle estremità affusolate.

bacche di lauro tino
Fiori di Lauro tino

Ma le bacche più blu di tutte, più blu del blu, oserei dire, sono quelle del Mughetto giapponese (Ophiopogon japonicus) un’umile erba dalle foglie nastriformi e coriacee che si espande nel terreno grazie a gli stoloni delle sue radici e forma tappeti estesi (e come tappezzante viene infatti usata dai giardinieri) Se il fiore è una spighetta bianca e insignificante, le sue bacche blu sono davvero spettacolari.

bacche di mughetto giapponese

Abbiamo finito?

Di bacche blu ce ne sarebbero molte altre ma voglio concludere segnalando solo il Clerodendron trichotomum che al blu delle bacche aggiunge il rosso dei calici che aperti a petalo fanno assomigliare il frutto a un fiore.

Clerodendron frutti

Ma anche i fiori bianchi e profumati di questo piccolo albero giapponese sono una piccola grande attrazione (anche per le api, va da sé).

Fiori Albero del destino

Il Clerodendron trichotomum è conosciuto anche come Albero del destino.

Kleros in greco è la fortuna,  dendron è l’albero;  e che nel proprio destino ci sia fortuna è un gran bell’augurio,  anche nel paese dei puffi.

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ERBA CARDELLINA

Senecio vulgaris

IL senecio esiste.

Esiste in ogni stagione, a ogni latitudine così che non mi capacito del fatto che fino ad oggi non lo avevo considerato; neanche di striscio.

Forse perchè questo  Senecio comune, è così comune che siccome lo vedi sempre non ci fai caso e poi invece scopri che  è ben conosciuto e nominato in tutte (o quasi) le lingue del mondo.

Infatti, secondo il paese dove siamo possiamo chiamarlo Peleciosa, Erba calderugia, Old Man in the Spring, The common groundsel,  Séneçon vulgaire, Hierba cana, Tasneirinha, Gemeines Geiskraut e in Italia Senecio comune ma anche Erba Verzellina, Calderina, e infine Erba Cardellina.

Partiamo da senecium dal latino “vecchio” perchè la peluria  che circonda i semi forma un capolino candido e rotondo come la testa di un vecchio  (un uomo vecchio in primavera- Old man in the spring – come dicono gli inglesi).

Ecco sono nella campagna inglese e vedo un vecchio uomo che corre in primavera in stradine in mezzo ai campi  come nel video di “Nuvole rapide”  dei Subsonica.

Ecco sono a Lisbona e mentre mi fissa con quei suoi occhiali spessi da miope  sostiene Pereira che la Tasneirinha non va confusa con la Caipirinha (ah no, quello era Nino Frassica)  però, sostiene Pereira   che questa erba “puzza di morte”, infatti contiene un alcaloide in grado di avvelenare il fegato anche se in passato era usata come pianta medicinale.  In Portogallo il senecio vulgaris è conosciuto anche come “Cardo morto“.

E hanno ragione perchè si tratta di una pianta che appartiene alla famiglia delle Asteracee proprio come il cardo;   è una piante che fiorisce tutto l’anno da gennaio a dicembre,  da 0 a 1800 m s.l.m., in campi coltivati, incolti e bordi stradali.  E’ presente in tutta Italia.

I suoi fiori sono poco appariscenti, assomigliano quasi a dei portalampadina, ai dei mozziconi di sigaretta, ai gommini all’estremità delle matite…

Passo il confine ed eccomi a Santiago (de Compostela)  in Spagna. Non ho fatto il cammino nè so se mai lo farò ma qui troviamo un’altro cardo simile al “cardo morto” ovvero l’erba di S. Giacomo conosciuta anche come Jacobaea e “Cardo santo“. (A Madrid il senecio vulgaris invece si chiama Hierba cana).

A parte l’affinità botanica delle due piante anche gli appellativi sono in qualche modo legati, anzi, conseguenti perchè prima di essere “santi” quasi sempre bisogna essere “morti”.

