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IL SASSO TRADITO

Saxifraga paniculata – habitat – Paul Kennet

C’era una volta una bella piantina con le foglie carnose a rosetta e dei fiori bianchi a cinque petali su uno stelo di pochi centimetri.

E c’era un sasso in apparenza ruvido ma bonaccione che la accolse senza farle tante domande sul suo passato.

Lei si chiamava Saxifraga, lui era un sasso come tanti sulle Alpi, sassi ai quali le piante si aggrappano per proteggersi dal vento e dal freddo.

E’ un meccanismo di sopravvivenza spesso utilizzato dalla piante in montagna oltre a quello di avere foglie piccole, per limitare la traspirazione, di crescere poco in altezza o avere un portamento strisciante.

Saxifraga alpina su roccia

Infatti quando ad una specie viene appiccicato la specifica “alpina” di solito presenta  queste caratteristiche, è cioè più piccola e contorta rispetto alla sua cugina di pianura.

Lei, la Sassifraga alpina  (Saxifraga paniculata Mill.) preferisce i sassi calcarei e le rocce arenarie, dove si insinua con le radici spaccandole (dal latino saxum=sasso e  frangere=rompere).

E’ presente su tutto l’arco alpino e sugli Appennini da una quota di 1000 m. fino a 2500 m. e più e fiorisce secondo l’altitudine tra giugno e agosto.

Che begli occhi che ha la Sassifraga!  Quei petali bianchi impreziositi da puntini rossi saprebbero intenerire anche il sasso più duro ( e infatti così accade).

Saxifraga paniculata Mill. – Sassifraga alpina

Ma qui succede un fatto che, adesso, a distanza di anni posso raccontare.

Un giorno percorrendo una famosa strada nel Parco del Ticino (che forse allora non era ancora famosa) chi ti vedo?

Sì, proprio lei, una Sassifraga Alpina.

In diversi esemplari, cresciuti tra le fessure di un muretto a secco di contenimento della scarpata.

E subito mi viene da pensare (e scusate la battuta): “Questo è un caso di saxifraga fedifraga, una traditrice, una che ha infranto una promessa, un giuramento, quello fatto al ruvido ma bonaccione sasso di montagna che certamente non si meritava questo comportamento da parte della tenera piantina”.

Cosa sarà successo?  Hanno litigato e lei ha fatto le valigie?  O un sasso di pianura le ha promesso mari e monti?  (forse solo mari, perchè i monti già ci stavano).  O forse il sasso bonaccione non era così bonaccione e di nascosto la picchiava?

Una spiegazione leggermente più scientifica potrebbe essere che le piante camminano e si spostano anche di migliaia di chilometri usando come mezzi di trasporto il vento, gli animali e anche l’uomo.

Anche i sassi camminano, rotolano a valle trasportate dai fiumi, ma il loro spostamento è più lento così mi risulta difficile credere che il sasso sia venuto a cercare la sua piantina.

Ecco, dopo quella volta però, ripassando nello stesso posto l’anno successivo, non ho più visto la Saxifraga.

Ancora una volta non so darmi una spiegazione scientifica ma mi piace pensare che sia ritornata da lui.

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PS: mi dicono che quella che ho visto potrebbe trattarsi di una Saxifraga bulbifera,  una Sassifraga che cresce da 0 a 1800 m. slm e fiorisce da Marzo a Maggio.

Saxifraga bulbifera

Va bene potrebbe anche essere, ma perchè rovinare tutta la poesia?

 

IL FIORE NELLA SPADA

Gigaro – Arum italicum

Mettete dei fiori nei vostri cannoni..”  dicevano i pacifisti di qualche anno fa.

Nessuno ha mai pensato di metterli nelle spade (forse perchè allora i pacifisti non esistevano, o forse non si chiamavano così).

In realtà qualcuno ci ha pensato e non parlo degli illusionisti che con un trucco, una magia, trasformano improvvisamente una spada in un mazzo di fiori.

Molto prima di loro ci hanno pensato le piante del genere Araceae come ad esempio l’Arisarum, il Calamo aromatico e la Calla  (che non è Carla pronunciato da un cinese) ma la Zantedeschia aethyopica, un fiore molto usato nei matrimoni.

E infine ecco  il Gigaro  ovvero Arum italicum o anche Calla selvatica.

E’ una pianta perenne, rizomatosa, originaria dell’area mediterranea, che come dice il nome cresce in tutta Italia fino a 1000 m. slm. E’ spontanea ma spesso coltivata nei giardini assieme alla sua cugina scura (Arum maculatum).

Il bello è che nel mio giardino è cresciuta spontaneamente.

