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L’UOMO CHE FERMO’ IL DESERTO

Sahel in Burkina Faso (foto Michele Dotti)

Sapevo vagamente dove fosse il Burkina Faso  fino a quando non ho incontrato Soumaila un Burkinabè che vive da anni in Italia con la sua famiglia.

Ex colonia francese dell’Alto Volta  questa terra dell’Africa occidentale senza sbocco al mare è compresa nella fascia del Sahel minacciata dall’avanzamento del deserto del Sahara.

E’ stato Soumaila a parlarmi della “Vitellaria paradoxa“,  pianta tipica che cresce in tutto il Sahel da cui si ricava il burro di Karitè,  e chissà se a contribuire alla ricrescita di questa pianta è stato anche Yacouba Sawadogo: l’uomo che fermò il deserto.

Yacouba Sawadogo

La storia è lunga e inizia negli anni ’70  quando questo contadino cocciuto e paziente (Yacouba non ricorda un po’ Giacobbe?) recupera una vecchia tecnica colturale  africana: lo “zai”, che consiste nello scavare buche nel terreno e riempirle di sterco e resti vegetali così da fermare l’umidità delle poche piogge che cadono nel Sahel.

Semi di piante spinose rivestiti di sterco e per questo non appetibili ad uccelli o insetti, germogliano e aiutano a trattenere l’umidità, arrivano poi le termiti che scavano cunicoli nel terreno, contribuiscono a rendere il terreno più soffice e lavorabile, adatto ad accogliere altri semi e piante che sviluppandosi trattengono la sabbia del deserto, foglie che si decompongono e creano nuovo humus….

Qualcuno ha detto che questa storia ricorda molto da vicino quella di Elzéard Bouffier, l’uomo che piantava gli alberi, nell’Alta Provenza francese, migliaia e migliaia di ghiande di quercia che negli anni hanno creato una foresta, modificato il microclima di quella zona.

Certo bisogna essere un po’ pazzi, essere disposti ad essere considerati dei pazzi, e magari anche ad essere ostacolati, perseguitati come pare sia successo al nostro Yacouba.

Anche se è  diventato una celebrità e invitato a  conferenze e convegni  deve ancora lottare con il governo del suo paese che ha confiscato parte dei boschi da lui creati per un nuovo progetto di urbanizzazione.

Alcuni anni fa  è stato girato un documentario che racconta questa storia.

Purtroppo per noi, per molti, non c’è troppo da vantarsi,  se un umile contadino semi-analfabeta, è riuscito a fare questo basandosi su tradizioni e conoscenze empiriche,  ma il suo è un esempio ormai seguito da molti.

Tra questi l’agronomo  Venanzio Vallerani che ha studiato una tecnica di aratura a mezzaluna per produrre con l’aratro delle buche simili a quelle di Yacouba  e questo sistema è stato applicato in Burkina Faso e in altre regioni dall’Associazione svizzera “Deserto Verde”.

Un altro progetto è quello della muraglia verde del Sahel

qui i dettagli: http://www.corriere.it/ambiente/14_marzo_27/senegal-muraglia-verde-dove-c-era-deserto-211e1752-b5bc-11e3-88c9-f5f1afba752a.shtml

Ma insomma, ritornando a noi e alla siccità in Italia di questi mesi e alle estati sempre più calde, forse bisognerà cambiare qualcosa nelle tecniche di coltivazione  per far fronte all’avanzante deserto o tra qualche anno anche nella nostra penisola ci ritroveremo a crescere le piante del Sahel  A parte il Baobab o l’albero del Karitè, piante come il Nerè ( Parkia biglobosa) l’Acacia Seyal, l’Acacia mellifera o il Neem (Azadirachta indica).

Belle vero?  Ma ve ne parlerò più diffusamente una prossima volta.

MINU’ E LA GRANDE RUOTA

 

Il rumore alle mie spalle è troppo forte, è assordante… si avvicina.

Ho appena il tempo di buttarmi nel campo ai margini del viottolo polveroso ed ecco passare un macchinario enorme al traino di un trattore.

Abbasso la testa, tengo gli occhi chiusi, nascosta nell’erba, in attesa che il rumore cessi, diventi un rantolo lontano di temporale.

Guardo di nuovo il campo dove prima c’era una distesa di spighe colore dell’oro  e adesso solo corti mozziconi di paglia gialla  e poi…

Cosa sono quelle grandi ruote?

