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FIENO VESTITO A FESTA

Covone a Giverny – Claude Monet

Del fieno la maggior parte di noi ricorda il profumo e la ruvida morbidezza (scusate l’ossimoro) di quando ci saltavi sopra dopo che il contadino ne aveva fatto grandi mucchi in mezzo al prato (che tristezza invece adesso le rotoballe).

Il fieno è sempre stato considerato innanzitutto una cosa utile a provocare raffreddori ma anche a curare forme asmatiche oltre che a ingrassare le mucche e i conigli.

Molte delle erbe che poi diventano fieno fanno parte della famiglia delle graminacee, erbe dai fiori minuti, poco appariscenti anche se, per chi è allergico, terribili.  Le graminacee non sono quindi in prima battuta delle piante ornamentali.

Anche io non ci pensavo fino a quando un giorno mi imbatto in una strana erba con le foglie gialle, rosse e verdi (una paglia e fieno, si direbbe), una graminacea, sicuramente, ma molto aggraziata.

Ma sì è vero esistono tantissime graminacee ornamentali, anche se noi non le associamo alle erbe del prato eppure sono parenti (anche se talvolta non tanto strette).

Ecco per esempio la Imperata Cylindrica “Red baron” o la Miscanthus sinensis “purple fall”, abbastanza simili alla mia” erba colorata”

ma poi si cambia con la Bouteloua Gracilis dalle spighe orizzontali e tutte le molinie  caerulea(la molinia è una nostra vecchia conoscenza) nelle sue varianti Heidebraut o Moorhexe o anche Skyracer (che corre nel cielo), piante coltivate anche dai vivaisti.

Ancora più spettacolari sono la Muhlembergia capillaris e la Nassella tenuissima.

Muhlenbergia capillaris

Nassella tenuissima

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Le graminacee stanno avendo molto successo nella progettazione di giardini perchè sono facili da coltivare infatti  non sono molto esigenti quanto a terreno e quantità di acqua necessaria; alcune mantengono un effetto scenografico anche d’inverno con la brina.

Probabilmente ai più  questi nomi non dicono nulla ma se io dico “Erba delle pampas” sono sicuro che subito vi verranno alla mente i suoi floridi e morbidi pennacchi bianchi (e a volte anche colorati)

Cortaderia selloana – ERba dell pampas

E’ una graminacea di nome Cortaderia selloana famosa in tutto il mondo e spesso considerata infestante come in California.

In Inghilterra poi è legata ad una storia particolare, infatti veniva piantata in origine nei giardini degli “scambisti” e questo era un segnale in codice (ma neanche tanto, visto che era noto a tutti che chi metteva quella pianta era aperto agli scambi di coppia).  Attenzione quindi a non piantarla per sbaglio.

Beh no qui siamo in Italia.

Al massimo la associamo ai piumini per togliere la polvere dai mobili.

 

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RILASSANTE PER CAPEZZOLI

Lapsana communis

Non sarò certo io a introdurvi a certi fenomeni della fisiologia femminile, anche perchè c’è un sapere antico trasmesso per via orale prima che negli scritti degli studiosi e poi delle riviste di settore.

E’ questo sapere e gli antichi usi che hanno dato il nome a questa pianta: Lassana (Lapsana communis)

Il rilassamento è già contenuto nel nome ma i capezzoli cosa c’entrano?

Calma. Ci arriviamo.

Intanto bisogna dire che la Lassana è “communis”  cioè ampiamente diffusa in piano fino ai 1.400 metri nei boschi lungo le strade, negli incolti, in ambiti ruderali tanto da essere in alcune circostanze un’erba infestante.

 

Sta meglio però all’ombra  del sottobosco dove trova anche un terreno più ricco di sostanze nutrienti.

E’ un’asteracea, infatti si può notare il fiore giallo simile a molti altri di questa famiglia, posto su un fusto esile che può arrivare anche a un metro di altezza; le foglie sono quasi tutte basali, raccolte in una rosetta a pochi cm da terra.

E’ un’erba amara e come altre erbe amare (Tarassaco) ha proprietà depurative, emollienti, di contrasto agli zuccheri nel sangue.

In passato però era conosciuta e utilizzata come decongestionante per i capezzoli delle puerpere che si infiammavano  nella fase dello svezzamento, quando il bebè non succhiava più il latte dalle mammelle.

Perciò il nome popolare più diffuso di questa pianta è stato per lungo tempo “Erba delle mammelle“.

A rafforzare l’ accostamento con queste parti del corpo femminile pare ci siano anche i boccioli della Lassana  che hanno una forma che assomiglia ai capezzoli.

Una pianta ad uso femminile parrebbe, ma per i suoi molteplici benefici praticamente unisex.

Ricordatevelo quando passeggiate nel bosco con la vostra dolce metà.

