Archivi categoria: fiori

PICCOLA PORTA

Portulaca oleracea

Piccola…

non bassa, non corta nè stretta, ma neppure alta, slanciata, ad arco…  piccola e famosa e adesso pure di moda.

Tutti i salutisti ne vorrebbero fare scorpacciate, indigestione, anche se ha quell’aspetto selvatico da “erbaccia”,  per le sue caratteristiche nutrizionali.

E’ comunemente conosciuta come porcellana, porcacchia, purselane, erba dei porci,  ma a Linneo venne naturale chiamarla “Portulaca” dal latino “portula“,  piccola porta.

Le due specie più diffuse sono la “Portulaca oleracea“, dalle foglie carnose  e dal portamento strisciante,  con piccoli fiori gialli  e la “Portulaca grandiflora”  con fiori di svariati colori  e petali della consistenza della carta velina. Le foglie invece sono simili a chicchi di riso.

Portulaca grandiflora

Ci sono poi una quarantina di specie in natura e tantissime cultivar selezionate a scopo ornamentale.

Ma torniamo alla porta.  Se questa pianta si chiama così ci sarà un motivo.

E il motivo lo scopriremo solo in autunno quando il frutto, una capsula con vertice a punta si aprirà spontaneamente come il cofanetto di uno scrigno lasciando uscire migliaia di semi piccolissimi, più piccoli dei pallini da fucile, quasi polvere da sparo.

Solo che non uccidono nessuno, anzi diffondono la vita. La capacità di germogliare in condizioni critiche anche sui sassi, anche dove non vorremmo, ne fanno a volte una pianta infestante.

Però, un attimo, anche se la strappate in giardino, non buttatela via.

Gli scienziati oggi hanno scoperto che  ha  proprietà diuretiche, depurative, dissetanti e anti-diabetiche.

Ma non sono stati loro i primi. Già gli egizi la usavano a scopo medicinale e si hanno notizie della sua coltivazione negli orti medievali prima che cadesse in disgrazia e diventasse tutt’alpiù una pianta “alimurgica“.

Il motivo principale per cui si è tornata a considerarla  è la  sua ricchezza di omega 3 che la rende adatta a contribuire alla prevenzione delle le malattie cardiovascolari.

Come?

Si possono utilizzare le sue foglie carnose e “succulente” crude in insalata con altre erbe, la cosiddetta “misticanza” ma anche come condimento di pasta o nelle minestre, come ripieno dei ravioli ed  infine nelle frittate.

Che sapore ha la porcellana?  Acidulo e salato, simile a quello del limone; comunque un sapore particolare che non si adatta a tutti i palati.  Bisogna provarla a piccole dosi.

Piccole, come la sua porta.

 

 

 

Annunci

FERIA D’AGOSTO

C’è un finocchio che mi guarda.

NO, forse sono io che guardo lui, o forse entrambe le cose.

Del resto non c’è nessun’altro.

Gli anziani che giocavano a carte sotto il portico se ne sono andati tutti, anche Maria, la barista, con la sua 126 rossa.

Il finocchio selvatico (Foeniculum vulgare) con le sue ombrelle di fiori gialli, spunta da un’aiuola di ciliegi e oleandri, più in là, in mezzo al prato c’è perfino un banano.

Il pomeriggio è troppo azzurro (e lungo)…

Credo che questa canzone sarebbe piaciuta a Lana Del Rey.  Ma, a proposito, che fine ha fatto?   Non mi ha neanche baciato prima di andarsene.

Chissà che sapore aveva?  Forse quello di anice come le foglie di questa pianta gentile ma non è l’unico gusto di cui posso godere in questo pomeriggio d’estate.

Solanum pseudocapsicum

C’è anche un peperoncino,  un falso peperoncino direi (Solanum pseudocapsicum). Peccato che sia velenoso così che ha solo una funzione ornamentale come questo Liriope (Liriope muscari) dalle venature candide, come questa pianta grassa, un sedum rosa  (Sedum spectabile) che assieme completano una bordura “vintage”.

 

Forse un giorno andrò a leggermi il libro di Pavese che a dato il titolo a questo articolo ma adesso devo scappare da qui prima che arrivi il temporale.

 

FARINA ATZECA

Amaranthus retroflexus ovvero amaranto comune.

E’ una pianta  che non si fa notare se non per le sue dense e persistenti spighe che in piena estate costeggiano i bordi delle strade, suo luogo di elezione in Europa.

Ma l’Amaranto ha una storia ben più nobile e lunga.

Arrivato accidentalmente in Europa e diffuso oggi in tutto il mondo, deve la sua straordinaria capacità di colonizzare nuovi territori alle migliaia di semi presenti su ogni pianta ( in media 200 mila) e al fatto che questi semi una volta caduti a terra possono restare “dormienti” anche 20 anni prima di germogliare e dare vita a nuove piante.

