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VOLARE ALTO

Anser indicus.

Nome e cognome, famiglia e provenienza.

La guardo e cerco di capire da dove viene; che sia un’oca non vi sono dubbi ma sono quelle strisce nere ai lati del capo che mi lasciano perplesso.

E ancor più il fatto che si muova tranquilla sull’erba ai bordi del fiume cercando cibo e  fregandonese abbondantemente dalla mia presenza.

Ma, se sei un’oca indiana che ci fai qui? Hai il visto turistico o sei in attesa del permesso di soggiorno?

NO, hai ragione, non sei per forza fuggita dal tuo paese, forse sei solo di passaggio e ti sei fermata approfittando della settimana della moda.

O se davvero sei fuggita lo hai fatto da un allevamento.

Sì perchè è solo così che allo stato selvatico possiamo incontrare questo uccello in Europa dove è allevato a scopo ornamentale.

La sua zona di origine è l’Asia centrale dove nidifica in colonie di migliaia di esemplari.  D’estate se ne sta a pascolare ai bordi dei laghi d’alta quota e in inverno attraversa  in volo l’Himalaya per  fermarsi ai bordi di acquitrini in Pakistan, India, Birmania dove si nutre prevalentemente di riso, orzo e frumento, con danno spesso per le colture.

La sua livrea particolare  le ha fatto guadagnare l’appellativo di “oca testa barrata”  traduzione del più elegante “Bar-headed goose” , ma lei  è conosciuta soprattutto come l’uccello che vola più in alto.

Qualcuno afferma di averla avvistata in volo sopra le più alte vette dell’Himalaya, cioè oltre gli 8.800 metri. Studi scientifici però hanno accertato che l’altitudine media di crociera è attorno ai 5.500 metri (un’altezza comunque considerevole).

A quelle altitudini la densità atmosferica è meno della metà di quella a livello del mare e la temperatura è molto bassa.  E lei riesce a compiere queste migrazioni in quelle condizioni atmosferiche  perchè ha un’apertura alare molto grande ed una concentrazione di emoglobina maggiore che nelle altre oche e ciò gli consente di ossigenare meglio i muscoli.

(Beh, il doping nello sport moderno, si è spesso ispirato a questo concetto).

Allora, freddo era freddo (c’era anche un po’ di neve) l’acqua c’era e anche l’erba, anche se un po’ intirizzita. Mancava l’Himalaya, ma non si può avere tutto…

Certo che avresti anche potuto presentarti…

non leggo mai l’oroscopo  e se anche l’avessi letto scommetto che non c’era scritto che oggi avrei incontrato proprio una oca indiana.

Oca indiana (Anser indicus)

 

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L’OSPITE DESIDERATO

Cito tre titoli a caso (a sproposito): Uomini e Topi di Steinbeck,  il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, Il gigante e la bambina (Rosalino Cellamare).  Pare che i binomi funzionino nei titoli dei libri (e delle canzoni)

Così anche qui dovrebbe funzionare. I titoli di questo articolo in realtà potrebbero essere più di uno: pecore e uccelli, per esempio, oppure aironi e buoi, o la giraffa e il dentista: poi ne ho scelto uno più filosofico.

Così come è filosofica la domanda che segue: Avete mai guardato negli occhi un bue?

Certo è difficile guardare negli occhi i buoi, specie se non sono dei paesi tuoi. Ma c’è un uccello che ci riesce. Si chiama  Bubulcus ibis ovvero Airone guardabuoi.

Diffuso soprattutto in Africa e Asia ha visto il suo areale estendersi progressivamente durante il XX secolo alle Americhe e all’Europa meridionale. In Italia è arrivato dapprima al sud ma ora è presente anche al nord dove frequenta le zone umide ma lo troviamo spesso anche al seguito delle greggi di pecore.

E’ un airone tozzo con sfumature arancio sul collo e sul petto nel periodo dell’accoppiamento. Per cibarsi segue le mandrie e cattura insetti come cavallette, mosche coleotteri e invertebrati sul terreno smosso dai ruminanti oppure si posa sul dorso delle mucche e dei buoi e li spulcia dai loro parassiti.

Ovviamente i buoi sono contenti perchè oltre a questo servizio li avvisa in caso di pericolo volandosene via: da qui il nome di “guardabuoi”.

Ma torniamo in Africa, terra di origine del nostro airone.