I fiori (piccolissimi) sono riuniti nello spadice lungo solo qualche centimetro e quella specie di petalo bianco, che in realtà è una foglia modificata,  si chiama “spata“.

A cosa serve?

A proteggere lo spadice (e quindi i fiori) dagli agenti atmosferici e a mantenere una temperatura superiore a quella esterna (una specie di incubatore… o di abat-jour) ma questo è anche un meccanismo per attirare gli insetti impollinatori, in genere mosche.

Infatti, anche se è una pianta  molto elegante pure lei ha i suoi difetti: i fiori hanno un cattivo odore (ma ottimo per le mosche)  e i frutti (bacche rosse che trasformano lo spadice in uno snack per uccelli) sono velenosi, come tutta la pianta.

Gigaro – frutti

Ma, mi dicono, la radice se cotta perde il suo veleno e può essere consumata perchè molto ricca di amido. Un tempo se ne ricavava una farina nota come “Tapioca di Portland”.

Portland? Ma allora la conoscono anche lì. Ma quale Portland? Quella del Maine o quella dell’Oregon?  (Propendo per la prima ma attendo conferme).

Ad ogni modo nel continente americano il Gigaro è considerato un infestante (strano vero? una specie di nemesi per tutte le piante che lo sono diventate da noi dopo aver fatto il cammino al contrario).

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Osservo il mio Gigaro in giardino e mi sembra di sentire una voce, un grido.

“Spugna, issa lo spinnaker ! ”   E’ il Capitano Uncino che ordina ai suoi marinai di levare la grande  vela triangolare, quella che si gonfia come un palloncino quando la barca ha il vento in poppa.

Non sembra anche a voi che la “spata” assomigli a una vela bianca?

 

 

VENERE ALLO SPECCHIO

Legousia speculum-veneris

Me ne vado per le strade di campagna in questo che è il tempo delle messi  (da non intendersi come sorelle del calciatore del Barcellona) tra campi di segale e frumento.

Non sono venuto a cercarla ma so che qui la incontrerò.

E infatti tra il viottole erboso e la fitta muraglia di steli e spighe, in quel territorio che non è più campo ma non è ancora strada eccola lì, con la sua corolla rotonda viola intenso.

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Lo sapevate che Venere aveva uno specchio?

Io, no, non lo sapevo.   E poi che cosa se ne fa Venere di uno specchio? Non ha certo bisogno di conferme (specchio specchio delle mie brame…)

Anche Botticelli si è dimenticato di dipingerla con uno specchio in mano mentre esce dalla conchiglia nel suo famoso quadro “La nascita di Venere”. Poteva sempre aggiungerlo Marcel Dichamp, in fondo se ha dipinto i baffi alla Gioconda, cosa gli costava fare anche questa piccola aggiunta?


Legouz de Garland è un botanico e aristocratico francese che nel 1773 in piena stagione dell’illuminismo fonda il giardino botanico a Digione.

Perchè l’Accademia di quella città abbia voluto associare questo fiore a questo studioso non si sa;  nessuno ci aveva ancora pensato?  Come la chiamavano prima:  Ehi tu?

Sta di fatto che tra il sig. Legouz e uno specchio che Venere non ha mai avuto si costruisce una identità, un nome e cognome a questa pianta della famiglia delle campanulacee: Legousia speculum-veneris intendendo con ciò una pianta annuale (che si propaga per seme ogni anno, mentre la pianta dell’anno prima muore)  che da sempre nell’area mediterranea cresce nei campi di cereali e per la moderna agricoltura è una pianta infestante da combattere con i pesticidi.

Per questo non è data proprio in pericolo di estinzione ma in fase di “arretramento”.

Certo non è arretrato, non ha avuto paura Dominique Chaix, parroco di Baux quando ha caldeggiato all’Accademia quel nome così aristocratico, sicuramente meno generico del “campanula speculum-veneris” dato da Linneo (ecco come la chiamavano prima!)  più elegante dell’appellativo volgare di Specularia.

Baux è una località della bassa Provenza dove è nata la leggenda del   “signore di Baux” quello che ha costruito la sua casa, anzi un castello, sui sassi  (come dice la canzone di Angelo Branduardi) per poi scomparire misteriosamente in una sola notte..

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Botticelli che dipinge una Venere senza specchio, Lionel Messi che dribla centinaia di steli di grano e poi non trova la porta,  Branduardi che scrive una canzone su una delle più potenti famiglie provenzali e un parroco di un piccolo paese che ostinatamente vuole ricordare il suo amico botanico…

un’umile pianta dai fiori viola che si porta dietro tutta queste storie eppure vive leggera… anche perchè non lo sa.