Largamente utilizzato dagli atzechi, l’amaranto conobbe un rapido declino con l’avvento dei colonizzatori spagnoli che gli preferirono il mais. Agli occhi dei conquistatori di religione cattolica questa pianta fu mal vista anzi ad un certo punto proibita perchè veniva utilizzata mischiata al succo d’agave e al sangue umano nei nelle cerimonie religiose degli Atzechi e dei Maya.

Amaranto alla fine è diventato anche un colore infatti esistono varietà dai fiori rossi ma il significato del nome è “che non appassisce” perchè i fiori restano sulla pianta per diverso tempo senza sfiorire.

E’ una pianta molto competitiva nel senso che toglie molti nutrienti alle altre piante, per questo se cresce nelle colture è altamente infestante ma per altre sue caratteristiche può essere considerata la pianta alimentare del futuro; infatti non ha bisogno di molta acqua (cresce e resiste bene in terreni aridi) è priva di glutine ed è molto proteica.

Gli Atzechi macinavano i semi e ne ricavavano una farina che impastata però non lievita molto bene per l’assenza di glutine.

Campo coltivato di Amaranto in Messico

E poi tutta la pianta è commestibile:  le giovani foglie hanno un sapore simile agli spinaci, i semi ricordano il gusto della nocciola e la radice incredibilmente ha il sapore del latte fresco.

Mmmmh…, mi è quasi venuta voglia di andare a raccogliere un po’ di semi di amaranto;  no, adesso è troppo presto.

Però ormai lo vendono nei negozi bio e in molti supermercati

Tra i piatti che si possono preparare con l’amaranto ci sono le insalate, i pomodori ripieni, gli hamburger con amaranto e lenticchie….

Qui, numerose gustose ricette con l’amaranto

 

 

 

CONYZA CANADENSIS

 

Va beh, non giriamoci troppo intorno,  basta abbandonare un campo e lei arriva, è una “noefita invasiva” una asteracea infestante che arriva dal Canada, ed ecco il perchè dell’appellativo. Conyza invece ha una etimologia incerta: potrebbe derivare da “cimice” così come da konops, in greco “pulce“.

I suoi parenti più stretti sono però gli Erigeron; anche  i suoi fiori infatti sfioriscono molto in fretta lasciando in cima dei capolini densi  quasi a formare una pannocchia, una miriade di ciuffetti bianchi (paracadute per i semi).

Certo dal Canada ci arrivano altre infestanti asteracee  ma dall’aspetto più gentile (Es. Solidago canadensis e virgaureum conosciute come Verga d’oro).

La Conyza canadensis invece non fa nulla per sembrare più attraente… che so: foglie lisce invece che pelosette, fiori vistosi e dalla lunga fioritura invece che piccoli e insignificanti e di breve durata, profumo inebriante invece di un odore di… cumino.

Si fa fatica persino a chiamarla margherita. No, non che lei ci tenga, pure se la morfologia è quella  (cuscinetto giallo centrale di tanti minuscoli fiori e fiori bianchi ligulati che tutti noi chiamiamo petali).

Fosse almeno una camomilla!

E invece… niente.  Perfino le bestie al pascolo la evitano a causa del suo sapore amaro.

A cosa serve allora questa pianta  della famiglia delle Composite se non a occupare gli spazi di cui gli uomini non si curano?

E qui comincia il bello perchè nel frattempo qualcuno ha scoperto le proprietà officinali di questa pianta. Pare infatti che l’infuso ricavato dal fusto  sia utile per combattere le emorragie intestinali, le infiammazioni delle vie urinaria, i parassiti dell’intestino e l’eccesso di zuccheri nel sangue…

Niente male per una pianta così “scrausa”.

Solo un’ultima avvertenza: il suo polline può provocare dermatiti da contatto nei soggetti allergici.

 

ENRICO IL BUONO

Lui è un tipo passato attraverso la storia.

Noi per trovarlo dobbiamo passare attraverso i campi.  Perchè quella che intendo io è un’umile pianta, l’altro è un sovrano che ha regnato nel XVII  secolo.

Ma chi li ha fatti incontrare?

E chi altri se non Linneo, il classificatore maniacale di tutte le forme di vita? (scusate la leggera ironia)

Stiamo parlando di Enrico IV di Borbone che diventa re di Francia nel 1589  e che il popolo ribattezza “Le bon Henry” ( il buon Enrico) perchè in tempi di carestia apre  al popolo le porte dei suoi orti di erbe commestibili.

E stiamo parlando anche dello spinacio selvatico ovvero Chenopodium bonus henricus; in Abruzzo invece lo chiamano Orapo.

