Archivi categoria: Felci, muschi e licheni

DOLCE CONIGLIO DALLE MILLE ZAMPE BUFFE

Polypodium vulgare - felce dolce
Polypodium vulgare – felce dolce

Ah, buongustai !  Ci avevate creduto!  e invece no questo è un articolo vegetariano.

Non che anche i vegetariani non siano dei buongustai, ci mancherebbe.

Di certo il gusto, inteso come uno dei cinque sensi (senza scomodare il sesto) qui c’entra molto.

Allora vediamo. C’è una felce, la Polypodium vulgare, che viene chiamata comunemente felce dolce. Cresce nelle zone freddo-temperate dell’emisfero boreale  su ceppaie in boschi di latifoglie ma anche di aghifoglie fino ad una altitudine di 2.600 metri.

Ma non disdegna neanche i muri e le rupi.

Perchè dolce? perchè la sua radice ha un sapore simile alla liquirizia (io però non l’ho assaggiata) ma anche il termine polypodium ci dice qualcosa e cioè che è una pianta con molti (poly) piedi (podium) che poi non sono altro che le sue radici. (Vulgare invece vuol dire che è molto comune).

E il coniglio cosa c’entra?

Eh, qui viene il bello.

Dovete sapere che esiste una felce della stessa famiglia di felci (una sua cugina) che si chiama invece Phlebodium aureum che a causa delle sue radici è chiamata dagli anglosassoni Rabbit foot fern ovvero felce a zampe di coniglio  (morbide e pelose).

E’ una felce sempreverde di origine subtropicale che da noi è diventata una pianta ornamentale da vaso o come tappezzante nei giardini, soprattutto nella variante “Blu star” per la tonalità azzurro intenso delle fronde.

La cosa non vi fa venire in mente un noto marchio di prodotti cosmetici?

Allora mentre ti stai facendo un bel bagno ristoratore con i prodotti di cui sopra puoi sempre canticchiare:…”usami, straziami, strappami l’anima…tanto non cambia l’idea che ormai ho di te….”

Basta, altrimenti devo pagare i diritti d’autore a Giuliano Sangiorgi dei Negramaro.

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IL CERVO A PEZZI

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Povero cervo !

Ha passato un periodo difficile e adesso è a pezzi. Chissà cosa gli è successo.

Forse è stato lasciato dalla compagna (no, cosa avete capito; le corna ce le ha già di suo,  non ha bisogno di tradimenti).

Forse non si è ancora ripreso dallo spavento dopo essersi trovato faccia a faccia con Robert De Niro che stava girando “Il cacciatore”.

Forse non vuole più rinascere a primavera, anzi ha scritto una lettera di protesta a Mogol reclamando i diritti d’autore.

Sta di fatto che è a pezzi; e questi pezzi sono ben sparpagliati  anche se non si capisce come siano finiti lì.

La lingua per esempio la possiamo trovare in fondo al pozzo e le corna addirittura sugli alberi.

La lingua di cervo (detta anche la Phyllitis scolopendrium) è  una felce nostrana  della famiglia  degli Asplenium che cresce lungo i ruscelli di montagna nei pozzi e nelle grotte su terreno calcareo, infatti è (era) molto diffusa nelle grotte del Carso triestino dove cresce in associazione con la Plagiochila delle caverne (Plagiochila asplenioides f. cavernarum).

 

Luoghi bui e umidi, chissà cosa ci trovano di interessante.

Beh almeno si fanno compagnia.  E forse a fargli compagnia un tempo c’erano anche gli orsi e altri animali selvatici  o anche quasi sicuramente gli “uomini delle caverne”,  altrimenti come avremmo scoperto le sue proprietà espettoranti (nella cura di bronchiti) o diuretiche e astringenti?

Quando l’uomo uscì dalle caverne e guardò sù verso il cielo  scoprì che sugli alberi c’era un altro pezzo di cervo (sugli alberi ci sono molte cose, a volte insospettabili, ma questa proprio non se l’aspettavano).

Videro infatti il  Platycerium: una felce epifita  della famiglia Polypodiaceae che cresce sugli alberi delle foreste tropicali. La forma delle sue foglie gli ha fatto guadagnare il nomignolo di Corna di cervo. 

(Dal Carso alle foreste tropicali:  un bel salto,  capite perchè il nostro cervo sta così?)

Corna di cervo

Il Platycerium non è una pianta parassita, infatti trae nutrimento dall’umidità dell’aria (vive d’aria in pratica e di tutti i residui organici che si posano sulla pianta che lo ospita).

Tra le diverse specie che crescono nelle foreste tropicali dell’America, Africa, Sud-est asiatico, Australia, quella più conosciuta e coltivata anche da noi per scopi ornamentali è ovviamente la Platycerium alcicorne.