BALLERINE E UOMINI APPESI

Aceras antrhropophorum – foto Emanuele Amatori

E pensare che non siamo neanche in un night club.

E neppure in una corte del potente di turno, che lì l’accoppiata era  “nani e ballerine“.

Però l’idea di assimilarle a ballerine che danzano attorno a un palo non è così azzardata.

Per gli uomini appesi (homme pendu) ovveo impiccati,  invece bisogna chiedere ai francesi.

E’ una questione di differenze culturali, è ovvio, se si chiamano con nomi diversi una stessa orchidea, in questo caso la Aceras Anthropophorum.

Aceras anthropophorum

Ma si sa, le orchidee amano camuffarsi, assomigliare alle api, ai bombi, qualcuna a piccole mani, altre a uomini nudi ecc…

Lei invece, la nostra Aceras Anthropophorum , ovvero ballerina,   pur così particolare non è troppo appariscente;  il colore giallo paglierino si confonde con i chiaroscuri del bosco con le erbe dei prati magri dove invece spiccano altre orchidee come la Orchis purpurea con la quale spesso si ibrida.

Orchis purpurea

Ed è così che l’ho scoperta mentre ammiravo la sua più vistosa cugina.

Le foglie ovali lanceolate solo riunite in una rosetta attaccata al terreno (come tipico delle orchidee) e il fusto può crescere dai 15 ai 40 cm.

E’ una pianta perenne che fiorisce da aprile a giugno in tutta Italia escluse Val D’Aosta, Trentino e Friuli,  su terreni prevalentemente calcarei fino ad una altezza di 1.400/1600  m. s.l.m. (inutile dire che è una pianta protetta e che è assolutamente vietato raccoglierla).

E’ una piante mediterranea e la sua diffusione corrisponde all’area dell’olivo.

Ma allora nel nord Europa non la fanno la “Pole dance”?  Solo da noi le ballerine possono prendere gli uomini per la cravatta  e portarli…. dove?

Non voglio fare illazioni o creare collegamenti che non esistono. Anthropophorum  (riferito alla nostra ballerina Aceras) significa che porta gli uomini, se poi gli uomini si ritrovano nudi o appesi (Homme pendu) non possono prendersela che con sè stessi.

 

 

UNA STORIA SCHICK

Tussilago Farfara

… Almeno per me lo è.

Arriva da un libro che si chiama FLORA FERROVIARIA pubblicato per la prima volta nel 1980  e sentite cosa racconta:

Nel 1980 un botanico svizzero, Ernesto Schick, decide di studiare le erbe che si trovano nei sedimi ferroviari del Ticino, in particolare nella stazione internazionale di Chiasso. Analizzando i binari, le traversine, le massicciate, i canali laterali, le porzioni di terreno racchiuse tra una linea ferroviaria e l’altra, tutti i luoghi che sono prossimi al passaggio dei vagoni,

Schick censisce 763 specie vegetali diverse, che costituiscono un quarto dell’intera flora svizzera; tra queste il 20% appartiene a specie in via di estinzione. Una biodiversità davvero incredibile. Molte sono terofite: fuggite da orti botanici, giardini, campi coltivati, sono arrivate sin lì inattese. Sono i treni ad averle trasportate, spesso da luoghi molto lontani. Basta un convoglio merci carico di sacchi di semi, e qualche lontano cereale giunge in quelle zone; quindi da qui si trasferisce lungo quegli interminabili interstizi, che sono le linee ferroviarie. Schick registra piante provenienti dal Sudafrica e da altri luoghi lontani, e provvede a descriverle attraverso disegni dettagliati.

Equiseto – fusti sterili

Pubblicato una prima volta nel 1980, il volume, che raccoglie il catalogo ragionato delle erbe con gli schizzi e gli acquerelli del botanico, è tornato in circolazione con il titolo di Flora ferroviaria (Edizione Florette e Humboldt Books) due anni fa, piccolo e prezioso volume. Il primo ritratto di queste erbe vagabonde, registrate da Schick, è dedicato all’Equisetum Arvense della famiglia delle equisetacee, dalla forma a lancia e con uno sviluppo a setole laterali lungo lo stelo, cui segue la Tussilago Farfara, vegetale pioniere, dalla forma di fiore giallo nella corolla, che colonizza le zone vergini, e si trova per lo più nelle cave, lungo frane e scoscendimenti.

Calystegia sepium

Poi ci sono “le aggressive”, come le definisce l’autore: la Calystegia Sepium, rampicante dal fiore bianco e dallo stelo verde e sottile, che si abbarbica ovunque, strisciando lontano dalla sua prima radice.