Chenopodium bonus henricus

Chenopodium vuol dire piede d’oca (per la forma delle foglie).  L’appellativo di “Bonus henricus” questa pianta se l’è guadagnato per la sua generosità e presenza numerosa nei prati di montagna dove cresce spontaneamente ad una quota compresa tra i 1000 e i 1800 metri e dove si avvale per la concimazione delle deiezioni delle mucche al pascolo.

Protettore dei botanici e amante delle belle donne Enrico IV di certo non si è fatto mancare piatti succulenti a base di spinacio selvatico.

Le foglie e i germogli si possono lessare  e usare nelle zuppe e nelle minestre di verdure (hanno il sapore degli spinaci) oppure ripassare in padella oppure ancora usare nelle paste ripiene.

Orapi -Spinacio selvatico

In pianura il Buon Enrico (nel senso dello spinacio) ha un parente povero, il Chenopodium album, stessa foglia a zampa d’oca e di colore argentato, consumato un tempo, prima dell’avvento degli spinaci (quelli veri: Spinacia oleracea) e di Braccio di ferro.

Chenopodium album
Chenopodium album – Farinello

Il Chenopodium album o Farinello è oggi considerato una pianta infestante, relegato ormai ai terreni incolti, ai margini stradali e sulle macerie. Ma un tempo i suoi semi macinati diventavano farina presso i pellerossa del New Mexico, Utha, Arizona e con questa si facevano focacce o si mangiava come la polenta della farina di mais.

E se Parigi val bene una messa, come disse Enrico IV che da Ugonotto si convertì al cattolicesimo per salire sul trono di Francia, il Chenopodium  (di montagna o di pianura) val bene una minestra.

(Comunque ho i miei dubbi  che questo Enrico IV fosse poi così buono…)

 

TASHARRAFNA

 

Knautia arvensis e achillea rosa

Non capita tutti i giorni di fermarsi lungo il ciglio di una strada tra un campo di erba appena tagliata e la ferrovia.

A me non succedeva da un po’ di tempo; per questo è passato qualche minuto prima che la riconoscessi, che riconoscessi il suo fiore.

Lei è una mia vecchia amica, si chiama Andrena ( senza la I che altrimenti sarebbe Andreina);  il nome completo è Andrena Hattorfiana  ovvero Scabious bee.

Andrena hattorfiana

E’ un’ape solitaria che non vive in colonie come l’apis mellifera e costruisce il suo nido in gallerie nel terreno sabbioso.

E’ un’ape dai gusti difficili, infatti raccoglie il nettare solo dai fiori della famiglia delle scabiose  e qui, vedo, ci sono molte vedovine campestri (Knautia arversis).

Tasharrafna, le dico, piacere di incontrarti di nuovo.

Vieni, mi risponde, ti presento gli altri ospiti di questo pezzetto di prato.

Il primo che incontriamo è un coleottero floricolo, un cerambicide molto colorato che si chiamo Stictoleptura cordigera  (per i francesi ha il nome piu’ romantico di “Lepture porte coeur“) , la macchia nera tra le elitre rosso fuoco infatti può ricordare  un cuore.

Stictoleptura cordigera e Andrena hattorfiana

Tasharrafna, gli dico ma già la mia amica mi vuole presentare altri insetti.

I bombi si muovono freneticamente da una salvia a un ginestrino e non hanno tempo per i convenevoli.

Più calmo e luccicante poco più in là su un fiore di lattuga selvatica ecco un Cryptocephalus sericeus una cetonia in miniatura, solo che fa parte della famiglia dei Chrysomelidi, gran mangiatori metallizzati di foglie.

Cryptocephalus sericeus

Tasharrafna! provo a dire anche se non capisco dove ha ha la testa e gli occhi.

Vieni, mi dice Andrena, questa amica è davvero speciale.  Infatti non credo ai miei occhi. Si è proprio lei, una Bembecia chrysidiformis  ovvero Sesia dell’acetosa. Una farfalla travestita da vespa seguendo i più rigidi canoni del mimetismo batesiano.

Bembecia Chrysidiformis

Tasharrafna. Tasharrafna!  Piacere due volte.  Infatti è la prima volta che la incontro dal vivo.

Ma non è finita qui. Cosa mi aspetta ancora.

Fai finta di niente, mi dice Andrena, c’è una cavalletta che ci spia e là su quella foglia a scivolo una formica che corre via.

Qui però c’è un’altra mia amica eterea, diafana che quasi si sente una libellula. In realtà appartiene all’ordine dei Neuropteri  e si chiama Chrisoperla carnea o Crisopa comune. La sua larva è molto utile perchè è una grande divoratrice di afidi in concorrenza con le formiche  allevatrici e mungitrici degli afidi.