Qui troviamo altri esempi di simbiosi (ovvero mutualismo, relazione in cui entrambi i soggetti ricavano un vantaggio)  tra erbivori e uccelli

Il caso tipico è quello della Bufaga  (divisa in due specie: Becco giallo e Becco rosso) che vive praticamente e amoreggia perfino sul dorso degli ippopotami e dei rinoceronti liberando la loro spessa epidermide dai parassiti ma a questo aggiungono anche un servizio di pulizia dei denti dal cibo rimastovi incastrato (meglio di uno spazzolino elettrico).

Un servizio di cui si avvalgono anche le giraffe.

Il terzo caso di cui voglio parlarvi  (e poi basta) è quello del Piviere egiziano (Pluvianus aegyptius) che fa la pulizia dentale al Coccodrillo del Nilo.  Il coccodrillo, paziente, lascia fare, mentre il piviere mangia e sta al sicuro, infatti chi oserebbe avvicinarsi al pericoloso rettile?

Ecco, questa cosa non vi ricorda in qualche modo la vicenda dell’igienista dentale e del Caimano?

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Ma torniamo a noi, alla Valle del Ticino, e a questo punto non vi stupirete se vi racconto che ho visto un gruppo numeroso di aironi bianchi svolazzare attorno a un gregge di pecore.

Pomeriggio freddo e terso, tra gli ampi prati che costeggiano il fiume in questa parte della valle ecco 200 tra pecore, capre, qualche asinello e molti agnellini. Gli aironi accompagnano la moltitudine belante volando pochi centimetri sopra le pecore e tra le loro zampe e poi si posano sul loro dorso  (cibo a volontà nella terra smossa e tra la lana delle pecore ! )

E oltre agli Aironi  un nugolo di Ballerine bianche.

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Mi viene un’altra riflessione.

Esistono gli aironi in Palestina?

Perchè nei vangeli non se ne parla?        Se anche allora accompagnavano le greggi è davvero una grave dimenticanza.

Anche il nostro amico poeta con i suoi pastori erranti dell’Asia, ha occhi solo per le “vaghe stelle dell’Orsa“, ma forse ha ragione, gli aironi a quell’ora erano andati anche loro a dormire.

IL PASSO DEL TORDO

Tordo bottaccio (turdus philomelis)

NO, io non ho certo l’abitudine di consultare il calendario venatorio.

Così mi è sfuggito che S. Michele, il 29 settembre quando seduto a quel caffè io non pensavo a te, era un’ottima data per il passo dei tordi e così anche il 6 ottobre, S. Bruno.

I cacciatori sono una miniera di informazioni sugli uccelli, specie quelli che poi gli spari.

Ma adesso la data è passata. Che uccelli saranno mai quelli?

Beh un po’ di tara dobbiamo farla, non è che esistono proprio degli orari fissi, come i treni; a parte i santi bisogna che si creino le condizioni favorevoli di sole e di vento per migrare (e questo gli uccelli lo sanno) un po’ come S. Martino e la sua estate, tradizionale data, un tempo, per i traslochi.

Neanche le rotte  migratorie sono così rigide anche se in Europa seguono un andamento nord-est/sud-ovest, dalla Scandinavia e Siberia alle coste del mediterraneo e africane (e viceversa)

I cacciatori, sempre loro, mi dicono che questi uccellotti, lunghi circa 27 cm e con un peso che si aggira sui 100-120 grammi, sono una specie di tordo chiamata Cesena (Turdus pilaris); niente a che vedere con la città romagnola, non sono neanche parenti.

Mi fido anche perchè il riscontro sulle date è giusto. La Cesena annuncia l’arrivo del freddo. La migrazione invernale ha inizio durante i primi giorni di novembre e di norma si prolunga fino alla metà di dicembre, quindi ci siamo.

Ma ancor di più perchè il binocolo mi restituisce l’immagine di un uccello poco più grande di un merlo, con la testa e  il groppone grigio cenere e il corpo marroncino (oltre al petto bianco picchiettato di nero, come gli altri tordi della famiglia: Tordo bottaccioTordo Sassello quelli più conosciuti).

Certo ci fossero in giro cacciatori potrei scordarmi di vederli così da vicino. Le cesene usano mandare in avanscoperta una spia, che li avvisa dei pericoli.

Sospettosa e diffidente, la Cesena impara presto a riconoscere  i richiami che usano i cacciatori.

Ma è anche un uccello intelligente e sagace, vive solitamente sugli alberi, meglio se di alto fusto. Si nutre in primavera di insetti, chiocciole, larve mentre in autunno/inverno la sua dieta è composta da bacche (biancospino, sorbo, ginepro…), ma non disdegna nutrirsi anche di mele e soprattutto  di cachi.