O quelle che definisce “le attraenti”, come il Papaver Dubium, dal meraviglioso fiore rosso o l’Iris Pseudacorus, giallo e slanciato….

Iris pseudacorus

Continua a leggere su:

http://www.doppiozero.com/materiali/piante-ed-erbe-viaggiatrici

(grazie a Namo per la segnalazione)

 

 

IL SIG. CERFOGLIO

Dove sta di casa il Sig. Cerfoglio?

Ho cercato di suonare ma non ho trovato il campanello.

Eh già perchè lui abita ai margini dei boschi, dei prati, lungo le strade e i ruscelli.  E’ un tipo selvatico ma non è pericoloso come invece la sua amica cicuta (Conium maculatum) alla quale peraltro assomiglia molto.

Che stupido!  Magari mi aspettavo anche di trovare una targhetta con scritto:  ANTHRISCUS SYLVESTRIS.

Anthriscus sylvestris

Lui è di animo gentile, su questo non vi sono dubbi.

No, non perchè ti accoglie con cortesia,  e neanche perchè ti cede il suo posto se sei in coda o ti da subito una indicazione utile se ti sei smarrito in una nuova città.

E’ gentile perchè non punge ma soprattutto  perchè le foglie hanno un bell’aspetto, come la dama di Dante che “tanto gentile e tanto onesta (ap)pare.

Si però Sig. Cerfoglio, lei sarà  gentile ma è anche un tantino invadente!

E’ dappertutto come il prezzemolo, anzi ha un sapore più tenue del prezzemolo. Finisce che la ritrovo anche nelle minestre, nelle frittate, nelle vellutate o nella salsa bernese (Ah no, quello è il suo parente nobile: Anthriscus cerefolium che abita nei giardini e se lo si trova altrove vuol dire che è scappato.)

Forse ho capito perchè lei, Sig. Cerfoglio è così diffuso: ama il sole ma anche l’ombra, i terreni leggermente acidi e freschi, e poi ha dei frutti che quando sono maturi esplodono e sparano i semi tutto attorno.

Frutti cerfoglio selvatico

Grazie per la pazienza Sig. Cerfoglio e scusi se l’ho disturbata, se ho calpestato involontariamente le sue foglie mentre andavo in cerca di altre erbe.

Grazie anche per il suo delicato profumo di carota.

POETI NARCISI

Cosa succede a un poeta narciso se guarda un narciso dei poeti?

Si riconoscerà con estremo struggimento o con altrettanto struggimento andrà a buttarsi da una rupe per non essersi riconosciuto in questo fiore bellissimo e inebriante?

I poeti sono tutti un po’ narcisi (o forse è solo un luogo comune) sicuramente ci sono quelli più narcisi di altri; a loro è dedicato il narciso trombone.

Qui però voglio parlarvi del narciso selvatico (Narcissus poeticus) che dei poeti è il beniamino.

Narcissus poeticus

Chissà se i poeti oltre a toccare le alte vette del lirismo sono anche un po’ scalatori. Si perchè lui, il nostro narciso, nel senso del fiore, cresce a quote collinari e montane (dai 300 ai 1.500 m.  slm)  in prati magri, pascoli montani e boscaglie rade, in pieno sole ma anche a mezz’ombra, al riparo dai pettegolezzi e dalle sparate degli haters.

Forse non è vero che è annegato nel tentativo vano di raggiungere la sua immagine specchiata nell’acqua,  forse gli Dei hanno avuto pietà di lui e hanno trasformato questo giovinetto bellissimo e ambiguo (conteso da fanciulle e coetanei) in un fiore e l’hanno mandato in montagna.

Ecco perchè se alzo gli occhi verso la cima ormai vicina del colle posso scorgere tutti questi esemplari di Narciso dei poeti, ecco perchè posso annusare il suo profumo intenso (Narcissus vuol dire narcotico, che può farti addormentare, svenire).

Allora, svenire no; però sono molto entusiasta di questa scoperta, come un poeta che ha trovato le parole giuste per esprimere i suoi sentimenti….

il cielo oggi è azzurro e l’erba è verde… tutto perfetto dunque?

NO, perchè l’amaro sta in fondo, nel bulbo che è velenoso

PS, Il Narciso dei poeti è una specie protetta; attenzione a raccoglierlo che vi tagliano le mani…

Se invece incontrate un poeta (narciso o no) fatemelo sapere con urgenza perchè i poeti sono (quasi) estinti a meno di ricorrere ancora una volta a quelli del prof. Keating  ne L’Attimo fuggente.