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RISAIA D’AUTUNNO

Tutto questo giallo negli occhi.

E sullo sfondo il Monte Rosa.  Paesaggio che cambia, disegna un mondo ad ogni stagione. Monocoltura sì, quella del riso ma quanta cura del territorio, rispetto degli equilibri idrogeologici  (ecco forse sui pesticidi si potrebbe aprire un capitolo a parte).

Le mietitura  è appena finita  (un po’ in ritardo quest’anno o no?)

Grandi balle di paglia circolari per un po’ abitano basse distese di steli  di un colore giallo intenso, poi arrivano le nebbie e la pioggia a rendere tutto più grigio e slavato

Agricoltura e ingegneria idraulica, trattori che spianano il terreno con la livella laser (sicuramente un fattore di diminuzione della biodiversità); pianura che degrada dolcemente da nord-ovest verso sud-est.

http://www.piemonteparchi.it/cms/index.php/altri-argomenti/agricoltura/item/2131-biodiversita-il-valore-ecologico-delle-risaie

Certo il periodo migliore è la primavera con il cielo che si specchia nei campi, con il sole al tramonto che raddoppia i suoi colori in immense distese d’acqua incorniciate da sottili strisce di terra.

Cosa faranno adesso gli aironi?  E le cicogne… ? senza principi ranocchi, insetti e piccoli crostacei?

Cosa faranno i topolini delle risaie che si arrampicavano agili sugli steli fino alle spighe. A spigolare sono rimaste solo le cornacchie,  no, forse anche i piccioni.

Le mondine di “Riso amaro” non ci sono più.

Da un pezzo.

Non è il mio territorio, lo ammetto; lo conosco poco, mi imbarazza quasi parlarne.

Ogni volta che ci passo mi sembra di essere in un posto esotico anche se molto differente dalle risaie cinesi e giapponesi con le loro grandi onde terrazzate che forse dal vivo non vedrò mai.

Vedi anche:

http://www.culturadelriso.it/it/percorso/dal-seme-alla-fabbrica/natura-e-tecnica

http://www.tgcom24.mediaset.it/magazine/foto/giappone-le-risaie-diventano-opere-d-arte_2123074-2015.shtml

http://www.tgcom24.mediaset.it/magazine/2013/notizia/cina-i-colori-mozzafiato-delle-risaie_2016672.shtml

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FICHI E TAROCCHI

Ah come sei fico!  –  disse il bosniaco al portoghese.

Fico io? e allora tu cosa saresti?  E lui?  – rispose il portoghese  indicando l’Afghano

Ma il più fico è stato il Milanese Paolo Belloni, quello che in Puglia ha inventato questo giardino che chissà perchè prende invece il nome da un altro frutto ed è stato battezzato IL giardino di Pomona“.

http://www.igiardinidipomona.it/

Il fondatore Paolo Belloni

Tra Locorotondo e Cisternino 1000 varietà di alberi da frutto di cui ben 560 di Ficus carica tra cui appunto il Bosniaco, l’Afghano, il Portoghese e molti altri.

Ma non ci sono solo fichi, ovvio,ma anche mele, pere, agrumi, melograni e perfino il Cachi di Nagasaki (simbolo perenne della pace) in un tripudio di erbe aromatiche.

No, non ci sono stato. C’è stato un mio amico che mi ha messo voglia di andarci… ma prima devo passare dal Giardino dei Tarocchi.

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Siamo in località Garavicchio nei pressi di Pescia Fiorentina in provincia di Grosseto e qui un altro visionario ha inventato un luogo unico e magico (beh trattandosi di tarocchi potremmo anche dire “esoterico”) ma i tarocchi, almeno per me c’entrano fino ad un certo punto.

Cosa mi interessa andare a vedere?

Innanzitutto le “nanas” gigantesche sculture in stile Gaudi che sembra quasi di essere a Barcellona ma l’artista qui si chiama Niki de Saint Phalle.

