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TIPI DA SPIAGGIA

La “signorina pancia piatta” sta bevendo una bibita con la cannuccia seduta sotto l’ombrellone.

Poco più in là la “signorina vitino da vespa “sta sorseggiando una bibita che un bambino ha fatto cadere sulla sabbia, anzi no è un gelato liquefatto con conseguente pianto del bimbo e disappunto della madre che deve smettere di fare le parole crociate.

Mister bicipite tatuato” sta ascoltando con le cuffiette il suo cantante preferito nascosto dietro gli occhiali a specchio e la sua canottiera stile baywatch.

La signorina Ant invece sta facendo colazione con le briciole cadute dal panino del signor Mappamondo che è venuto a fare vedere a quanti centimetri di distanza si trova il suo ombelico dal baricentro.

La “signora protezione25” è appena scesa dalla “spider” gialla mentre un’altra spider, gialla e nera,  che di nome fa Argiope bruennichi, sta tessendo la sua tela in attesa di qualche moscone (sa bene lei che fine fargli fare).

Ma ecco scende la notte e si scatena la discoteca sulla spiaggia, quale occasione migliore per incontrare la Falena del Pancrazio?  Attenzione lei è Brithys non british quindi è inutile che le parliate in inglese.

Tra le dune e i falò c’è tutta una vita che si muove silenziosa, che aspetta che gli ultimi tiratardi si siano ritirati per incominciare ad arrotolare palle di sterco (per esempio)  come lo scarabeo stercorario.

Scarabeo stercorario

E intanto che aspettiamo che quelli che sono andati a letto al mattino si facciano rivedere in spiaggia al pomeriggio con ancora gli occhi assonnati, noi che siamo più sportivi ci possiamo divertire con il beach volley, le racchette, il volano…

Possiamo fare una corsa sulla spiaggia con la Cicindela  formosa… solo che vince sempre lei.  (No, non va così veloce per non scottarsi i piedi sulla sabbia rovente ma per catturare  le sue prede).

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Ma dov’è finito Pancrazio?

Se ne sta là, in spiaggia con i piedi sotto la sabbia. La cosa strana è che rimane sempre bianco anche con tutto il sole che prende.

Parcratium maritimum L. – Giglio di mare

Sta parlando con Soldanella, le sta chiedendo: “Ma quest’anno non vengono le sue amiche Euphorbia e Ruchetta?  No la Calcatreppola lascia stare, non è che mi sta tanto simpatica”.

Infatti  la Calcatreppola è una tipa che non ha peli sulla lingua (e neanche altrove), in qualunque spiaggia vai la trovi, ma in fondo non fa male a nessuno con i suoi fiori azzurri che sembrano orecchini.

State attenti piuttosto al Lappolone (Xanthium italicum),  quello vi si appiccica dietro e non riuscite più a togliervelo di dosso.

Lappolone – Xanthium italicum

Per i più curiosi:

http://www.legambientepaestum.it/io_vivo_sulla_duna.html

https://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=31729

VIA DELLA CICORIA AZZURRA

Può un’umile pianta dare un  nome a una strada?

Di solito sono gli alberi ad avere questo onore: Viale dei Tigli, dei Platani, delle Querce….  è vero esiste anche la Via dei Ciclamini (e una canzone del 1971 di Orietta Berti)

Nessuno però mi risulta ha ancora avuto il coraggio di chiamare una strada Via della cicoria.

E invece sì. Nel 2010 il Comune di Perugia ha avuto la brillante idea di intitolare le strade laterali del Borghetto con il nome di ortaggi tipo Via del Carciofo, Via della Cicoria, Via della Bietola e perfino Via del Finocchio con immediate proteste dei residenti.

Non so come sia finita la vicenda.

Nei tempi antichi i toponimi (i nomi dei luoghi) si formavano piano piano, per consuetudine e non per decreto amministrativo,  per la comodità di identificare un luogo  sia che fosse una quercia, un pozzo, un mulino, un campo.