Jacobaea vulgaris

Va bene; non so che aereo ho preso (o nave) ma improvvisamente mi trovo in Virginia, vedo le mucche che pascolano e ruminano  quest’erba che rende il loro latte velenoso.  Nell’800 qui  il latte contaminato dal Senecio vulgaris fece molte vittime tra cui la più illustre fu la madre del presidente Lincoln.

Perchè?

Bastava bere latte di capra e si evitavano questi guai, infatti capre e pecore possiedono batteri intestinali che eliminano gli alcaloidi che rendono tossica questo pianta.

Erba cardellina (Senecio vulgaris)

Lo stesso credo succede con i cardellini, anche a loro piace molto il Senecio vulgaris (a loro e ai verzellini) tanto che la pianta in Italia viene chiamata Erba Cardellina o Erba Verzellina.

Da dove arriva un altro appellativo del Senecio vulgaris ovvero Mangialebbra, ancora non ho capito ma…         vi tengo informati.

ASPARAGO TENUE

Asparagus tenuifolius

Asparago è una pianta, anzi sono molte piante, in italia ben 8 specie, alcune delle quali coltivate (Asparagus officinalis)  altre selvatiche  presenti su tutto il territorio nazionale o solo in alcune regioni.

Asparago è una parola che arriva dalla Persia ma passa prima dalla Grecia e significa “germoglio”.

Nel tempo sono state chiamate “asparago” (selvatico in questo caso) molte piante di cui si raccolgono i giovani germogli: il Luppolo, ad esempio o anche il Tamaro  o vite nera il pungitopo (Ruscus aculeatus) e altre.

L’asparago selvatico (Asparagus acutifolius) in molte regioni italiane del Centro e del Sud, è quello che punge.

Asparagus acutifolius – Photo by Giancarlo Pasquali
frutti Asparagus acutifolius

E se non punge?  Che asparago è?

Guardo queste bellissime bacche rosse, in questo autunno pieno di bacche (biancospini, ligustri, palle di neve, cappelli del prete…) e ovviamente capisco che si tratta di una pianta femmina.

L’asparago è una pianta dioica cioè esistono piante maschili (quelle di cui raccogliamo i germogli o turrioni) e quelle femminili che non ci servono a scopo alimentare ma che in questa stagione creano questo bellissimo effetto, tenue, come la luce che filtra nel sottobosco, (siamo in un bosco misto di farnia a ridosso del fiume) come la temperatura gradevole e l’aria un poco umida di queste mattine di ottobre, come le foglie sottilissime, filiformi… tenui.

fiori asparagus tenuifolius – Asparagina

Allora si tratta di Asparagus tenuifolius anche lui saccheggiato in primavera dei germogli maschili e chiamato comunemente Asparagina. Ma attenzione la raccolta è severamente regolamentata nelle varie regioni italiane.

L’asparago selvatico ha un gusto più deciso rispetto a quello coltivato e ha numerose proprietà: diuretiche, disintossicanti, depurative, antiossidanti (deve fare attenzione però chi ha problemi di reni).

Altra caratteristica degli asparagi  è l’odore che lasciano nelle urine, un metilcaptano (mi dicono)  che si forma nel nostro corpo con il consumo alimentare, penetrante e sgradevole e che viene eliminato appunto attraverso la pipì.

Per chi vuole saperne di più:

http://www.altovastese.it/flora-2/asparagi-le-8-specie-presenti-in-italia-come-riconoscerli-raccoglierli-e-coltivarli/

https://www.greenme.it/mangiare/di-stagione/23886-asparagi-selvatici-proprieta-quando-raccoglierli

 

PICCOLA PORTA

Portulaca oleracea

Piccola…

non bassa, non corta nè stretta, ma neppure alta, slanciata, ad arco…  piccola e famosa e adesso pure di moda.

Tutti i salutisti ne vorrebbero fare scorpacciate, indigestione, anche se ha quell’aspetto selvatico da “erbaccia”,  per le sue caratteristiche nutrizionali.

E’ comunemente conosciuta come porcellana, porcacchia, purselane, erba dei porci,  ma a Linneo venne naturale chiamarla “Portulaca” dal latino “portula“,  piccola porta.