Per 17 lunghi anni con l’aiuto di amici artisti e operai specializzati Niki ha lavorato a queste grandi statue di ferro e cemento ricoperte di ceramiche e vetri colorati fino a quando nel 1998 il giardino è stato aperto.

http://www.giardinodeitarocchi.it/giardino-3.htm

Cosa c’entrano i fichi con i tarocchi?

Niente, anche nel secondo caso è il racconto di un amico.

… Se no gli amici a cosa servono !!

 

 

 

FARFALLE NERE AL CONFINE

Lago Maggiore dal Monte Lema

IL contrabbandiere avanza lento ma sicuro  sulla mulattiera nella notte, ha fatto quella strada di montagna centinaia di volte, e anche al buio sa bene dove appoggiare i propri passi.

Ed ecco che al mattino,  attraversato il confine tra Italia e Svizzera, tra Italia e Austria,  il sole compare tra le nebbie, dissolve la foschia mattutina, fa brillare le acque del lago laggiù, in fondo.

Ci sono delle farfalle che adesso accompagnano il contrabbandiere.

Sono tutte nere  salvo fasce arancio con occhi neri sul bordo delle ali superiori e a volte anche sulle ali inferiori.

Erebia ligea

Sono farfalle di montagna, abituate ai climi rigidi eppure contente si svolazzare in pieno sole nelle belle giornate sui fiori gialli dove si fanno notare anche in grandi gruppi.

Sono le Erebie.  E fin qui siamo tutti d’accordo. IL problema nasce quando volgiamo contare il numero di occhi sulle ali, quando cerchiamo di capire la specie dalla fascia arancio più o meno scura, più o meno sbiadita  (dipende anche dall’età delle farfalle).

Allora non facciamoci troppi problemi, già il nostro fiato è corto a causa della salita, se poi  ci si mette pure il panorama (mozzafiato) capite che non abbiamo la lucidità necessaria (e neanche un retino) per soddisfare la nostra curiosità.

Queste della foto sono probabilmente della specie Erebia ligea, una farfalla abbastanza comune su tutto l’arco alpino, di qua e di là del confine e sugli Appennini fino al Molise, ma è conosciuta anche nei paesi anglosassoni come Arran Brown, mentre in francese si chiama Moiré fascié.

Gruppo di Erabia ligea su Senecium

Vive ai margini e delle radure dei boschi collinari e montani (soprattutto di conifere), in genere da 500 a 1.800 metri di quota. E il suo bruco si ciba di diverse specie di graminacee.

Lei non è in pericolo, la popolazione di Erebia ligea è stabile ma c’è un’altra sua parente che invece è stata classificata come la farfalla più rara d’Europa.

Si chiama Erebia christi,  altrimenti detta Farfalla dei ghiacci” ,  ed è in forte pericolo di estinzione; ha un’areale molto limitato (Alta Valle Antrona, Alpe Veglia, sul confine tra Piemonte e Svizzera, anzi pare sia venuta da lì dalla valle del Lagginthal  (dove ancora si può ritrovare) e abbia fatto un po’ il cammino del Walser.

Erebia Christi

IL suo habitat si sta riducendo a causa dei cambiamenti climatici (meno freddo e meno neve d’inverno) e questo crea un problema perchè il suo bruco passa l’inverno in anfratti protetti sotto coltri di neve e ghiaccio.

Depone le uova su erbe che crescono su pareti a picco a quote molto elevate perciò non è facile osservarla:  c’è chi si è calato con le funi per fargli una foto.

Valle Antrona

Nonostante ciò ci sono bracconieri che cercano di catturarla per vendere questa rarissima farfalla ai collezionisti.

… e io che pensavo che i bracconieri si fossero estinti.


Per chi vuole approfondire:

http://www.corriere.it/ambiente/16_giugno_19/farfalla-ghiacci-minacciata-bracconieri-erebia-c7553ed6-35e7-11e6-88d7-7a12a568ff47.shtml

 

L’UOMO CHE FERMO’ IL DESERTO

Sahel in Burkina Faso (foto Michele Dotti)

Sapevo vagamente dove fosse il Burkina Faso  fino a quando non ho incontrato Soumaila un Burkinabè che vive da anni in Italia con la sua famiglia.