Già, Via del Campo ma quale campo? Uno è sicuramente quello di Genova dove c’era una puttana, occhi grandi, color di foglia (Come cantava De Andrè).

Ma chissà quante altre Vie del Campo ci sono in Italia (e nel mondo) non per forza nel senso di De Andrè ma perchè queste strade conducevano dall’abitato nei campi.

Ed è proprio una di queste che mi capita di percorrere oggi, una strada anonima, che potrebbe essere ovunque ma che per me ha un significato speciale;

E’ una strada che assomiglia molto a quella che percorrevo con mio nonno quando mi portava con lui in campagna.

La strada si chiamava Via Minzana e minzana, ho scoperto dopo, è un recipiente di terracotta per trasportare l’acqua in campagna e dissetare di contadini.

Adesso quello che resta di questa strada di campagna è insidiato dai capannoni, è sfiorato dalla ferrovia ma c’è un angolo che oggi mi ha stupito ed è la fioritura della cicoria, una fioritura compatta, di un azzurro cielo a fare da spartitraffico alle due tracce dove un tempo passavano i carretti (in gergo: carreggiate).

Glielo vogliamo dare il nome a questa strada?

E’ un nome privato, che vale solo per me, perchè anche quando ci passerò in altre stagioni nella mia testa la ricorderà come la

STRADA DELLA CICORIA AZZURRA

UN SELFIE CON VAN GOGH

Vi pare impossibile?

Anche a me,  ma ho dovuto ricredermi.

Voi sapete che Vincent Van Gogh amava il giallo, celebri sono i suoi campi di grano maturo  e ancora di più lo sono i suoi girasoli.

Il girasole  comune (Helianthus annuus L.) è una pianta di origine americana ma ormai ampiamente naturalizzata e coltivata anche da noi. E’ una asteracea e i petali gialli che vediamo fare da corona al capolino non sono altro che fiori sterili.

Quelli fertili se ne stanno nel mezzo a formare un disco che può raggiungere il diametro di 30 cm.

Come si fa a non associare questo fiore al sole?  A prescindere dalla sua caratteristica di abbassare ed alzare la testa seguendo il movimento del sole (eliotropismo) , è proprio l’aspetto di questo pianta che gli fa meritare il nome di Fiore del sole, che lo fa associare all’allegria, alla positività, alla gioia di vivere.

Quando è in piena fioritura però l’eliotropismo cessa e il fiore resta sempre rivolto verso est (fateci caso).

I fiori all’interno del disco sono disposti in 2 insiemi di spirali logaritmiche, una avvolta in senso orario e una in senso antiorario; i numeri delle spirali non sono uguali nei 2 sensi, ma tendono a essere 2 numeri di Fibonacci (in cui ogni termine è dato dalla somma dei 2 precedenti) consecutivi, generalmente 34 e 55 nei girasoli medi.

Ecco, non ci ho capito molto, sono un po’ arrugginito in matematica, ma chiedete a Fibonacci, sicuramente lui ne sa di più.

Io forse è meglio se torno a Van Gogh e ai suoi girasoli che non sono un quadro solo ma una serie di quadri di girasoli in vaso dipinti tra il 1987 e il 1989 più altri, recisi o ormai seccati.

Perfino il suo amico Gaugin lo ritrae mentre sta dipingendo girasoli

Una specie di selfie, perchè anche se Gaugin non compare se ne riconosce lo stile inimitabile, l’espressionismo che già incominciava ad emergere e i colori pastosi dei suoi quadri successivi a Thaiti.

Seminato tra marzo e aprile il girasole è coltivato in italia soprattutto nelle regioni centrali come coltura di rinnovo in rotazione con i cereali, la colza e la soia.

Ma nel nord Italia è più difficile vedere campi di girasole così in questi giorni, oltre a me che vado a fotografare bombi e farfalle sui dischi dorati  molti non resistono, fermano l’auto al bordo della strada e vanno a farsi un selfie…. con Van Gogh.

