Archivi categoria: fiori

FILIPENDULA AL BAGNO

Ah quando i ragazzi e le ragazze andavano a fare il bagno nelle rogge d’estate !

Non che adesso  sia vietato anzi forse è più salutare che in altre acque ma è passato di moda.

Bisogna stare attenti ai posti però: io personalmente non ci vado da molti anni da quando con amici fummo cacciati dal contadino quando già avevamo i piedi a bagno.

Va beh;

Lei però a bagno i piedi ce li tiene eccome.  Non è propriamente una pianta acquatica, vive sulle sponde dei fossi, nei prati bagnati, al margine dei boschi:  diciamo che è anfibia, ibrida (un po’ di terra e un po’ di fiume, l’importante è che ci sia sempre umidità).

Filipendula ulmnaria

Abbiamo provato a chiamarla con un fischio ma non ha risposto, allora dopo rapida ricerca le abbiamo dato il nome di Filipendula ulmaria.

 

E’ una pianta erbacea perenne  e non è parente dell’olmo, solo che ha le foglie simili e così questo particolare aiuta a distinguerla da altre piante della stessa famiglia.

La filipendula comune (Filipendula vulgaris Moench) per esempio assomiglia molto come fiori ma ha foglie più strette e sfrangiate ma se questo non bastasse, ama i prati aridi e quindi cresce in Habitat differenti.

La filipendula rubra invece ha fiori rossi, ama gli ambienti umidi ma allo stato spontaneo cresce solo nelle praterie  nord-americane (sua area di origine) dove è chiamata appunto Queen of the prairie (Regina delle praterie).  I nativi americani pensavano fosse afrodisiaca e risolvesse i problemi di cuore.

Ma è proprio quel rosso che l’ha fatta associare per lungo tempo al genere Spirea  e che ha dato origine al nome commerciale di uno dei farmaci più noti.

Infatti la filipendula è un po’ acida (pur non essendo zitella): contiene cioè, al pari del salice, l’acido salicilico, estratto per la prima volta nel 1839  e chiamato “acido spirico” e in seguito “aspirina” dalla Bayer.

Tutti quei fiorellini minuti riuniti in pannocchie dalla forma irregolare, l’avvicinano a livello estetico più al prugnolo spinoso e quindi alle rosacee (non c’è rosacea senza spine; sarà così anche per la nostra Filipendula?)

Filipendula ulmaria

Ma anche non c’è Filipendula senza fili (penduli).

E dove stanno?

Stanno sotto terra: sono le radici filamentose da cui (se estratte) penzolano piccole protuberanze come tuberi.

Ah ecco, invece il filo che sorregge la libellula al tramonto è quello di un giunco.  Si perchè ormai è ora di tornare, anche oggi senza essere riusciti a bagnarsi i piedi.

 

 

 

SIMPATICA CANAGLIA

Medicago sativa (Erba medica)

E’ una fabacea ovvero leguminosa molto comune  chiamata Erba medica e forse è semplice spiegare l’origine di questo nome;  ma perchè è una  simpatica canaglia?

Forse alla fine lo scopriremo.

Erba foraggera per eccellenza la Medicago sativa è diffusa praticamente in tutto il mondo (come il web).

Quello che sappiamo è che è originaria dell‘Asia sud occidentale e che già i Greci la conoscevano  e siccome arrivava appunto dalla Persia ovvero Media (mediké in greco) ecco spiegato perchè questa pianta non è medica nel senso di medicinale, pur avendo molte virtù.

Mappa della Persia antica

Allora perchè nel mondo contadino questa pianta è chiamata anche Erba Spagna?

Pare sia dovuto al fatto che gli Arabi durante la loro dominazione della Spagna introdussero questa pianta  coltivandola estesamente e da qui arrivò poi ai contadini europei e fino ai giorni nostri con questo nome.

Ritroveremo gli Arabi più avanti in questo racconto ma adesso forse è ora di descrivere caratteristiche e usi dell’erba medica.