Sono lì in mezzo al campo in ordine sparso, sembrano pezzi smarriti di un grande ingranaggio, o pneumatici di un gigantesco fuoristrada; i lati delle ruote sono fatti di paglie, di quelli stessi steli che prima sostenevano le spighe ma… cosa gli hanno fatto, le hanno pressate, arrotolate, avvolte in una sottile pellicola  con delle righe azzurre.

Mi arrampico, cerco di arrampicarmi: chissà che vista c’è da lassù.

Arrivo a metà e poi scivolo, riprendo… il pomeriggio è ancora molto caldo ma devo farcela….lassù sembra di toccare il cielo…

Mi affaccio sul bordo della ruota, prudente però, non voglio cadere… appoggiati alla ruota, dalla parte dell’ombra vedo due cappelli, e sotto i cappelli tue teste, e sotto le teste quattro spalle, braccia, gambe e due schiene appoggiate alla paglia… sono due viandanti?  No, altri tempi quelli…

Allora sono due ragazzi che si stanno mangiando delle pesche appena rubate o sono due amanti… ma sì,  vedo anche una gonna a fiori….

 

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Devo andare adesso;  le mie compagne formiche mi chiamano:

– “Minù, sei diventata come la tua amica cicala?” –

Però come faccio a scendere?  il nastrino azzurro è scivoloso….    Aiutooooo !!

MINORI E LO SHIRONURI

Confesso che fino ad oggi non avevo capito perchè certe persone si dipingessero la faccia di bianco e facessero le statue in mezzo a una strada, una piazza, un luogo pieno di gente.

E forse non mi interessava saperlo.

Adesso anche io la chiamo “street art”.  Che se sei povero una volta la chiamavano accattonaggio, ma se sei un artista allora puoi chiamarla arte di strada come appunto fare la statua in un luogo pubblico.

E se sei un artista di strada  e anche povero? Di solito è così.

Avete mai visto artisti di strada ricchi?

Magari qui da noi no ma in Giappone, mi dicono, è un po’ diverso.

Lo shironuri (che vuol dire: dipinto di bianco) è una forma di street art o street-fashion che si ispira principalmente ad elementi della tradizione giapponese.

Il trucco, proprio come dice il nome, è rigorosamente bianco, in riferimento al tipico make-up della geisha. Per quanto riguarda l’abbigliamento sono spesso usati indumenti tradizionali come il  kimono.
Si sono sviluppate anche versioni più personalizzate, dove si aggiungono elementi gothic, lolita o dettagli che rimandano alla natura. Questo è il caso di Minori, una famosa indossatrice e artista dello scenario shinonuri.

Non conosco questa ragazza, se non quello che le cronache sul web raccontano di lei, se non quello che lei stessa racconta sul web. Però lei sicuramente non ha bisogno di fare la statua in mezzo a una piazza per raccogliere qualche spicciolo.

Romantica e inquietante, un po’ Lady Gaga e un po’ fatina dei boschi, geisha con il desiderio di fondersi con la natura.

Però qualcosa mi sfugge del suo messaggio e della sua arte… o forse è solo che non conosco la cultura giapponese.

 

 

 

OCCIDENTALI’S DRAMA

Ritrovo gli echi di un film che (confesso) non ho visto in un racconto di uno scrittore cileno: Luis Sepulveda.

Il film e il personaggio in questione è Fitzcarraldo, così testardo come testardo fu il regista tedesco Werner Herzog nel volerne raccontare le gesta con avventure incredibili durante la lavorazione del film che uscì nelle sale nel 1992.

Una storia raccontata da un Europeo. La storia di un uomo che aveva un sogno e i sogni possono muovere le montagne, dice Herzog.

Ma se la racconta un Sudamericano  le cose cambiano un po’.

Chi era Fitzcarraldo secondo Sepulveda?

Un romantico visionario, un avventuriero senza scrupoli, un amante del bel canto o forse un poveretto a cui gli alberi non lasciarono vedere la selva di Manu’?

Già, Manù, nell’Amazzonia peruviana, solcata dai fiumi Urubamba e Madre de Dios, affluenti di quello che diventerà più a valle il grande Rio delle Amazzoni.

 

Gli Europei dimenticarono Manù per secoli fino a quando tra la fine dell’800 e l’inizia del 900 i paesi occidentali industrializzati decisero che non potevano fare a meno del prezioso succo della Hevea brasiliensis chiamato CAUCCIU’.

