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E’ TUTTA QUESTIONE DI BRATTEE

Cornus florida

Che se non ce l’hai nessuno ti nota.

E’ come mettersi il mascara sulle ciglia e l’highliner sul bordo occhi.

Questo devono aver pensato queste piante del genere cornus.

Il corniolo nostrano ovvero Cornus mas ha fiori piccolissimi e gialli che spuntano molto presto quando ancora le piante tutto attorno nei boschi o nei parchi non hanno foglie ma agli osservatori più attenti non può sfuggire la nuvola gialla e leggera della sua chioma fiorita.

I suoi fiori però non hanno brattee.

Le brattee sono invece presenti in numerose altre specie di cornus come ad esempio il Cornus florida, un arbusto o piccolo albero originario dell’ America settentrionale dove fa parte della flora spontanea mentre  da noi è diventato una pianta ornamentale.

Si è acclimatato bene e lo troviamo fino a 1200 metri di altitudine.  Preferisce estati fresche e terreni acidi o sub-acidi e ha una crescita molto lenta (perfetto per i giardinieri pigri: dove lo mettiamo sta)

Le brattee, che sono poi false foglie  ovvero foglie “petalose” possono essere rosa, bianche o rosse e resistono sulla pianta a lungo; le foglie poi, quelle vere, in autunno di colorano di rosso (cosa possiamo volere di più?)

Se il “florida arriva da ovest”  da est invece ci arriva un altro corniolo:  il Cornus kousa.

Originario di Cina Giappone e Corea è stato importato negli U.S.A.  attorno al 1875 e gli americani ne hanno ricavato diversi ibridi prevalentemente con brattee di colore bianco panna e frutti che assomigliano nella forma ai Litchi.

Cornus Kousa
Cornus Kousa frutti

Simile per portamento e esigenze colturali al Cornus florida, il Kousa si distingue facilmente perchè ha le brattee a punta e non arrotondate come il cugino occidentale.

Cornus Kousa

Ma a questo punto qualcuno si chiederà: a cosa servono le brattee?

Beh, oltre a rallegrare i nostri occhi (e il cuore) hanno due funzioni principali:  quella di attirare gli insetti impollinatori e altre volte anche quella di proteggere il fiore come esempio nelle Aracee.

Gigaro – Arum italicum

Altri esempi celebri e forse inaspettati di fiori con falsi petali ovvero brattee sono  le ortensie, le bouganvilee, gli anthurium, le euphorbie tra le quali il caso più eclatante è quello della “Stella di Natale

ma anche la Davidia involucrata  o Albero dei fazzoletti… utile anche  se mai vi venisse da piangere.

Davidia involucrata

 

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IL VIBURNO DI COPPI

L’ultima curva,  prima del cartello… quella  curva che dopo una decina di chilometri di dolce e tortuosa salita spalanca davanti ai tuoi occhi un pugno di case affacciate a mezzogiorno alle montagne dell’appennino ligure; lontano ancora, eppure presente, il richiamo del mare.

E’ vero;  ogni volta mi emoziono ma non posso farci niente…è così.

Il cartello dice:  CASTELLANIA (adesso Castellania Coppi)

Certo, bisogna salire fin qui non da turisti, percorrere i sentieri di questi colli  tortonesi che già guardano all’Emilia e all’Oltrepò Pavese senza fretta… terre bianche argillose, patria di vitigni come il Croatina e il Freisa.

Serntiero e roverelle

Ma dove la zappa del contadino esita la vegetazione spontanea riprende il sopravvento  guidata dalla roverella; allora è possibile incontrare boschetti di frassino, olmi, a volte boscaglie rade dove dominano gli arbusti (biancospino, rose canine, prugnoli e peri servatici… e il viburno).

Perchè ho scelto proprio lui per raccontare l’emozione di questo viaggio non lo so. I miei sono sempre incontri non programmati, come quando ho incontrato quassù le orchidee.

Lantana viburnum

Lui, il viburno (Lantana viburnum) è un arbusto tipico della fascia collinare sia alpina che appenninica. E’ un tipo che ha bisogno di luce e di terreni calcarei, infatti cresce ai margini dei boschi ma poi si allarga: è una di quelle piante capace di colonizzare i terreni nudi e in questo molto utile per rinsaldare il terreno e diminuire il rischio frane.

Le sue infiorescenze bianche ad ombrello profumano l’aria primaverile e attirano gli insetti, i frutti rossi e neri a maturazione ne fanno una pianta ornamentale anche in autunno (attenzione però, sono velenosi) le foglie  ovali e pelose profondamente incise, non si lasciano molto spostare dal vento come quelle dei pioppi poco sopra di lui e neanche dal vento della bici di Fausto, quando sfrecciava su queste strade, garzone di salumeria, ignaro ancora del suo destino.

E forse Coppi era ignaro anche di sfiorare nella sua corsa i viburni (o forse no, lui figlio di contadini).

Così io, lentamente, camminando su questi sentieri, faccio miei non solo i ricordi ma anche questi alberi, questa terra, questa atmosfera.