Ogni 5 anni si ha in genere una migrazione massiccia con stormi di migliaia di individui  come quella che ci capitò di vedere qualche lustro fa, non ricordo quanti, nella Valle del Ticino, quando le Cesene di passo erano così tante da far sembrare gli alberi spogli carichi di foglie.

Ricordo che eravamo, estasiati, elettrizzati, davanti a quello spettacolo (di cui purtroppo non ho documentazione fotografica) e immagino che saranno stati contentissimi anche i cacciatori.

Posso capire la loro gioia  però io sto dalla parte dei migratori!

SCIABOLATE

Velocissime, curve, radenti, traiettorie nell’aria che vibra e si fa suono, un trillo spezzato.

Ma chi sono questi uccelli dal corpo tozzo e dalle ali di rondine?

Sembrano usare la parete della diga come i ragazzi con lo skateboard, ci sfiorano come lame affilate eppure innocenti, ritornano ancora da dietro le spalle, mentre cerchiamo di seguire i loro volteggi con lo sguardo, mentre tentiamo di capire a che specie appartengono.

Ecco, sì, non sono rondini, questo lo abbiamo capito e non hanno nemmeno la forma affusolata e il colore bruno dei rondoni, ma il comportamento è simile, mangiano gli insetti che sono nell’aria, li catturano al volo con maestria, non si posano a terra mai, neanche per dormire.

Allora se non sono rondini e neanche rondoni (Apus apus), chi saranno?

Rondone comune (Apus apus)

Non è così facile stabilirlo anche perchè volano molto veloci e tra rondini e rondoni ci sono più specie di quanto si pensi: l’altezza e il controluce non ci aiutano ma possiamo capire forse dal canto.

Però credo siano stati degli Apus pallidus ovvero una specie chiamata volgarmente Rondone pallido.

La coda copiata dal frack è più corta, il corpo è color cappuccino o se preferite, caffè macchiato e le ali  distese a forma di falce possono far pensare a un piccolo falco ma invece è lui e chissà se gli piace essere chiamato così.

Rondone pallido

E chissà come lo chiamano in Africa.

In Africa lo vide per la prima volta nel 1870 il naturalista inglese George Ernest Shelley che decise di chiamarlo  Pallid swift.

E lo vide in Africa perchè anche il Rondone pallido  è un migratore. Non penserete che resti qui tutto l’inverno.  Infatti a un certo punto parte, va a svernare a sud dell’equatore, però parte un po’ più tardi, verso ottobre/novembre perchè prima c’è un gran traffico su quella rotta e lui ama le partenze intelligenti.

Rondone pallido
Rondone Maggiore

Essendo così abituato a stare in volo non fa neanche uno scalo, non si ferma in nessun Autogrill, del resto come fa a posarsi è senza piedi.

Apus in greco antico vuol dire “senza piedi” ovvero i piedi, cioè le zampe, ci sono ma sono così corte che non si vedono quasi e del resto a lui non servono (e per questo nel corso dell’evoluzione si sono atrofizzate); si posa infatti sono nei momenti della cova delle uova svolta a turno da entrambi i genitori.

Veloce (swift) come il piè veloce Achille, ma senza piedi;  pallido ma neanche troppo,  urbano e amante delle alte quote.

Noi ci siamo” accontentati” di ammirarlo da qui, da dove inizia la cascata, seduti su un prato, e poi chiudendo gli occhi per ascoltare il suo “grido“.

 

 

RONDINI IN PISCINA

Inizierò con una banalità.

In molti già da tempo si stanno chiedendo dove sono finite le rondini.

E’ vero ce ne sono sempre meno, colpa dell’urbanizzazione e dei pesticidi (dicono).

Però l’altro giorno ho fatto una scoperta sconvolgente: le rondini non sono sparite, non si vedono in giro perché sono andate tutte in piscina  (e hanno pure ragione:  con questo caldo !!!)

Certo a loro non serve il bikini e neanche il costume intero, non serve la cuffietta, figurarsi le ciabattine.  Dell’asciugamano non sanno che farsene e neanche dell’istruttore di nuoto.

Infatti non esiste uno stile “rondine” , le rondini non nuotano contrariamente ai delfini che nuotano a stile delfino e alle rane che nuotano a stile rana,

( E lo stile farfalla? Chissà le farfalle come hanno fatto a imparare a nuotare).

Eccole lì allora le rondini, a bordo piscina o più classicamente sul filo.

Ma la piscina dov’è?