Ex colonia francese dell’Alto Volta  questa terra dell’Africa occidentale senza sbocco al mare è compresa nella fascia del Sahel minacciata dall’avanzamento del deserto del Sahara.

E’ stato Soumaila a parlarmi della “Vitellaria paradoxa“,  pianta tipica che cresce in tutto il Sahel da cui si ricava il burro di Karitè,  e chissà se a contribuire alla ricrescita di questa pianta è stato anche Yacouba Sawadogo: l’uomo che fermò il deserto.

Yacouba Sawadogo

La storia è lunga e inizia negli anni ’70  quando questo contadino cocciuto e paziente (Yacouba non ricorda un po’ Giacobbe?) recupera una vecchia tecnica colturale  africana: lo “zai”, che consiste nello scavare buche nel terreno e riempirle di sterco e resti vegetali così da fermare l’umidità delle poche piogge che cadono nel Sahel.

Semi di piante spinose rivestiti di sterco e per questo non appetibili ad uccelli o insetti, germogliano e aiutano a trattenere l’umidità, arrivano poi le termiti che scavano cunicoli nel terreno, contribuiscono a rendere il terreno più soffice e lavorabile, adatto ad accogliere altri semi e piante che sviluppandosi trattengono la sabbia del deserto, foglie che si decompongono e creano nuovo humus….

Qualcuno ha detto che questa storia ricorda molto da vicino quella di Elzéard Bouffier, l’uomo che piantava gli alberi, nell’Alta Provenza francese, migliaia e migliaia di ghiande di quercia che negli anni hanno creato una foresta, modificato il microclima di quella zona.

Certo bisogna essere un po’ pazzi, essere disposti ad essere considerati dei pazzi, e magari anche ad essere ostacolati, perseguitati come pare sia successo al nostro Yacouba.

Anche se è  diventato una celebrità e invitato a  conferenze e convegni  deve ancora lottare con il governo del suo paese che ha confiscato parte dei boschi da lui creati per un nuovo progetto di urbanizzazione.

Alcuni anni fa  è stato girato un documentario che racconta questa storia.

Purtroppo per noi, per molti, non c’è troppo da vantarsi,  se un umile contadino semi-analfabeta, è riuscito a fare questo basandosi su tradizioni e conoscenze empiriche,  ma il suo è un esempio ormai seguito da molti.

Tra questi l’agronomo  Venanzio Vallerani che ha studiato una tecnica di aratura a mezzaluna per produrre con l’aratro delle buche simili a quelle di Yacouba  e questo sistema è stato applicato in Burkina Faso e in altre regioni dall’Associazione svizzera “Deserto Verde”.

Un altro progetto è quello della muraglia verde del Sahel

qui i dettagli: http://www.corriere.it/ambiente/14_marzo_27/senegal-muraglia-verde-dove-c-era-deserto-211e1752-b5bc-11e3-88c9-f5f1afba752a.shtml

Ma insomma, ritornando a noi e alla siccità in Italia di questi mesi e alle estati sempre più calde, forse bisognerà cambiare qualcosa nelle tecniche di coltivazione  per far fronte all’avanzante deserto o tra qualche anno anche nella nostra penisola ci ritroveremo a crescere le piante del Sahel  A parte il Baobab o l’albero del Karitè, piante come il Nerè ( Parkia biglobosa) l’Acacia Seyal, l’Acacia mellifera o il Neem (Azadirachta indica).

Belle vero?  Ma ve ne parlerò più diffusamente una prossima volta.

MINU’ E LA GRANDE RUOTA

 

Il rumore alle mie spalle è troppo forte, è assordante… si avvicina.

Ho appena il tempo di buttarmi nel campo ai margini del viottolo polveroso ed ecco passare un macchinario enorme al traino di un trattore.