Questa specie è caratterizzata da due tipi di foglie, quelle sterili, di forma circolare, che crescono appressate al tronco dell’albero e proteggono le radici, e quelle fertili, che portano nella pagina inferiore le spore,  a forma di corna e che sono poi quelle che il cervo reclama come sue.

Platycerium alcicorne

Povero cervo!  Scomposto, disarticolato, frammentato, sull’orlo di una crisi di nervi…. sembra proprio l’immagine della nostra civiltà.

 

 

ARCHEGONIO E ANTERIDIO

 

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Detta così, e senza sapere nulla, potrebbero essere due mostri preistorici, di quelli che mangiano i bambini, di quelli incontrati da Ulisse nella sua Odissea. Avranno due teste? O una testa ciascuno e quattro mani? E il naso?  Sarà al posto giusto o dove?

Detta così e chiedendo scusa ai mostri preistorici, potrebbero essere anche due allegri viandanti un po’ strampalati che si guadagnano da vivere con giochi di magia nelle piazze dei villaggi  e facendo il giro alla fine del numero con il cappello in mano e un sorriso sdentato.

Detta di nuovo così, e chiedendo scusa a tutti i cantastorie, giocolieri, artisti di strada, i nostri due eroi potrebbero essere anche due frati trappisti sbarcati in questo secolo da un’epoca passata per predicare l’imminente fine del mondo (l’ennesima) oppure due robot della saga “Guerre stellari” dimenticati in magazzino e fuggiti non si sa come dal buio siderale in cui erano stati confinati.

Chiedo scusa ai frati trappisti, a George Lucas, Harrison Ford e perfino a Dart Fener e ve la dico in un altro modo,  spero più scientifico.

Archegonio e anteridio non sono altro che le pianticelle femminili e maschili del muschio.

Archegoni e anteridi del muschio
Archegoni e anteridi del muschio

Se ne stanno vicine vicine ma per fecondarsi hanno bisogno dell’acqua della pioggia o di quella dei ruscelli (ecco perché i muschi crescono più facilmente in ambienti umidi;  dopo un po’ si vedranno filamenti come di seta elevarsi di pochi millimetri sopra il tappeto del muschio e in cima ad ogni filamento una capsula con il suo bel cappuccio contenente le spore. (Le spore dentro ogni capsula sono milioni e quando questa si aprirà daranno vita ad altri archegoni e anteridi, per noi un tutto indistinto chiamato muschio).

Detta così, e sperando di averla raccontata in modo comprensibile, la storia potrebbe anche reggere.

Ad ogni modo allego il disegno per maggiore chiarezza.

Ciclo_Muschi

 

Delusi?

Archegonio e Anteridio in fondo sono due mostri buoni,  i primi che nella storia dell’evoluzione della vita sulla terra hanno sperimentato la riproduzione sessuata (meiosi)  i primi che hanno capito che per la sopravvivenza della specie era meglio mischiare i caratteri genetici.

In tutto ciò  perfettamente terrestri anche se certi loro “sporofiti” assomigliano tanto a E.T.

Sporofiti E.T.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RED CARPET

Red Carpet

Un tappeto rosso, solo per me, per me che non vincerò mai un Oscar, che non mi farò mai accompagnare da donne bellissime, né tanto meno aspiro a finire sulla “walk of fame”.

Il mio tappeto rosso è fatto da tanti filamenti di seta, da un morbido pavimento di velluto.

Sono qui, ancora una volta, in questo inverno asciutto, sulla riva del fiume.

Steli secchi di Enothera e di Solidago  interrompono la monotonia dei sassi, fanno quasi da paravento ai nudi rami dei pioppi.

Se tu fossi qui ti direi che questo tappeto rosso/arancio  non è altro che una distesa di muschi, che questa “ruggine” è il risultato di milioni di piccoli steli in cima ai quali stanno le capsule con le spore.

Sento già te che esclami: – Ma qui è tutto morto !!

E invece no, il muschio può resistere a lunghissimi periodi di siccità, secca ma non muore e alla prima pioggia ridiventa verde brillante, e poi, ascolta il martellare del picchio!  Se c’è lui ci sono anche alberi caduti e insetti che ne mangiano il legno.  (- Che schifo! )

Se tu fossi qui…

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Foglie secche di pioppi si sono adagiate come petali di rose sul rosso tappeto di muschi, il cielo minaccia pioggia (finalmente).

Cammino verso casa cercando invano le orme dei tuoi passi sulla sabbia.

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COME IL MURETTO DI ALASSIO, ANZI MEGLIO

C’era una volta il muretto di Alassio, e c’è ancora, ma io confesso non ci sono mai stato,  preferisco altri muretti, anche se non sono un adolescente.