POMERIGGIO BOLLENTE

Fa così caldo che anche le zanzare non si fanno vedere in giro, finirebbero arroste nel giro di pochi secondi.

Gli altri animali se ne stanno sicuramente acquattati da qualche parte all’ombra o dentro le loro tane.

IL Succiacapre c’è sicuramente, nascosto su qualche albero,  ha ancora voce per far sentire il suo verso, il trillo continuo di un motorino di avviamento.

Se oggi non avverto il sibilo del biacco tra le sterpaglie forse è perchè anche lui è andato in piscina a fare visita alla sua amica dal collare (Natrix- natrix).

Certo questo sole è un bel carburante per le lucertole, che schizzano via tra i rovi come fosse una gimkana, anche per loro però ormai la lancetta dell’olio segna rosso…

E io? che ci faccio qui?  Potevo stare a casa a leggere un libro o a farmi una bella siesta e invece rischio ad ogni passo di perdere  un litro di sudore.

Scopro però che non ci sono solo io (no non sono i soliti che portano a spasso il cane  e che ogni tanto mettono il pericolo i miei calzoni, i miei polpacci; quelli escono più tardi, al calar del sole, o la mattina presto)

Ci sono in questa radura tappeti di timo e graminacee  e qualche vedova o vedovina (campestre) o Knautia arvensis.

Il colore delle vedove non è il nero (in questo caso) ma il violetto; e il violetto attira vedo, attira parecchio. Le uniche forme di vita che percepisco a 40° al sole sono insetti che le vanno a visitare.

Ecco allora una Sternurella bifasciata, un coleottero della famiglia dei cerambici (Long horn beetle, dicono gli anglofoni)  e poi un Chlorophorus trifasciatus, un altro coleottero floricolo e poco più in là un bellissimo esemplare maschio di Fritillaria (Melitea didyma) la parte superiore delle ali è di un arancio così intenso che ti fa venire voglia di una granita all’arancia.

Ma che ci fa la Didyma sulle Knautie?  Non preferiva le Veroniche  (Veronica persica) e le Centauree (Centaurium Erythraea )?

Anche le formiche preferiscono la dolcezza della Centaurea Eritrea (una genziana di pianura che ama gli ambienti aridi e soleggiati, direi che qui si trova benissimo).

Centaurea eritrea

E quel ciccione, cosa ci fa in giro?  Potrebbe sciogliersi da un momento all’altro.  NO, però lui è più furbo; infatti si sta sgranocchiando all’ombra un gambo di finocchio selvatico.

bruco di Macaone

PS: i semi del cardo aspettano solo una bava di vento per iniziare il loro viaggio.

IL SASSO TRADITO

Saxifraga paniculata – habitat – Paul Kennet

C’era una volta una bella piantina con le foglie carnose a rosetta e dei fiori bianchi a cinque petali su uno stelo di pochi centimetri.

E c’era un sasso in apparenza ruvido ma bonaccione che la accolse senza farle tante domande sul suo passato.

Lei si chiamava Saxifraga, lui era un sasso come tanti sulle Alpi, sassi ai quali le piante si aggrappano per proteggersi dal vento e dal freddo.

E’ un meccanismo di sopravvivenza spesso utilizzato dalla piante in montagna oltre a quello di avere foglie piccole, per limitare la traspirazione, di crescere poco in altezza o avere un portamento strisciante.

Saxifraga alpina su roccia

Infatti quando ad una specie viene appiccicato la specifica “alpina” di solito presenta  queste caratteristiche, è cioè più piccola e contorta rispetto alla sua cugina di pianura.

Lei, la Sassifraga alpina  (Saxifraga paniculata Mill.) preferisce i sassi calcarei e le rocce arenarie, dove si insinua con le radici spaccandole (dal latino saxum=sasso e  frangere=rompere).

E’ presente su tutto l’arco alpino e sugli Appennini da una quota di 1000 m. fino a 2500 m. e più e fiorisce secondo l’altitudine tra giugno e agosto.