Abbasso la testa, tengo gli occhi chiusi, nascosta nell’erba, in attesa che il rumore cessi, diventi un rantolo lontano di temporale.

Guardo di nuovo il campo dove prima c’era una distesa di spighe colore dell’oro  e adesso solo corti mozziconi di paglia gialla  e poi…

Cosa sono quelle grandi ruote?

Sono lì in mezzo al campo in ordine sparso, sembrano pezzi smarriti di un grande ingranaggio, o pneumatici di un gigantesco fuoristrada; i lati delle ruote sono fatti di paglie, di quelli stessi steli che prima sostenevano le spighe ma… cosa gli hanno fatto, le hanno pressate, arrotolate, avvolte in una sottile pellicola  con delle righe azzurre.

Mi arrampico, cerco di arrampicarmi: chissà che vista c’è da lassù.

Arrivo a metà e poi scivolo, riprendo… il pomeriggio è ancora molto caldo ma devo farcela….lassù sembra di toccare il cielo…

Mi affaccio sul bordo della ruota, prudente però, non voglio cadere… appoggiati alla ruota, dalla parte dell’ombra vedo due cappelli, e sotto i cappelli tue teste, e sotto le teste quattro spalle, braccia, gambe e due schiene appoggiate alla paglia… sono due viandanti?  No, altri tempi quelli…

Allora sono due ragazzi che si stanno mangiando delle pesche appena rubate o sono due amanti… ma sì,  vedo anche una gonna a fiori….

 

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Devo andare adesso;  le mie compagne formiche mi chiamano:

– “Minù, sei diventata come la tua amica cicala?” –

Però come faccio a scendere?  il nastrino azzurro è scivoloso….    Aiutooooo !!

MINORI E LO SHIRONURI

Confesso che fino ad oggi non avevo capito perchè certe persone si dipingessero la faccia di bianco e facessero le statue in mezzo a una strada, una piazza, un luogo pieno di gente.

E forse non mi interessava saperlo.

Adesso anche io la chiamo “street art”.  Che se sei povero una volta la chiamavano accattonaggio, ma se sei un artista allora puoi chiamarla arte di strada come appunto fare la statua in un luogo pubblico.

E se sei un artista di strada  e anche povero? Di solito è così.

Avete mai visto artisti di strada ricchi?

Magari qui da noi no ma in Giappone, mi dicono, è un po’ diverso.

Lo shironuri (che vuol dire: dipinto di bianco) è una forma di street art o street-fashion che si ispira principalmente ad elementi della tradizione giapponese.

Il trucco, proprio come dice il nome, è rigorosamente bianco, in riferimento al tipico make-up della geisha. Per quanto riguarda l’abbigliamento sono spesso usati indumenti tradizionali come il  kimono.
Si sono sviluppate anche versioni più personalizzate, dove si aggiungono elementi gothic, lolita o dettagli che rimandano alla natura. Questo è il caso di Minori, una famosa indossatrice e artista dello scenario shinonuri.

Non conosco questa ragazza, se non quello che le cronache sul web raccontano di lei, se non quello che lei stessa racconta sul web. Però lei sicuramente non ha bisogno di fare la statua in mezzo a una piazza per raccogliere qualche spicciolo.

Romantica e inquietante, un po’ Lady Gaga e un po’ fatina dei boschi, geisha con il desiderio di fondersi con la natura.

Però qualcosa mi sfugge del suo messaggio e della sua arte… o forse è solo che non conosco la cultura giapponese.

 

 

 

OCCIDENTALI’S DRAMA

Ritrovo gli echi di un film che (confesso) non ho visto in un racconto di uno scrittore cileno: Luis Sepulveda.

Il film e il personaggio in questione è Fitzcarraldo, così testardo come testardo fu il regista tedesco Werner Herzog nel volerne raccontare le gesta con avventure incredibili durante la lavorazione del film che uscì nelle sale nel 1992.