Il muretto in questione, quello di Alassio, è una galleria di piastrelle di ceramica  con firme di circa 500  personaggi famosi ( il primo fu Ernest Hemingway nel 1951), piastrelle  diverse tra loro per forma e colore, meta negli anni di un turismo un po’ voyeristico (non me ne vogliano gli abitanti di Alassio).

Ma io, dicevo, preferisco muretti con altra vita, muretti come questo dove in una mattina di primavera puoi osservare un mondo fatto di tantissime specie vegetali diverse;  riconosco delle firme, delle  grandi firme !!
Eccone alcune:

 L’asplenium trichomanes è una celebrità dei muretti di tutto il mondo;  è un finto Capelvenere  ma non è glamour come quest’ultima; è un po’ come le sosia di Madonna.

L’asplenium ceterach  chiamata anche cedracca è una felce schietta, dalle foglie più coriaceee e appressate, mi ricorda Anna Magnani.

E che dire dell’ Hynum cupressiforme,  il muschio dei presepi: chi c’è di più famoso di lui.

Il Tasso barbasso non è parente di Torquato, anche se gli piacerebbe.

La Grimmia, un muschio che cresce anche e soprattutto sulla parte orizzontale dei muretti, la vedo soprattutto sulle sponde in cemento dei canali artificiali dove forma tanti piccoli cuscinetti morbidi come gelatine di zucchero, vellutati come le zampe di un gatto …

E la miss?  La miss è lei, la xantoria parietina, tutti gli anni vince il concorso di miss muretto con i suoi begli occhi arancione e il colorito giallo zolfo

… Devo andare ad Alassio  per vedere se  sul muretto ce n’è qualcuna, magari vicino alla firma di Hemingway.

L’ISOLA VERDE

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Si trova in mezzo al mare, ma non al mare d’acqua dell’oceano bensì in mezzo al mare delle sterpaglie nella brughiera.

Contiene un tesoro?  Sì, ma non quello nascosto dai pirati e per trovarlo non serve nessuna mappa… o forse sì, per coloro che non sono abituati a navigare tra le alte spighe della molinia, a schivare  rovi e ragnatele, riconoscere la propria posizione guardando le stelle.

L’isola è un’isola di muschio, di una specie in particolare di muschio stellato (Polytrichum commune Hedw) e per girarla tutta servono pochi secondi.

Ma dove sarà il tesoro?  Devo scoprirlo prima che i pirati si portino via questa terra. La mappa non lo dice  e il Master Plan nemmeno, quindi non sappiamo di cosa è fatto questo tesoro: se sono dobloni spagnoli o gioielli rubati agli atzechi, se sono ricchi giacimenti minerari o il segreto per ricavare energia pulita a costozero.

No. il tesoro deve essere qualcos’altro, deve essere nel segreto di questo vegetale primitivo e antichissimo.

Intanto non è vero che i muschi crescono solo in posti umidi; basta qualche goccia di acqua e subito il muschio che con la siccità era diventato un tappeto marrone, si accende di un bel verde brillante.  E poi i muschi amano la compagnia, sono molto accoglienti e altruisti, infatti ospitano licheni, funghi, felci, piante carnivore, piccoli animali…    sono un tesoro di biodiversità.

E al mattino quando l’umidità della notte si adagia sul terreno, imprigionano migliaia di goccioline di rugiada come fossero una cascata di perle.

Per saperne di più ecco un bel pdf sui muschi 

oppure questo articolo:  Muschi: inferiori solo per caso

FELCE BUNKER

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Si chiama Asplenium trichomanes ovvero “Erba rugginina” ovvero “falso capelvenere”.

E’ una felce di piccole dimensioni (da 10  a 30 cm.) che cresce sulle rocce e su vecchi muri calcarei, pare anzi preferire i mattoni. Così deve essere stata molto contenta quando nella primavera del 1944 vide degli uomini in divisa militare costruire dei manufatti in mattone nel bel mezzo del bosco.

Chi abita attorno a Malpensa sa bene che queste costruzioni fanno parte delle opere realizzate dai militari tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale per spostare gli aerei dagli aeroporti di Lonate Pozzolo e Malpensa fino in mezzo ai boschi e nasconderli così alla vista dei nemici.

Piste in cemento, paraschegge, casematte, cucine da campo e bunker sono quello che ancora oggi è possibile incontrare  in mezzo ai boschi.

Ma la natura non sta a guardare.

Questo bunker è ancora intatto dopo quasi 70 anni. La felce è più giovane ma spora dopo spora lo ha circondato affettuosamente  e quando è triste lo accarezza con i suoi capelli sottili.