Manù inizia a quasi 4000 metri su l livello del mare sulle pendici più alte del monte Tres Cruces. Da là è possibile affacciarsi ad un abisso di nuvole sotto il quale si può pensare che continui il paesaggio ocra della Ande mentre basta scendere di appena cinquecento metri per trovarsi immersi nella selva amazzonica. (Luis Sepulveda – Sulle orme di Fitzcarraldo)

Il Parco nazionale di Manù è oggi un’area protetta di circa 2 milioni di ettari  riconosciuta dall’UNESCO  nel 1980 “patrimonio dell’umanità” per la sua straordinaria biodiversità: sono stati censiti infatti 20.000 diverse specie di piante, circa 1.000 specie di uccelli, 1.200 tipi di farfalle, oltre 200 mammiferi e anche 13 specie di primati, armadilli, tartarughe di acqua dolce, caimani, gattopardi e innumerevoli rettili, insetti e animali anfibi.

Tra questi  le gru dalle zampe palmate chiamate Cuellos de serpiente, i Gallos de piedra (Rupicola peruvianus), dal piumaggio nero sul petto e con una specie di bernoccolo rosso sulla testa. Tra le orchidee Sepulveda cita la Sophronitis coccinea dai fiori rosso intenso che cresce sugli alberi delle palme Chonta e infine ecco anche la Tabernaemontana, un frutto ma mangiare e da bere che ti attrae irresistibilmente con la sua polpa arancione…

Fitzacarraldo  aveva un sogno, quello di costruire un teatro dell’opera nel pieno della foresta amazzonica e farci cantare Enrico Caruso. (Le arie dell’opera diffuse dal suo grammofono al tramonto sulle placide acque del fiume gli guadagnarono presso gli indigeni l’appellativo di “colui che porta la voce degli dei“).

Per raccogliere i fondi necessari però doveva sfruttare piantagioni di caucciù non ancora conosciute e per questo si imbarcò nella impresa fallimentare di costruire una ferrovia trans-amazzonica, di far risalire una nave sulle rapide del fiume Ucayali, scarificando in questo tentativo anche diverse vite umane.

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La notte della selva avvolge tutto con il suo particolare silenzio fatto di migliaia di rumori. E’ il prodigioso meccanismo della vita che tende i muscoli per facilitare il parto della “Venere notturna” un’orchidea di un intenso colore viola, piccola come un bottone di camicia, che apre i petali alle prime luci dell’alba e muore dopo pochi minuti perchè la minuscola eternità della sua bellezza non resiste alla luce di Manù che muta incessante secondo gli umori del cielo, dell’acqua e del vento ( Luis Sepulveda – Sulle orme di Fitzcarraldo in “Le rose di Atacama”).

Fitzcarraldo non  ha visto niente di tutto questo.

Accecato dalla sua avidità incarna ancora oggi perfettamente tutto il dramma dell’uomo occidentale.

vedi anche:

AMAZZONIA: QUEL PROGETTO ILLEGALE DI ESTRAZIONE GAS NELLA RISERVA NATURALE DEL MANU’

 

 

 

TI RICORDI LA NEVE ?

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Ti ricordi la neve?

Si, quella bianca che scendeva dal cielo.

Adesso la fanno in frigorifero e la sparano con i cannoni ma solo nei musei della montagna.  Là sui maxischermi  girano vecchi filmati  con fiocchi morbidi  che cadendo coprono i campi e le case, imbiancano gli alberi, fanno risaltare i ruscelli e i bambini li guardano a bocca aperta, poi un’operatrice li porta in una stanza tutta bianca dove possono giocare a palle di neve.

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Ti ricordi la neve?

Quella che dovevi mettere le catene all’auto per andare al lavoro o le gomme invernali, quella che se non la toglievi dai marciapiedi a calpestarla diventava ghiaccio e  allora “via con la gara di scivoloni, capitomboli e ossa rotte”.

Hanno dovuto colorare gli orsi polari e le volpi argentate con spray ecologici per mimetizzarle meglio con il nuovo ambiente;  hanno dovuto creare recinti per le scimmie al polo Nord  mentre le foche e i trichechi superstiti si sono dovuti adattare a vivere nelle celle frigorifere.