Una storia raccontata da un Europeo. La storia di un uomo che aveva un sogno e i sogni possono muovere le montagne, dice Herzog.

Ma se la racconta un Sudamericano  le cose cambiano un po’.

Chi era Fitzcarraldo secondo Sepulveda?

Un romantico visionario, un avventuriero senza scrupoli, un amante del bel canto o forse un poveretto a cui gli alberi non lasciarono vedere la selva di Manu’?

Già, Manù, nell’Amazzonia peruviana, solcata dai fiumi Urubamba e Madre de Dios, affluenti di quello che diventerà più a valle il grande Rio delle Amazzoni.

 

Gli Europei dimenticarono Manù per secoli fino a quando tra la fine dell’800 e l’inizia del 900 i paesi occidentali industrializzati decisero che non potevano fare a meno del prezioso succo della Hevea brasiliensis chiamato CAUCCIU’.

Manù inizia a quasi 4000 metri su l livello del mare sulle pendici più alte del monte Tres Cruces. Da là è possibile affacciarsi ad un abisso di nuvole sotto il quale si può pensare che continui il paesaggio ocra della Ande mentre basta scendere di appena cinquecento metri per trovarsi immersi nella selva amazzonica. (Luis Sepulveda – Sulle orme di Fitzcarraldo)

Il Parco nazionale di Manù è oggi un’area protetta di circa 2 milioni di ettari  riconosciuta dall’UNESCO  nel 1980 “patrimonio dell’umanità” per la sua straordinaria biodiversità: sono stati censiti infatti 20.000 diverse specie di piante, circa 1.000 specie di uccelli, 1.200 tipi di farfalle, oltre 200 mammiferi e anche 13 specie di primati, armadilli, tartarughe di acqua dolce, caimani, gattopardi e innumerevoli rettili, insetti e animali anfibi.

Tra questi  le gru dalle zampe palmate chiamate Cuellos de serpiente, i Gallos de piedra (Rupicola peruvianus), dal piumaggio nero sul petto e con una specie di bernoccolo rosso sulla testa. Tra le orchidee Sepulveda cita la Sophronitis coccinea dai fiori rosso intenso che cresce sugli alberi delle palme Chonta e infine ecco anche la Tabernaemontana, un frutto ma mangiare e da bere che ti attrae irresistibilmente con la sua polpa arancione…

Fitzacarraldo  aveva un sogno, quello di costruire un teatro dell’opera nel pieno della foresta amazzonica e farci cantare Enrico Caruso. (Le arie dell’opera diffuse dal suo grammofono al tramonto sulle placide acque del fiume gli guadagnarono presso gli indigeni l’appellativo di “colui che porta la voce degli dei“).

Per raccogliere i fondi necessari però doveva sfruttare piantagioni di caucciù non ancora conosciute e per questo si imbarcò nella impresa fallimentare di costruire una ferrovia trans-amazzonica, di far risalire una nave sulle rapide del fiume Ucayali, scarificando in questo tentativo anche diverse vite umane.

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La notte della selva avvolge tutto con il suo particolare silenzio fatto di migliaia di rumori. E’ il prodigioso meccanismo della vita che tende i muscoli per facilitare il parto della “Venere notturna” un’orchidea di un intenso colore viola, piccola come un bottone di camicia, che apre i petali alle prime luci dell’alba e muore dopo pochi minuti perchè la minuscola eternità della sua bellezza non resiste alla luce di Manù che muta incessante secondo gli umori del cielo, dell’acqua e del vento ( Luis Sepulveda – Sulle orme di Fitzcarraldo in “Le rose di Atacama”).

Fitzcarraldo non  ha visto niente di tutto questo.

Accecato dalla sua avidità incarna ancora oggi perfettamente tutto il dramma dell’uomo occidentale.

vedi anche:

AMAZZONIA: QUEL PROGETTO ILLEGALE DI ESTRAZIONE GAS NELLA RISERVA NATURALE DEL MANU’