Campo di erba medica

Abbiamo detto che è una leguminosa e che è un ottima pianta da foraggio. Ha foglie simili al trifoglio ma con la fogliolina centrale con uno stelo più lungo; il fusto può svilupparsi  anche fino a un metro di altezza, le radici a fittone invece si tuffano in profondità nel terreno anche per diversi metri e fanno sì che questa pianta non soffra la siccità (soffre invece le estati troppo piovose).

E i suoi fiori?

Forse non sono la sua caratteristiche più apprezzata ma vi assicuro che visti da vicino sono veramente affascinanti con tutte quelle sfumature che vanno dal violetto al lilla, dal ciclamino al fucsia.

Le api apprezzano molto infatti è possibile ricavare anche un miele puro di erba medica.

Anche le mucche l’apprezzano per le sue qualità proteiche, ma attenzione, quando è troppo fresca produce molto gas nel loro intestino (e poi finisce che si allarga il buco dell’ozono…)

Possiamo dire che l’erba medica è una miniera di principi nutritivi:

  • Saponina
  • Clorofilla
  • Fibre solubili e insolubili
  • Alcaloidi
  • Sali minerali (Boro, Calcio, Cobalto, Ferro, Fosforo, Magnesio, Manganese, Potassio, Rame, Sodio, Silicio)
  • 8 enzimi digestivi utili all’assimilazione del cibo
  • Fitoestrogeni
  • Vitamine (provitamina A, B, C, D, E, K, U)

e svariati possono essere i suoi usi in farmacia  (il fai da te è sempre fortemente sconsigliato)

Capite allora perchè questa pianta sia denominata anche ALFALFA (dall’arabo alfasfasa: foraggio, o anche origine di tutti gli alimenti) .

Senonchè noi poi abbiamo storpiato il nome in Alfa-alfa e forse a molti di voi questo nome fa venire in mente Carl Switzer.

Come chi è !!

E’ la spalla di Spanky nella serie di cortometraggi  U.S.A. che ha per protagonisti un gruppo di bambini,   ideata e prodotta  da Hal Roach  tra il 1922 e il 1944  e nella quale il nostro stralunato (e stonatissimo) amico, con il nome di Alfa-alfa  si esibisce con il suo ciuffo di capelli impomatati dritti in testa come un’antenna.

E la serie a questo punto avrete già capito si intitolava: Simpatiche canaglie.

IL GUANTO DELLA VOLPE

Digitale (Guanto della volpe)

In inglese Foxglove.

Ma neanche gli inglesi sanno perchè  eppure loro sono esperti di volpi (soprattutto della caccia…)

Volpe o non volpe, guanto o non guanto, qui la questione è un’altra.

E non è se le volpi portano i guanti quanto se il guanto in questione non sia un capo di abbigliamento di una Foxy lady. (Chiederlo a Jimi Hendrix ormai è tardi).

Sia come sia sta di fatto che è pure un guanto velenoso, pericoloso almeno quanto quello di una  Lady guantata che ti porge la mano per il bacio (tipo Crudelia De Mon nella Carica dei 101).

E se poi finisce che il guanto di agguanta come fai a liberartene?

Certo quelle graziose macchie simili a lentiggini lo rendono molto grazioso ma i peli a cosa servono? (qui abbiamo opinioni contrastanti).

La forma del fiore ricorda con tutta evidenza quella di un ditale; così la pensavano tutti e così la pensò anche il  fisico germanico Leonhart Fuchs  (quello della Fucsia) che anticipò Linneo chiamandola “Digitalis”

Digitalis purpurea

Linneo però poi si rifece classificando ben dodici specie del genere Digitalis.

Comune nei boschi ombrosi di mezza Europa (ma non nelle regioni del Sud Italia) la Digitalis può essere purpurea, lutea(gialla)  ferruginea, grandiflora… , ma sempre velenosa, anche in quantità minime (il veleno è presente soprattutto nelle foglie) con effetti che inducono bradicardia, aritmie e scompensi cardiaci (per questo è usata in medicina anche come cardiotonico ma il fai da te è assolutamente da evitare).

I fiori campanulati si aprono tra giugno e agosto a una quota che va da zero fino a 1400 mt/slm  incominciando a maturare dal basso verso l’alto su una lunga spiga.