Che begli occhi che ha la Sassifraga!  Quei petali bianchi impreziositi da puntini rossi saprebbero intenerire anche il sasso più duro ( e infatti così accade).

Saxifraga paniculata Mill. – Sassifraga alpina

Ma qui succede un fatto che, adesso, a distanza di anni posso raccontare.

Un giorno percorrendo una famosa strada nel Parco del Ticino (che forse allora non era ancora famosa) chi ti vedo?

Sì, proprio lei, una Sassifraga Alpina.

In diversi esemplari, cresciuti tra le fessure di un muretto a secco di contenimento della scarpata.

E subito mi viene da pensare (e scusate la battuta): “Questo è un caso di saxifraga fedifraga, una traditrice, una che ha infranto una promessa, un giuramento, quello fatto al ruvido ma bonaccione sasso di montagna che certamente non si meritava questo comportamento da parte della tenera piantina”.

Cosa sarà successo?  Hanno litigato e lei ha fatto le valigie?  O un sasso di pianura le ha promesso mari e monti?  (forse solo mari, perchè i monti già ci stavano).  O forse il sasso bonaccione non era così bonaccione e di nascosto la picchiava?

Una spiegazione leggermente più scientifica potrebbe essere che le piante camminano e si spostano anche di migliaia di chilometri usando come mezzi di trasporto il vento, gli animali e anche l’uomo.

Anche i sassi camminano, rotolano a valle trasportate dai fiumi, ma il loro spostamento è più lento così mi risulta difficile credere che il sasso sia venuto a cercare la sua piantina.

Ecco, dopo quella volta però, ripassando nello stesso posto l’anno successivo, non ho più visto la Saxifraga.

Ancora una volta non so darmi una spiegazione scientifica ma mi piace pensare che sia ritornata da lui.

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PS: mi dicono che quella che ho visto potrebbe trattarsi di una Saxifraga bulbifera,  una Sassifraga che cresce da 0 a 1800 m. slm e fiorisce da Marzo a Maggio.

Saxifraga bulbifera

Va bene potrebbe anche essere, ma perchè rovinare tutta la poesia?

 

IL FIORE NELLA SPADA

Gigaro – Arum italicum

Mettete dei fiori nei vostri cannoni..”  dicevano i pacifisti di qualche anno fa.

Nessuno ha mai pensato di metterli nelle spade (forse perchè allora i pacifisti non esistevano, o forse non si chiamavano così).

In realtà qualcuno ci ha pensato e non parlo degli illusionisti che con un trucco, una magia, trasformano improvvisamente una spada in un mazzo di fiori.

Molto prima di loro ci hanno pensato le piante del genere Araceae come ad esempio l’Arisarum, il Calamo aromatico e la Calla  (che non è Carla pronunciato da un cinese) ma la Zantedeschia aethyopica, un fiore molto usato nei matrimoni.

E infine ecco  il Gigaro  ovvero Arum italicum o anche Calla selvatica.

E’ una pianta perenne, rizomatosa, originaria dell’area mediterranea, che come dice il nome cresce in tutta Italia fino a 1000 m. slm. E’ spontanea ma spesso coltivata nei giardini assieme alla sua cugina scura (Arum maculatum).

Il bello è che nel mio giardino è cresciuta spontaneamente.

I fiori (piccolissimi) sono riuniti nello spadice lungo solo qualche centimetro e quella specie di petalo bianco, che in realtà è una foglia modificata,  si chiama “spata“.

A cosa serve?

A proteggere lo spadice (e quindi i fiori) dagli agenti atmosferici e a mantenere una temperatura superiore a quella esterna (una specie di incubatore… o di abat-jour) ma questo è anche un meccanismo per attirare gli insetti impollinatori, in genere mosche.

Infatti, anche se è una pianta  molto elegante pure lei ha i suoi difetti: i fiori hanno un cattivo odore (ma ottimo per le mosche)  e i frutti (bacche rosse che trasformano lo spadice in uno snack per uccelli) sono velenosi, come tutta la pianta.