Le due specie più diffuse sono la “Portulaca oleracea“, dalle foglie carnose  e dal portamento strisciante,  con piccoli fiori gialli  e la “Portulaca grandiflora”  con fiori di svariati colori  e petali della consistenza della carta velina. Le foglie invece sono simili a chicchi di riso.

Portulaca grandiflora

Ci sono poi una quarantina di specie in natura e tantissime cultivar selezionate a scopo ornamentale.

Ma torniamo alla porta.  Se questa pianta si chiama così ci sarà un motivo.

E il motivo lo scopriremo solo in autunno quando il frutto, una capsula con vertice a punta si aprirà spontaneamente come il cofanetto di uno scrigno lasciando uscire migliaia di semi piccolissimi, più piccoli dei pallini da fucile, quasi polvere da sparo.

Solo che non uccidono nessuno, anzi diffondono la vita. La capacità di germogliare in condizioni critiche anche sui sassi, anche dove non vorremmo, ne fanno a volte una pianta infestante.

Però, un attimo, anche se la strappate in giardino, non buttatela via.

Gli scienziati oggi hanno scoperto che  ha  proprietà diuretiche, depurative, dissetanti e anti-diabetiche.

Ma non sono stati loro i primi. Già gli egizi la usavano a scopo medicinale e si hanno notizie della sua coltivazione negli orti medievali prima che cadesse in disgrazia e diventasse tutt’alpiù una pianta “alimurgica“.

Il motivo principale per cui si è tornata a considerarla  è la  sua ricchezza di omega 3 che la rende adatta a contribuire alla prevenzione delle le malattie cardiovascolari.

Come?

Si possono utilizzare le sue foglie carnose e “succulente” crude in insalata con altre erbe, la cosiddetta “misticanza” ma anche come condimento di pasta o nelle minestre, come ripieno dei ravioli ed  infine nelle frittate.

Che sapore ha la porcellana?  Acidulo e salato, simile a quello del limone; comunque un sapore particolare che non si adatta a tutti i palati.  Bisogna provarla a piccole dosi.

Piccole, come la sua porta.

 

 

 

FERIA D’AGOSTO

C’è un finocchio che mi guarda.

NO, forse sono io che guardo lui, o forse entrambe le cose.

Del resto non c’è nessun’altro.

Gli anziani che giocavano a carte sotto il portico se ne sono andati tutti, anche Maria, la barista, con la sua 126 rossa.

Il finocchio selvatico (Foeniculum vulgare) con le sue ombrelle di fiori gialli, spunta da un’aiuola di ciliegi e oleandri, più in là, in mezzo al prato c’è perfino un banano.

Il pomeriggio è troppo azzurro (e lungo)…

Credo che questa canzone sarebbe piaciuta a Lana Del Rey.  Ma, a proposito, che fine ha fatto?   Non mi ha neanche baciato prima di andarsene.

Chissà che sapore aveva?  Forse quello di anice come le foglie di questa pianta gentile ma non è l’unico gusto di cui posso godere in questo pomeriggio d’estate.

Solanum pseudocapsicum

C’è anche un peperoncino,  un falso peperoncino direi (Solanum pseudocapsicum). Peccato che sia velenoso così che ha solo una funzione ornamentale come questo Liriope (Liriope muscari) dalle venature candide, come questa pianta grassa, un sedum rosa  (Sedum spectabile) che assieme completano una bordura “vintage”.

 

Forse un giorno andrò a leggermi il libro di Pavese che a dato il titolo a questo articolo ma adesso devo scappare da qui prima che arrivi il temporale.

 

FARINA ATZECA

Amaranthus retroflexus ovvero amaranto comune.

E’ una pianta  che non si fa notare se non per le sue dense e persistenti spighe che in piena estate costeggiano i bordi delle strade, suo luogo di elezione in Europa.

Ma l’Amaranto ha una storia ben più nobile e lunga.