Ah che voglia di provare se calzano bene sulle nostre dita!  Sicuramente calzano bene ai bombi e alle api che si intrufolano all’interno uscendone impolverati di polline.

 

Sicuramente, dice una leggenda inglese le volpi se li infilano come calzini sulle zampe per non farsi sentire dalle loro prede e le streghe usavano la pianta per le loro pozioni magiche assieme alle ali di pipistrello e alle zampe di gallina e chissà se preparandole si mettevano i guanti.

In questo caso potremmo anche parlare di “witch’s gloves

 

 

 

 

PAPAVER SOMNIFERUM

Papaver somniferum

Una volta chiesi a un pastore se per prendere sonno contava le pecore e se le contava ogni sera,  ovviamente no, ci sono i cani che richiamano all’ordine i ritardatari e poi le mamme piangono se perdono un agnellino quindi…

Non ho avuto il coraggio di chiedergli se in alternativa prendeva qualche tisana, avevo paura  che mi rispondesse:  no, guardo i campi di papaveri.

I papaveri?

Si, ma quelli di un certo tipo ovvero il Papaver somniferum.

Però per prendere sonno con questo papavero non basta guardarlo, bisogna estrarre dalla capsula, contenente i semi, un lattice che opportunamente lavorato diventa:  OPPIO.

L’oppio è conosciuto e usato fin dall’antichità allo scopo di rilassare e intorpidire non solo il corpo ma anche lo stato di coscienza ed è diventato un termine di paragone  tanto che taluni anticlericali  coniarono il motto relativo alla religione come oppio dei popoli.

Sicuramente l’oppio è la religione di un popolo: quello afghano.

L’80% dell’oppio utilizzato come base per produrre la morfina e l’eroina deriva dai campi di Papaver somniferum coltivati in Afghanistan e quindi è importante per l’economia di quel paese e per la sopravvivenza di quei contadini perchè è di gran lunga la coltura più redditizia anche se numerosi tentativi sono stati fatti nel tempo per provare colture alternative.

Afghan farmers work at a poppy field in Jalalabad province May 5, 2012. REUTERS/Parwiz (AFGHANISTAN – Tags: SOCIETY DRUGS TPX IMAGES OF THE DAY) – RTR31MG3

Ma non c’è niente da fare, il Papaver somniferum è sempre stato una star fin dall’antichità: nelle tavolette di argilla dei sumeri è possibile leggere le parole GIL (papavero) e HULL (gioia-ebbrezza). I greci non poterono che associarlo a Morfeo dio del sonno e così i romani che lo usarono largamente come pianta medicinale.

Caduto in oblio durante il Medio Evo  il nostro fiore ritornò ad essere conosciuto in Occidente quando  Friedrich Wilhelm Sertürner (1783÷1841) farmacista e farmacologo tedesco isolò per la prima volta uno dei suoi 30 alcaloidi: la morfina (sempre a proposito di Morfeo):  era il 1806.

Il papavero da oppio è avventizio in molte regioni d’Italia e soprattutto al Nord i suoi semi vengono usati sul pane o anche per fare un olio.

Ma nel frattempo è diventato anche una pianta ornamentale nelle sue varietà Hortensis e Laciniatum  tanto che può vantare diverse cultivar quali Black swan o Lilac peony e molte altre.

La varietà nel mio giardino ha petali sfrangiati  di un rosa intenso  e rossi ma basta così.

Spero di non avervi fatto  venire sonno.

 

 

VIA DEL CAMPO

Via del campo c’è una graziosa, occhi grandi color di foglia, se di amarla ti vien la voglia…

Fin qui la “Via del campo” di  Fabrizio De Andrè.

La mia via del campo (dei campi) inizia con un tipico fiore di campo, uno stoppione ovvero Cirsium arvense, parente dei cardi selvatici e anche lui molto selvatico ma di un selvatico che piace, a giudicare dall’affollamento di insetti attorno ai suoi fiori:  Farfalle, api, coleotteri.