Chrisoperla carnea

(La formica l’ho vista, la crisopa anche ma gli afidi dove sono?)

Tasharrafna, mormoro sottovoce, per non rovinare le sue fragili ali, poi la mia amica Andrena mi porta su una spiga di avena selvatica e qui chi incontriamo?

Un amante del grano maturo e dei cereali in genere, un cantaride che gli scienziati hanno battezzato Rhagonycha fulva ma lui si fa chiamare più semplicemente scarabeo comune.

Rhagonycha fulva

Ha  elitre morbide quasi di velluto (come gli altri insetti della sua famiglia)  tanto che in tedesco viene chiamato Weichkäfer , ossia lo “scarafaggio soffice”. Gran divoratore anche lui di afidi e gran combattente  (ecco perchè gli anglofoni lo chiamano Red soldier).

Tasharrafna anche per te, ci mancherebbe.

Andrena, aspetta, ma …  non abbiamo ancora finito?

Questo è l’ultimo, prometto.  E’ un maschio, lo puoi capire delle zampe posteriori rigonfie, come i muscoli di un tipo palestrato.

E’ un cerambicide anche lui ma metallizzato infatti si chiama Oedemera nobilis e si nutre del nettare dei fiori.

Oedemera nobilis

Grazie Andrena, non immaginavo di trovare così tanta vita in un piccolo spazio come questo.

Shukran e alla prossima.

— – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Tasharrafna in arabo letteralmente “siamo onorati”, si pronuncia quando ci viene presentata una persona che non conosciamo,  equivale a “nice to meet you”,  piacere di conoscerti.

GIONO, MANOSQUE E LA LAVANDA

In certi posti si arriva a volte per caso, a volte guidati da fili sottili che si intrecciano, storie diverse che convergono e si aggomitolano come le strade di una città medievale, come Manosque, appunto.

Conoscevo Jean Giono  per un suo libro “cult” ovvero: L’uomo che piantava gli alberi.   Ma come ci finisce Giono  in Provenza e più precisamente a Manosque?

Jean Giono è nato qui nel 1895  da una famiglia di origine piemontese  che si rifugia in Francia ai tempi del Risorgimento italiano e dei “carbonari”: patrioti cospiratori riuniti in sette segrete.

— – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Manosque nei mesi di giugno- luglio e a volte fino ad agosto, si colora di blu-lilla-violetto… diciamo pure “lavanda” come la coltivazione tipica di queste zone in campi e campi sconfinati  alternati a girasoli e papaveri.

Da dove possiamo ammirare  meglio questi magnifici paesaggi, queste incredibili sfumature di colore, quasi irreali?

Ma dai tetti è ovvio!

Così deve avere pensato anche il nonno di Giono, giunto a Manosque nel 1832   in fuga da un’Italia perchè accusato di cospirazione e incappato nella devastante epidemia di colera che colpì la Provenza in quel periodo storico.

Si va beh, il libro e anche il film (L’ussaro sul tetto) dicono che il nonno si rifugiò sui tetti per sfuggire ai locali che lo accusavano di essere l’untore ma  provate a immaginare il paesaggio che si gode da lassù, provate a chiudere gli occhi e annusare il profumo di lavanda che pervade l’atmosfera… questa sensazione di bucato fresco…

Non per nulla a Manosque ha sede una famosa fabbrica di profumi: l’Occitane  e adesso non vorrei esagerare con le citazioni ma non posso fare a meno di non ricordare “IL profumo” di Patrick Suskind, storia perversa e geniale di un creatore di profumi.

Ma come si arriva oggi a Manosque? per quali sentieri?  (escludendo Google maps ovviamente; con quello sono capaci tutti).

Il mio amico Egidio, per esempio, ci è arrivato facendo una ricerca sulla sua famiglia originaria della bergamasca e sulle epidemie di colera che colpirono l’Italia  pre-unitaria negli anni 1834-36.

I moti insurrezionali, l’emigrazione in Francia, il colera, Giono, Manosque e la lavanda… mi sembra che tutto torni.

— – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Lavandula

La lavanda (Lavandula angustifolia Miller e altre affini) è una pianta perenne sempreverde dalle foglie argentate tipica della flora mediterranea appartenente alla famiglia delle lamiaceae.   Grazie agli olii contenuti nelle foglie e nei fiori si presta a numerosi usi. 

Gli antichi romani usavano aggiungerla all’acqua quando facevano il bagno  (da qui il nome); è conosciuta soprattutto per il suo effetto rilassante ma è usata anche come antidepressivo e per la sua azione cicatrizzante.

Oltre ai saponi e ai profumi si utilizza oggi anche l’estratto dell’olio essenziale contro le malattie da raffreddamento