Arrivato accidentalmente in Europa e diffuso oggi in tutto il mondo, deve la sua straordinaria capacità di colonizzare nuovi territori alle migliaia di semi presenti su ogni pianta ( in media 200 mila) e al fatto che questi semi una volta caduti a terra possono restare “dormienti” anche 20 anni prima di germogliare e dare vita a nuove piante.

Largamente utilizzato dagli atzechi, l’amaranto conobbe un rapido declino con l’avvento dei colonizzatori spagnoli che gli preferirono il mais. Agli occhi dei conquistatori di religione cattolica questa pianta fu mal vista anzi ad un certo punto proibita perchè veniva utilizzata mischiata al succo d’agave e al sangue umano nei nelle cerimonie religiose degli Atzechi e dei Maya.

Amaranto alla fine è diventato anche un colore infatti esistono varietà dai fiori rossi ma il significato del nome è “che non appassisce” perchè i fiori restano sulla pianta per diverso tempo senza sfiorire.

E’ una pianta molto competitiva nel senso che toglie molti nutrienti alle altre piante, per questo se cresce nelle colture è altamente infestante ma per altre sue caratteristiche può essere considerata la pianta alimentare del futuro; infatti non ha bisogno di molta acqua (cresce e resiste bene in terreni aridi) è priva di glutine ed è molto proteica.

Gli Atzechi macinavano i semi e ne ricavavano una farina che impastata però non lievita molto bene per l’assenza di glutine.

Campo coltivato di Amaranto in Messico

E poi tutta la pianta è commestibile:  le giovani foglie hanno un sapore simile agli spinaci, i semi ricordano il gusto della nocciola e la radice incredibilmente ha il sapore del latte fresco.

Mmmmh…, mi è quasi venuta voglia di andare a raccogliere un po’ di semi di amaranto;  no, adesso è troppo presto.

Però ormai lo vendono nei negozi bio e in molti supermercati

Tra i piatti che si possono preparare con l’amaranto ci sono le insalate, i pomodori ripieni, gli hamburger con amaranto e lenticchie….

Qui, numerose gustose ricette con l’amaranto

 

 

 

CONYZA CANADENSIS

 

Va beh, non giriamoci troppo intorno,  basta abbandonare un campo e lei arriva, è una “noefita invasiva” una asteracea infestante che arriva dal Canada, ed ecco il perchè dell’appellativo. Conyza invece ha una etimologia incerta: potrebbe derivare da “cimice” così come da konops, in greco “pulce“.

I suoi parenti più stretti sono però gli Erigeron; anche  i suoi fiori infatti sfioriscono molto in fretta lasciando in cima dei capolini densi  quasi a formare una pannocchia, una miriade di ciuffetti bianchi (paracadute per i semi).

Certo dal Canada ci arrivano altre infestanti asteracee  ma dall’aspetto più gentile (Es. Solidago canadensis e virgaureum conosciute come Verga d’oro).

La Conyza canadensis invece non fa nulla per sembrare più attraente… che so: foglie lisce invece che pelosette, fiori vistosi e dalla lunga fioritura invece che piccoli e insignificanti e di breve durata, profumo inebriante invece di un odore di… cumino.

Si fa fatica persino a chiamarla margherita. No, non che lei ci tenga, pure se la morfologia è quella  (cuscinetto giallo centrale di tanti minuscoli fiori e fiori bianchi ligulati che tutti noi chiamiamo petali).

Fosse almeno una camomilla!

E invece… niente.  Perfino le bestie al pascolo la evitano a causa del suo sapore amaro.

A cosa serve allora questa pianta  della famiglia delle Composite se non a occupare gli spazi di cui gli uomini non si curano?

E qui comincia il bello perchè nel frattempo qualcuno ha scoperto le proprietà officinali di questa pianta. Pare infatti che l’infuso ricavato dal fusto  sia utile per combattere le emorragie intestinali, le infiammazioni delle vie urinaria, i parassiti dell’intestino e l’eccesso di zuccheri nel sangue…

Niente male per una pianta così “scrausa”.

Solo un’ultima avvertenza: il suo polline può provocare dermatiti da contatto nei soggetti allergici.