 

 

GIGLIO DI SAN BERNARDO

Giglio di S. Bernardo

IL piccolo o il grande San Bernardo (nel senso di montagna)?

Chiaravalle o Tiron ?  Il Santo o il quadrupede eroe del soccorso alpino?

Ecco qui  un altro giglio dedicato al nome di un Santo e però i Santi che si chiamano Bernardo sono talmente tanti che ancora non ho capito qual è quello giusto (se qualcuno lo sa lo dica per favore!)

Ma forse questa, in fondo, è una questione secondaria.

Anthericum liliago

Di primaria importanza, anzi bellezza è questo fiore: Giglio di S. Bernardo ovvero Anthericum liliago,  prima giglio  (no, amaryllis no) poi anthericum (dal greco anthérix:  spiga, fuscello)

E in effetti quello che colpisce a prima vista di questo giglio spontaneo sono i fiori bianchi, diafani, su un gambo esile, un fuscello appunto.

I fiori disposti a spiga iniziano a schiudersi dal basso per cui avremo i fiori in punta che fioriranno per ultimi mentre quelli più in basso saranno già sfioriti.

E’ un giglio più diffuso di quello che si pensa, basta frequentare i posti giusti, in pianura o in montagna (fino ai 1.800 metri) in luoghi soleggiati e con terreni silicei.

Questa bulbosa, prevalentemente mediterranea, può spingersi anche più a nord come testimoniano gli altri suoi nomi: Liliagine. St. Bernard’s Lily, Astlose Graslilie

In Italia lo chiamano con un altro (per me) brutto nome ovvero Lilioasfodelo maggiore per non confonderlo con la specie vicina dell’Anthericum ramosum (Lilioasfodelo minore).

Qualcuno lo vuole anche affine agli asparagi, infatti lo colloca nella famiglia delle Asparagaceae.

Lui non è buono da mangiare, non ha usi medicinali, però ci offre questa bellezza fragile e folgorante da aprile a maggio in pianura, da maggio a giugno in quota, in maniera discreta, senza curarsi di tutti gli altri Santi(o gigli) che si pavoneggiano nei nostri giardini.

NOTIZIE DAL MONTE DELL’ARCA

 

I monti dell’ Ararat, quelli dove secondo la tradizione biblica (e non solo) si incagliò l’arca di Noè dopo il diluvio universale, sono una catena di antichi vulcani  il più alto dei quali misura 5.165 m. slm

I  vulcani sono  situati tra le regioni dell’Agri e dell’Agdir al confine tra Turchia, Armenia e Iran.

Oggi in territorio turco  l’Ararat ha però fatto parte storicamente dell’Armenia, è considerato una montagna sacra e infatti il suo nome in armeno significa “luogo creato da dio” mentre in turco è “la montagna del dolore”.

Noè quella volta, prima del diluvio universale,  fece salire sull’arca tutte le specie animali a coppie; nulla si dice, o almeno io non lo ricordo, delle specie vegetali.

Tom duBois – The promise

Eppure qualcosa deve essere successo se da quel monte dell’antica Armenia arrivano diverse piante che portano (più o meno a ragione) il nome di quella terra.

Gli indizi sono il nome specifico di “armeniaca”, “armeniacus” o “armeniacum”.

Così abbiamo ad esempio il “rubus armeniacus”, il “muscari armeniacum” il “papaver armeniacum” fino ad arrivare alla “Paphiopedilum armeneniacum” (una piccola orchidea cinese dai fiori gialli)

Nei funghi invece  l’attributo “armeniacum” in genere significa color aranciato, simile all’albicocca. (es Xerocomus armeniacum).

Ecco siamo arrivati alla pianta che più di tutte è diventata vessillo della regione attorno al monte Ararat.

L’albicocco infatti viene chiamato dagli scienziati “Prunus armeniaca” perchè si ritiene che sia originario dell’Armenia  anche se alcuni studiosi affermano che arrivi da molto più lontano (la Cina). Gli antichi romani lo introdussero in Italia e Grecia. Gli arabi contribuirono a diffonderlo in tutto il bacino del Mediterraneo con il nome di “Al barquq”.

Le piante abbiamo visto, hanno diversi modi per diffondersi, il vento, l’acqua, gli uccelli, i mammiferi… e anche gli uomini.

Un altro caso interessante è quello del Melograno. Chiamato dagli antichi romani “Malus punica” perchè diffuso dai Fenici nei dintorni di Cartagine, ha poi preso il nome di Punica granatum.  In realtà la pianta è presente fin dall’antichità in tutta l’asia sud occidentale dal Caucaso all’Hymalaia.

Un’altra origine del nome, dicono altri, si deve sempre al latino “puniceus” che significa purpureo, scarlatto,  con riferimento al colore del frutto ma in particolar modo dei fiori e dei semi.