Gigaro – frutti

Ma, mi dicono, la radice se cotta perde il suo veleno e può essere consumata perchè molto ricca di amido. Un tempo se ne ricavava una farina nota come “Tapioca di Portland”.

Portland? Ma allora la conoscono anche lì. Ma quale Portland? Quella del Maine o quella dell’Oregon?  (Propendo per la prima ma attendo conferme).

Ad ogni modo nel continente americano il Gigaro è considerato un infestante (strano vero? una specie di nemesi per tutte le piante che lo sono diventate da noi dopo aver fatto il cammino al contrario).

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Osservo il mio Gigaro in giardino e mi sembra di sentire una voce, un grido.

“Spugna, issa lo spinnaker ! ”   E’ il Capitano Uncino che ordina ai suoi marinai di levare la grande  vela triangolare, quella che si gonfia come un palloncino quando la barca ha il vento in poppa.

Non sembra anche a voi che la “spata” assomigli a una vela bianca?

 

 

VENERE ALLO SPECCHIO

Legousia speculum-veneris

Me ne vado per le strade di campagna in questo che è il tempo delle messi  (da non intendersi come sorelle del calciatore del Barcellona) tra campi di segale e frumento.

Non sono venuto a cercarla ma so che qui la incontrerò.

E infatti tra il viottole erboso e la fitta muraglia di steli e spighe, in quel territorio che non è più campo ma non è ancora strada eccola lì, con la sua corolla rotonda viola intenso.

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Lo sapevate che Venere aveva uno specchio?

Io, no, non lo sapevo.   E poi che cosa se ne fa Venere di uno specchio? Non ha certo bisogno di conferme (specchio specchio delle mie brame…)

Anche Botticelli si è dimenticato di dipingerla con uno specchio in mano mentre esce dalla conchiglia nel suo famoso quadro “La nascita di Venere”. Poteva sempre aggiungerlo Marcel Dichamp, in fondo se ha dipinto i baffi alla Gioconda, cosa gli costava fare anche questa piccola aggiunta?


Legouz de Garland è un botanico e aristocratico francese che nel 1773 in piena stagione dell’illuminismo fonda il giardino botanico a Digione.

Perchè l’Accademia di quella città abbia voluto associare questo fiore a questo studioso non si sa;  nessuno ci aveva ancora pensato?  Come la chiamavano prima:  Ehi tu?

Sta di fatto che tra il sig. Legouz e uno specchio che Venere non ha mai avuto si costruisce una identità, un nome e cognome a questa pianta della famiglia delle campanulacee: Legousia speculum-veneris intendendo con ciò una pianta annuale (che si propaga per seme ogni anno, mentre la pianta dell’anno prima muore)  che da sempre nell’area mediterranea cresce nei campi di cereali e per la moderna agricoltura è una pianta infestante da combattere con i pesticidi.

Per questo non è data proprio in pericolo di estinzione ma in fase di “arretramento”.

Certo non è arretrato, non ha avuto paura Dominique Chaix, parroco di Baux quando ha caldeggiato all’Accademia quel nome così aristocratico, sicuramente meno generico del “campanula speculum-veneris” dato da Linneo (ecco come la chiamavano prima!)  più elegante dell’appellativo volgare di Specularia.

Baux è una località della bassa Provenza dove è nata la leggenda del   “signore di Baux” quello che ha costruito la sua casa, anzi un castello, sui sassi  (come dice la canzone di Angelo Branduardi) per poi scomparire misteriosamente in una sola notte..

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Botticelli che dipinge una Venere senza specchio, Lionel Messi che dribla centinaia di steli di grano e poi non trova la porta,  Branduardi che scrive una canzone su una delle più potenti famiglie provenzali e un parroco di un piccolo paese che ostinatamente vuole ricordare il suo amico botanico…

un’umile pianta dai fiori viola che si porta dietro tutta queste storie eppure vive leggera… anche perchè non lo sa.