La piscina è un prato, sono tanti prati, inondati dall’acqua delle roggia di irrigazione;  arriva da lontano, scorre veloce dentro ai canaletti secondari, si tuffa dentro ai tombini che passano sotto la strada di campagna, riemerge dalla parte opposta gorgogliando e cerca la prima chiusa che le permette di uscire, di scavalcare la soglia di pietra e spandersi lentamente tra i fili d’erba.

Eccola allora la piscina, un velo d’acqua di pochi centimetri dove è impossibile annegare (a meno di essere una lucertola imprudente) uno specchio liquido che riflette l’azzurro del cielo.

E allora le rondini a turno si lanciano in voli radenti, volteggiano come un tuffatore olimpionico, catturano a bocca aperta ignari moscerini e poi tornano sul filo.

Dicono che con la diminuzione degli allevamenti e delle stalle, i prati stabili, le marcite,  compensano in parte la diminuzione degli insetti di cui le rondini si cibano.

Certo nei paraggi ci deve essere anche una abitazione rurale, una cascina, un cascinale o anche una villa,  meglio se con piscina.

 

PETIT DEJEUNER

Svasso maggiore (Podiceps cristatus)
Svasso maggiore (Podiceps cristatus)

” Guarda !  Si è tuffato ! ”

” Sì, l’ha fatto anche prima,  ha portato un pesciolino ai suoi piccoli ”  – dice la signora appoggiata alla balaustra sul lungolago.

E’ una bella signora abbronzata, vestita di nero.

I piccoli non sono così piccoli, già non stanno più sul dorso della madre che li tiene d’occhio mentre il padre si aggira nei fondali sfruttando le sue grandi doti di apnea.

La signora vestita di nero espone un banchetto con bambole di pezza, vecchi giocattoli e libri usati dai titoli improbabili in questo mercatino delle robe vecchie che un po’ stride con il contesto salottiero e turistico che è appena di là delle strada.

Lo svasso riemerge dopo un tempo che a noi sembra infinito con nel becco un altro bel pesce e va ad imboccare i suoi pargoli.

L’acqua del lago oggi è di un blu cobalto,  in cielo non c’è una nuvola.

“L’ha fatto ancora!”  dico alla signora mentre ci avviamo al traghetto.

E lei: “Ha visto?  Sono davvero teneri”.

 

LA VOLPE E L’OCA

NO, questa non l’ha scritta Esopo… e neanche Fabio Volo…. e neanche Michela Murgia.

Potremmo azzardare una finzione letteraria tipo quando si finge di ritrovare uno scritto inedito di qualcuno in fondo ad un cassetto di una polverosa scrivania in una polverosa soffitta.

Ma chi ci crederebbe?

E allora diamo merito ad Esopo per i suoi “La volpe e l’uva”  e “Il corvo e la volpe”  e passiamo  dalle favole alla realtà.

Perchè Volpoca non è un neologismo come non lo è Gattopardo (che è un animale realmente esistente anche se taluni pensano che sia solo un romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa).

Un attimo:  se voi pensate che Volpoca sia una volpe che  si comporta in modo giulivo, vi devo subito deludere.

Trattasi invece di un’anitra, sì di un uccello acquatico, che si è guadagnata questo nome grazie ad una curiosa abitudine.

Depone le sue uova nelle tane abbandonate dalle volpi.

Una specie di subaffitto, visto che anche le volpi amano abitare tane costruite in precedenza da altri animali.

Perchè se n’è andata la volpe?  Doveva andare ad assaggiare l’uva? O a far cadere il formaggio dal becco del corvo?

E come fa la Volpoca a sapere che la volpe non torna?

Va beh, ma qui c’è un altro mistero.

La Volpoca (Tadorna tadorna) è una grossa anitra (55-65 cm) dalla livrea particolare : il maschio ha collo verde scuro e becco rosso, corpo bianco con bande nere sulle ali e una fascia color cannella tra il collo e la parte anteriore del dorso, impossibile confonderla con altre anatre.

La femmina è più piccola con gli stessi colori ma con macchia bianca sotto l’occhio e senza protuberanza sul becco.

Prelilige le acque salmastre dove si ciba di vegetali ma integra la sua dieta anche con piccoli animali (non è vegana). Abita in maniera stabile le coste atlantiche del nord Europa ma è comunissima anche nei laghi dell’Asia Centrale dove avviene la nidificazione estiva e in Nord Africa dove va a svernare.

In Italia è stanziale in Sardegna e nell’alto Adriatico  e svernante in Puglia e Sicilia.

Cosa ci fa allora una coppia di Volpoche nel Parco del Ticino? Si sono perse o hanno avuto un’offerta con BR&B ?