IL melograno è la pianta simbolo dell’Armenia e paradossalmente non si chiama Armeniaca ma Punica cioè Cartaginese.

Ma si trovava in quella regione anche prima del “Diluvio universale”?

Alcuni indizi sembrano darne conferma  infatti il melograno (e non la mela di Biancaneve) è il frutto proibito del Paradiso terrestre, segno che  è già conosciuto sin dall’inizio dei tempi.

Ma come ha fatto a salvarsi dalle acque allora?

Non ho una risposta a questa domanda, non l’ho cercata ancora abbastanza, ovvero, un’indizio è la colomba che Noè manda in esplorazione quando finisce di piovere e lei torna con un rametto d’ulivo…

Nel frattempo però ci sono studiosi che ispirandosi a Noè e alla sua Arca stanno compiendo un’opera immensa.

A Spitsbergen su un’isola delle Svalbard in Norvegia infatti all’interno di una montagna dal 2008 è stata creata una “cassaforte” per i semi dei tre milioni di specie vegetali presenti sulla terra o per meglio dire un “frigorifero” infatti la temperatura di conservazione è di -20 gradi.

Il suo ideatore è Cary Fowler scienziato della biodiversità e ambientalista.

E’ l’Arca di Noè delle piante che vuole metterle al riparo da catastrofi naturali o causate dall’uomo,  un’iniziativa di grande valore e lungimiranza.

Certo che Spitsbergen non avrà mai il fascino del monte Ararat.

 

BECCO DI GRU E MANI DI FORBICE

Cicutaria – becco di gru

Sulle prime il suo nome “Erodium cicutarium” non evoca sensazioni positive.

Ma, tranquilli, Erode  non c’entra nulla;  la cicuta qualcosa ma è più una questione estetica.

Del resto come potrebbe essere cattivo un fiore così bello nella sua semplicità così come sanno esserlo tutti i gerani selvatici.

Il colore rosa ce lo fa associare a molte altre specie spontanee ma la sua caratteristica principale, oltre alle foglie molto seghettate (simili alla cicuta) e generalmente prostrate, ovvero attaccate generalmente a terra, sono i frutti, questi sì dall’aspetto un po’ aggressivo, sempre che sia aggressivo il becco di una gru.

Sono i frutti allora che gli hanno fatto guadagnare il suo nome popolare.

E’ un geranio da strada,  infatti preferisce gli incolti e i margini stradali, un po’ come un suo parente stretto, il Geranio molle, fiore dello stesso colore ma foglie  rotonde, reniformi, frutti con becco meno pronunciato.

Roberta invece preferisce i boschi, i terreni soffici e ombreggiati.  Il suo geranio (Geranium robertiamum o Erba Roberta) viene anche detto “cicuta rossa” perchè le sue foglie sono molto simili alla cicuta e ha gli steli rossi.

Basta; non voglio annoiarvi oltre; però un ultima specie di geranio selvatico ve la voglio presentare.

L’ho conosciuto anche io qualche anno fa sullo spartitraffico di una strada a scorrimento veloce nell’Hinterland milanese  (non chiedetemi cosa ci facevo lì).

“Piacere, sono un Erodium Malacoides,  –  mi dice – e la mia particolarità è che ho le foglie simili alla malva.

Anche lui, come tutti gli altri gerani qui citati ha dei frutti che “sputano” o “sparano” a maturità i semi tutti attorno come un piccolo cannone.

Ma l’accostamento più antico, l’avrete capito è con il  becco della  gru; uno più moderno, mi permetto di suggerire, è quello con le dita di  “Edward mani di forbice”.

Sforbiciando allora dai dizionari apprendo:

erodium = in greco  “airone”

geranium  dal greco  “geranòs” che significa gru

pelargonio, dal greco perlargòs che significa cicogna

cicutarium:  dal latino, significa simile alla cicuta (per la forma delle foglie)

malacoides: dal greco malache = malva, per la somiglianza delle foglie.

REGINE E REGINE

E’ meglio un fiore o una pizza?

Dipende!

Da che dipende?  Da come guardi il mondo tutto dipende (dice una vecchia hit del gruppo musicale Jarabe de Palo).

Così se incontri una regina sabauda che già di suo si chiama Margherita, un fiore è troppo banale, meglio una pizza, non vi pare?

Ma se la regina è Carlotta di Meclemburgo-Strelitz, moglie del re Giorgio III d’Inghilterra, morta nel 1818 e affezionata alla botanica, un fiore è d’obbligo, e che fiore!

Certo gli inglesi con le loro vaste colonie avevano solo l’imbarazzo della scelta e la scelta è caduta su un fiore del Sudafrica, un fiore molto particolare, quasi un uccello, infatti è conosciuto come “Uccello del paradiso”.