Stoppione (Cirsium arvense)

La cavolaia minore è presente in massa ma anche le femmine della Licena Icaro sono qui a far provvista di polline (che però tengono per sè contrariamente alla generosa ape). La stictoleptura cordigera (Lepture port-coeur come dicono i francesi per via di quel disegno nero sulle ali rosse) in questa stagione non manca di far visita ai fiori così come molti dei suoi parenti cerambicidi (longhorn beetles)

E’ una via dei campi ritagliata ai confini tra un paese e l’altro in questa zona fortemente antropizzata ma che ancora regala alcuni scorci interessanti. Una Speronella  (Delphinium o erba cornetta) color rosa spicca sullo sfondo delle montagne azzurrine e di nuvole innocue.

Poi più avanti ecco il grande fiocco della Barba di becco (Tragopogon  pratensis ) il fiore è già andato, questo è il frutto .

Ma vogliamo dimenticarci dell’aglio pippolino?

Barba di becco
Aglio pippolino (allium vineale)
Aglio pippolino
Barba di becco (Tragopogon pratensis)

Siamo ormai al confine di altri abitati, già in lontananza spicca la sagoma di un supermercato, per fortuna tra me e lui c’è ancora un campo di grano, camomilla e papaveri.

C’erano anche dei mucchi di letame (ecco il perchè di tutti questi fiori). Diamanti invece non ne ho visti e neanche nessuna passeggiatrice con borsetta…

forse perchè in questa via del campo passano solo biciclette e trattori.

ERBA TALPA

Euphorbia catapuzia

Dovrò provare.

Non sono tanto le talpe che mi danno fastidio, anzi, mi sono simpatiche.

Il mio problema sono i grillotalpa perchè ogni tanto nell’orto mi trovo qualche piantina risucchiata sotto al terreno, le radici ormai completamente divorate.

Ma ecco il rimedio eco-bio-dinamico compatibile!

L’Euphorbia catapuzia! ( in inglese Caper spurge; gli scienziati invece la distinguono tra tutte le altre euphorbie  dandogli il nome di lathyris ma per farla breve tutti la chiamano Erba talpa)

euphorbia catapuzia

E’ una pianta appariscente, quasi ornamentale, come capita ormai spesso a molte euphorbie utilizzate a questo scopo.

Ma tra le sue caratteristiche c’è anche quella di avere un odore sgradito alle talpe, a quei ciechi divoratori di radici dei grillotalpa e (mi dicono) anche ai topi.   O, se preferite, è possibile utilizzare allo stesso scopo la fritillaria, il ricino o l’aglio.

E’ una pianta biennale bella slanciata che supera il metro di altezza con foglie lancelolate e glabre (prive di peli) tutte attaccate al fusto; come altre euphorbie , se spezzata, secerne un latte bianco caustico.

Ma noi non la spezzeremo, ovviamente, e staremo anche attenti a lavarci le mani dopo averla toccata perchè tutta la pianta è velenosa, sebbene in passato fosse usata anche come potente lassativo.

Euphorbia catapuzia

E qui mi tocca citare ancora Paracelso quando affermava che tutto è veleno e niente è veleno: è la quantità che fa la differenza.

Ma c’è un’altra caratteristica interessante di questa pianta, comune peraltro a molte altre tra le quali le balsamine (impatiens) e il cocomero asinino, e cioè la modalità di spargimento dei semi.

I frutti tripartiti (capsule tricocca) simili a piselli (lathyris),  sono  infatti deiscenti cioè a maturazione”si aprono di scatto e “sputano” con violenza i semi fino a una distanza di qualche metro.

frutti euphorbia catapuzia

Quasi come la navicella di ritorno dallo spazio che sputa fuori gli astronauti (Vero Samantha?)

Se non ci credete provate a guardare questo video

Il video delle piante che esplodono

 

 

SHARAPOVA

 

La siberiana dagli occhi di ghiaccio,  e dal rovescio a due mani,

Chi non l’ha ammirata mentre rincorreva una pallina scagliata con forza dalle sue avversarie?

Già;  Siberia.  un nome che suscita emozioni contrastanti.  Bellezze sconfinate e gulag, temperature  sotto zero spacca tempie e treni”trans” che arrivano all’altro capo del mondo come se fossero davvero due mondi: uno di qua e un’altro di là degli Urali.