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All’università hanno istituito un nuovo corso per “Archeonevologo”  una branca della metereologia.  Ma anche gli psicologi si stanno attrezzando, infatti sta aumentando una nuova sindrome da astinenza  da neve che colpisce in primis gli sciatori ma alla quale tutti i soggetti sono esposti.

Chi ha in casa una foto con un pupazzo di neve la custodisce gelosamente e la fa vedere ai propri nipoti sono in occasione delle feste natalizie e dei compleanni.

Poi un giorno tutte le foto con la neve sono state cancellate da Internet per non turbare gli animi più sensibili. (Per fortuna che qualcuno ne aveva salvate sul proprio computer)

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Infatti c’è chi alla vista di una foto con la neve viene preso dalla sindrome di Stendhal e bisogna portarlo subito in una camera di compensazione con una temperatura inferiore a zero gradi.

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… Siamo nel 2080 e questo è lo scenario che potrebbe dipingere un catastrofista.

Io non voglio esserlo, però, a proposito di riscaldamento globale, andate a leggere anche questo articolo:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/03/cop21-big-oil-armi-e-il-silenzio-stampa/2428231/

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Ah, le foto d’archivio sono del 2012

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DALLA SCHIAVITU’ ALLA LIBERTA’

Isola di Gorée
Isola di Gorée

In Senegal, sull’isola di Gorée, di fronte a Dakar c’è un edificio che si chiama “Maison des esclaves“, testimone e simbolo di una pagina triste quale è stata la deportazione da quelle terre di milioni  di persone per essere  vendute come schiavi nell’ America del Nord  e in parte del Sud.

Quella casa, un tempo prigione, deposito temporaneo di esseri umani in attesa di essere trasportati a forza verso una nuova destinazione dove sarebbero diventati forza lavoro coatta, è oggi un museo che racconta quella storia ignobile.

E’ ovvio che bisogna fare le debite proporzioni ma sicuramente qualche interrogativo scatta quando percorrendo una strada nel bosco ti trovi davanti una scritta come questa:

DALLA SERVITU’ ALLA LIBERTA’.

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Siamo  a Lonte Pozzolo in Via Gaggio, la strada più importante che attraversa quella che un tempo era la Brughiera grande di Gallarate e oggi frammento naturalistico di grande importanza, ultima brughiera rimasta davanti all’espansione vorace dell’aeroporto nell’ultimo mezzo secolo.

Ma la storia inizia molto prima. E’ una storia di soldati e contadini, di trasformazione e alternanza continua da terra di tutti a privilegio di pochi.

Già il nome “Gaggio” significa in longobardo “bosco recintato” perchè dato in esclusivo uso agli Arimanni, classe di guerrieri longobardi compensati così per i loro meriti in battaglia.  Ma poi questo vasto territorio tra le colline e la pianura irrigua, con un terreno acido, povero di sostanze nutritive, dove crescono in prevalenza arbusti di brugo e ginestra, è stato a lungo patrimonio di tutte le comunità confinanti che comunque da esso traevano ricchezza (scope dalla ginestra, lettiera per gli animali dal brugo, miele dalle api, funghi nella stagione propizia).

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E non sono mancati nel tempo anche tentativi di  coltivazione con immani sforzi di bonifica, l’ultima quella dei fratelli Caproni negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso.

Proprio i Caproni però daranno avvio, all’inizio del ‘900, all’epopea del volo in Italia e all’espansione nel tempo da quello che era un semplice capannone nei pressi della Cascina Malpensa all’attuale aeroporto.

E la nostra brughiera?  Spianata, mondata dai pochi alberi e dagli arbusti, recintata, utilizzata fin dal primo dopoguerra per esercitazioni militari, usurpata senza che ci fossero accordi pregressi con chi la utilizzava prima (i contadini, la gente del posto)  diventa ufficialmente nel secondo dopoguerra  ZONA MILITARE  (a sancire uno stato di fatto che nessuno ha negoziato).

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Ovviamente nella zona assoggettata a servitù militare è vietato il transito e le attività economiche residue si spengono via via. Quando ci sono le “manovre” dell’esercito italiano con carri armati e munizioni vere, vengono esposte all’inizio delle strade di accesso delle bandiere rosse  per segnalare il pericolo.

Ma gli intrepidi continuano a penetrare in questa zona “off limits”  esercitano un “diritto”  negato, sono abusivi in casa propria.