C’è anche un uccello vero che si chiama così (non so come hanno risolto con i diritti d’autore… e con il dominio sul web).

Ma qui ecco la scappatoia. Se la regina si chiama Strelitz ecco che il fiore si chiamerà Strelitzia regina. (si è persa così l’occasione di chiamare un fiore Carlotta, ma, pazienza, ce ne saranno altre).

La bellezza della Strelitzia reginae o  Uccello del paradiso, è tale che  tutti se ne sono innamorati tanto che è diventata  ormai una pianta cosmopolita  (world wide spread).

La incontro in questa fine autunno che ormai guarda all’inverno davanti al mare di Alassio in una giornata di sole tiepido e vento tagliente.

L’aspetto è veramente regale con quel ciuffo di petali arancio e l’ultimo blu disposti a ventaglio, o anche come la cresta e il becco di un airone rosso formato dalla spata che li contiene prima della fioritura.

Ma come se la passano dentro questi grandi vasi di cemento?

La Strelitzia è una pianta facile da coltivare. Ha grosse radici e un accrescimento lento. Se si moltiplica la pianta da seme bisogna aspettare 5 anni prima che fiorisca, meglio moltiplicarla per divisione delle radici.

Cinque sono anche i gradi di temperatura al di sotto dei quali la pianta incomincia a soffrire, per cui nelle regioni più fredde, la pianta va riparata d’inverno.

Non è quasi mai il caso della Liguria e del Lazio, dove viene coltivata per farne mazzi di fiori recisi.

La fioritura avviene dall’autunno e per tutto l’inverno fino alla primavera successiva. Strano vero?

Non tanto se pensiamo che lei è originaria dell’emisfero australe e lì le stagioni sono capovolte. Così mantenendo le proprie abitudini, la pianta va in riposo vegetativo in giugno-luglio.

Altra particolarità: si dice che questa pianta viene impollinata dagli uccelli (piccoli uccelli presenti in Sudafrica che si posano sul labello inferiore, quello blu, per intenderci).

Ma qui quegli uccellini non ci sono.  E allora?

Per chi vuole approfondire:

http://www.pollicegreen.com/significato-fiori-strelitzia/30575/

http://www.elicriso.it/it/come_coltivare/strelitzia/

DAPHNE E LE ROSE

Giovanni Battista Tiepolo, Apollo Insegue Daphne 1755-1760

Nell’antica Grecia Daphne era una delle Naiadi, una ninfa dei ruscelli e dei corsi d’acqua, amante della propria libertà al punto di respingere l’amore del dio Apollo e farsi trasformare in una pianta per sfuggirgli.

Daphne, con le foglie che ricordano l’alloro (da cui il nome in greco), è una pianta, ovvero un genere di piante a cui appartengono circa 500 specie sia sempreverdi che a foglie caduche.

Dapnhe laureola

Tra le sempreverdi ricordiamo la Dapnhe laureola, con foglie della consistenza del cuoio e piccoli fiori giallo-verdi  e bacche velenose per gli uomini ma non per gli uccelli.

DAphne mezereum – Fior di stecco

Tra quelle a foglie caduche la più famosa è la Dapnhe mezereum detta anche Fior di stecco perchè i suoi fiori  rosa profumatissimi compaiono sulla pianta a fine inverno quando ancora non sono spuntate le foglie.

La sua quota ideale è sui mille metri su terreni calcarei e soleggiati negli incolti o al limite dei boschi, quindi in luoghi abbastanza freschi e umidi.

Daphne mezereum frutti

(Attenzione! la pianta è tossica in tutte le sue parti).

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Daphne Caruana Galizia era invece una giornalista d’inchiesta nata e vissuta a Malta e uccisa con un’autobomba nell’ottobre 2017.

Cercare adesso collegamenti tra il suo nome e la ninfa, tra lei e la pianta può essere un esercizio inutile.

Inutile forse dire che Daphne Galizia amava la libertà (no, non solo la propria) inutile dire che le foglie coriacee di queste piante sono come lei, che l’alloro di cui si cingono la testa i vincitori non gli interessava e neanche salire sul loro carro.

Fossimo stati nell’antica Grecia qualche dio pietoso, vedendola in pericolo, l’avrebbe forse trasformata in un fiore, una sorgente, una sirena…

Ma siamo nel XXI secolo e a Malta, caso vuole, non c’era un venditore bengalese di rose, come quella notte a Firenze, per salvare una ragazza da un gruppo di balordi.

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/10/17/news/firenze_circondata_dal_branco_e_salvata_dal_venditore_di_rose-178527744/

Certo, il venditore di rose cosa avrebbe potuto contro un’autobomba?

Di Daphne ci ricorderemo allora quando andando in montagna incontreremo questo fiore o forse no; ce ne dimenticheremo,  fino alla prossima giornalista uccisa.