E’ così anche lei;

la nostra bella (ex) tennista è di una bellezza diversa da quella più muscolare delle sorelle Williams, un fiore raro, si sarebbe detto.

E invece c’è un fiore che arriva dalla Siberia come Maria Sharapova, che non è affatto raro.

Si tratta dell’Iris sibirica, una pianta della famiglia delle Iridiaceae che vanta molte specie (e molti cultivar).

Iris Sibirica

Intanto Iris deriva dal greco e significa Arcobaleno perchè questo fiore nelle sue diverse varietà assume sfumature infinite poi, appena si incomincia a conoscerlo meglio si scopre che ci sono Iris tuberosi e bulbosi, barbati e non barbati e che per scoprirli tutti bisogna fare il giro del mondo (o quasi) come se ci fossimo iscritti ai tornei di tennis del Grande Slam.

— – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Il primo match lo giochiamo in casa di Maria  con l’Iris Sibirica, un iris di un viola bello carico come un ombretto sulle palpebre. E’ un iris tuberoso  che si trova a volte spontaneo specie nei terreni umidi o vicino all’acqua ed essendo siberiana sopporta bene il freddo, in Italia è presente allo stato selvatico solo nelle regioni del Nord.

Iris sibirica

— – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Adesso andiamo a Francoforte dove Maria deve gareggiare in bellezza con l’Iris germanica, è una pianta costruita in laboratorio con molti incroci e questo gli ha dato mille sfumature, mille possibilità di gioco (palla lunga, smash, pallonetto, smorzata…)

Fa parte della famiglia delle  iris tuberose (anche barbate) e la sua caratteristica è la differenza ben marcata di colore tra i  3 tepali interni eretti (perigonio)  i 3 esterni (ali).

Il fiore grande e la notevole resistenza al freddo ne fanno uno dei migliori concorrenti del circuito

Una menzione però va fatta anche ai Fiorentini (Ghuelfi o Ghibellini) che asseriscono essere questo (il giaggiolo fiorentino) il fiore del loro vessillo e non il giglio.

Iris fiorentina

— – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

La prossima tappa  è  Wimbledon in Inghilterra dove a sfidare Sharapova in finale è una spagnola... naturalizzata olandese.

Infatti l’iris Hollandica è una varietà originaria della Spagna (Iris  xiphium detto anche Lirio de campo)  che poi si è trasferita  in Inghilterra, ma sono gli olandesi che l’hanno allenata, irrobustita,  creando questa cultivar.

Iris xiphium

Si tratta stavolta di un’iris bulbosa  come l’iris reticulata, originaria del Caucaso e della Turchia. (La varietà Natasha ha delle sottili venature celesti sui petali… e la barba gialla)

Iris reticulata Natasha

— – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Ma c’è un’altra Iris che Maria deve sfidare, un iris che ha una sua storia tanto da essere nominato dal Re di Francia  Flor de lys. Si tratta del Giaggiolo acquatico (Iris pseudacorus) e il terreno della sfida è ovviamente il Roland Garros  ma potrebbe essere anche il Foro italico a Roma, infatti questa pianta cresce  anche sulle rive del Tevere.

Certo con questo Giaggiolo acquatico il confronto è più difficile perchè se il terreno è umido è più difficile far rimbalzare la palla e gli occhi di Maria diventano lucidi come due fiori bagnati dalla rugiada.

— – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Però non c’è tempo per i rimpianti, per una finale persa, dobbiamo andare subito in America, a Flushing Meadows per l’ultimo torneo del Grande Slam.

Qui Maria dovrà sfidare  una giapponesina dalla gonna plissettata, come si usava un tempo. Il suo nome è Iris Japonica e  i suoi fiori si distinguono perchè hanno i bordi sfrangiati (Lei si fa chiamare anche Evansia, infatti le evansie sono la terza grande famiglia degli Iris e sono detti anche fiore farfalla; non è difficile immaginare perchè).

Forza, resistenza, bellezza, profumo, adattabilità a tutti i terreni, in realtà non c’è partita tra Maria e Iris l’arcobaleno, simbolo del legame tra l’uomo e il cielo, figlia di un titano e di una ninfa, messaggera di Zeus.