E’ da questo sentimento di “riappropriazione” che parte la “riconquista” guidata da un cittadino lonatese, Ambrogio Milani, che agli inizi degli anni ’90 si batte perchè questa zona ridiventi di uso pubblico.

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La storia successiva la conoscete. Oggi la Via Gaggio è una delle più famose e frequentate piste ciclo-pedonali del Parco del Ticino, dove natura e storia si mischiano e dove l’antica lotta tra il soldato e il contadino sono diventate un museo a cielo aperto con manufatti e reperti risalenti alla Seconda guerra mondiale e al periodo tra le due guerre e un percorso con attrezzi e macchinari della civiltà contadina.

Dal 2001 inoltre,  è attivo il Centro Parco Ex dogana con Uffici del Parco del Ticino, sale conferenze, sale per esposizioni temporanee, un’area attrezzata per il pic-nic e il negozio/ristoro con prodotti a marchio “Parco del Ticino”.

Centro Parco Ex dogana
Centro Parco Ex dogana

Dalla servitù (militare)  alla libertà.

Per quanto?

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Leggi anche:

VIA GAGGIO, natura e storia nella brughiera tra il Ticino e Malpensa

DI QUANTE MATITE E’ FATTO L’UNIVERSO?

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L’equatore della terra misura 40.075 km.  Se mettiamo in fila delle palline da golf lungo la sua linea immaginaria ce ne vogliono circa 1000 milioni.

E se fossero matite? ovvero mozziconi di matita?

Perchè, che unità di misura è mai il mozzicone di matita? Non bastavano i piedi, le braccia, i palmi ecc…?

Certo la matita, ha una lunga storia, da semplice strumento è diventata un oggetto di culto, si è trasformata, ha assunto altri significati.

Leonardo da Vinci - autoritratto - 1515 ca
Leonardo da Vinci – autoritratto – 1515 ca

Iniziamo dal nome che deriva dal greco “aimatos”: sangue.  Infatti l’ematite è una pietra contenente ferro che a volte si presenta con colore rosso come sangue coagulato.

Se la pietra di ematite contiene anche argilla ha una consistenza più morbida e veniva usata anticamente per marchiare gli animali poi passò ad usi più artistici: la sanguigna tanto in voga presso gli artisti del Rinascimento non è altro che minerale di ematite mischiato a volte con ocra.

Se attorno al minerale ci mettiamo una guaina di legno ecco che nasce la moderna “matita”  dove però, dal XVI secolo l’ematite viene progressivamente sostituita dalla  grafite dopo la scoperta in Inghilterra di un giacimento di estrema purezza di questo minerale.

(Ah l’altro nome della matita, lapis, in latino significa pietra.)

Poi la matita è diventata un oggetto d’arte, un monumento di sè stessa in musei all’aperto come ad esempio questa scultura realizzata a  Lusiana (VI) dall’architetto Diego Morlin al Parco del Sojo già abitato da alberi secolari.

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oppure è diventata un gioiello:

Maria Cristina Bellucci, ad esempio,  crea gioielli riciclando mozziconi di matite colorate…http://mcbjewellery.com/v2/

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e poi c’è la matita “sprout” ovvero la matita che sboccia  con  l’estremità che contiene semi di fiori o erbe aromatiche così quando la matita sarà diventata con l’uso un mozzicone potremo piantarla e generare così nuova vita  (http://www.grin-eco-gadget.it/it/matite-sprout-personalizzate-ecologiche.html)

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L’unico problema è che a volte il tempo per consumare la matita può essere troppo lungo per la nostra impazienza di vederla diventare un germoglio.

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Avete altri suggerimenti?

Perchè in fondo la matita, in quest epoca digitale, rischia di essere obsoleta, un oggetto vintage, meritevole della nostra nostalgia:

“Rosicchiata, succhiata, dilaniata, condita tra i capelli, tamburellata tra i denti per poi essere aperta fino alla punta. Fumata (per finta?) Passata finemente tra gli incisivi, fino a penetrare nella più saporita essenza del legno di cui é composta. Cedro, tiglio, ontano, acero, abete a volte. Legno tenero e compatto, privo di nodi, per essere temperato, o mangiato.
Esagonale, cilindrica, quadrata, triangolare, ellittica come quelle dei carpentieri, dei falegnami…”

da http://storiedimatite.it/scritti/leandro_agostini_1.php