(Ah, ecco, il titolo è sbagliato.  Il viburno non è di Coppi:  è il mio.)

BACCHE BLU

Di che colore sono le bacche nel paese dei Puffi?

Lascio a voi immaginare,  ma non è difficile. Forse è più difficile capire esattamente cosa è una bacca ma anche qui rimediamo subito…

bacca s. f. [lat. baccabaca]. – 1. In botanica, frutto completamente carnoso, senza endocarpo legnoso, spesso di notevoli dimensioni, con un solo seme (per es., il dattero) o più semi (come il pomodoro); si differenzia dalla drupa, che è caratterizzata invece dall’endocarpo lignificato.   (da Enciclopedia Treccani on line)

La bacca blu più succulenta è sicuramente il mirtillo (Vaccinium myrtillus L. ) che cresce nei boschi di collina. Peccato che quando ci vado io i puffi sono già passati e non me ne lasciano neanche uno.

mirtillo nero
Fiori di mirtillo nero

Il mirtillo è diventato ormai un “superfood” per le sue decantate proprietà antiossidanti. Sarà per questo che i puffi hanno la pelle blu?

Dal mirtillo al mirto il passo è breve,  anzi no, perchè si cambia totalmente ambiente. Il Mirto è un arbusto tipico della macchia mediterranea… ma vuol dire anche Sardegna nell’immaginario collettivo, vuol dire anche liquore digestivo (da prendere anche nel caso questo articolo risultasse pesante).

Mirto

Se invece vogliamo brindare alla salute del grande puffo non ci resta che affidarci al Ginepro (Juniperus communis), albero o arbusto della famiglia dei cipressi che cresce bene in ambienti con poca disponibilità di acqua, quindi nella macchia mediterranea ma anche in montagna dove l’acqua ghiaccia per il freddo.

(Va bene, il Grande Puffo godrà del liquore fatto con le bacche blu del ginepro ma all’occasione potranno essergli utili anche in caso di infezione delle vie urinarie).

Juniperus communis

Nel paese dei puffi le bacche sono blu ma i fiori possono essere bianchi e rosa come quelli del Lauro Tino  o Lentaggine. Le foglie sono coriacee e sempreverdi, il portamento a cespuglio ma anche a piccolo albero e la pianta fiorisce tutto l’inverno portando allo stesso tempo i fiori riuniti in graziose ombrelline e i piccoli frutti blu metallico dalle estremità affusolate.

bacche di lauro tino
Fiori di Lauro tino

Ma le bacche più blu di tutte, più blu del blu, oserei dire, sono quelle del Mughetto giapponese (Ophiopogon japonicus) un’umile erba dalle foglie nastriformi e coriacee che si espande nel terreno grazie a gli stoloni delle sue radici e forma tappeti estesi (e come tappezzante viene infatti usata dai giardinieri) Se il fiore è una spighetta bianca e insignificante, le sue bacche blu sono davvero spettacolari.

bacche di mughetto giapponese

Abbiamo finito?

Di bacche blu ce ne sarebbero molte altre ma voglio concludere segnalando solo il Clerodendron trichotomum che al blu delle bacche aggiunge il rosso dei calici che aperti a petalo fanno assomigliare il frutto a un fiore.

Clerodendron frutti

Ma anche i fiori bianchi e profumati di questo piccolo albero giapponese sono una piccola grande attrazione (anche per le api, va da sé).

Fiori Albero del destino

Il Clerodendron trichotomum è conosciuto anche come Albero del destino.

Kleros in greco è la fortuna,  dendron è l’albero;  e che nel proprio destino ci sia fortuna è un gran bell’augurio,  anche nel paese dei puffi.

VITE VERGINE

Parthenocissus quinquefolia

Mah… dobbiamo litigare?

Se la vite sia vergine oppure no a me non importa, non saprei neanche come fare a scoprirlo perciò lasciamo stare.

Se vogliamo litigare sul serio però possiamo discutere su un’altro appellativo  della vite vergine ovvero “vite americana“.

Quando in autunno vediamo le sue foglie di rosso brillante avvinghiarsi ai tronchi degli alberi o tappezzare i muri delle case, dei muri di recinzione, poco ci importa è vero capire esattamente di che specie si tratta.

Parthenocissus tricuspidata

Quelli più attenti avranno notato che a volte le foglie sono divise in cinque “petali” altre  volte sono palmate  con tre lobi appuntiti.

La vite canadese (Parthenocissus quinquefolia) ha le foglie raccolte in gruppi di cinque sullo stesso picciolo; la vite americana ( Parthenocissus tricuspidata) ha foglie singole trilobate che ricordano quelle della vite da uva e, rispetto alla prima, è ancora più vigorosa.

NO, attenzione! ci dice Mizio Ferraris, botanico e divulgatore scientifico di Piante in viaggio. la Parthenocissus tricuspidata è originaria della Cina e del Giappone e quindi non è americana ma asiatica.

Il Parthenocissus tricuspidata – aggunge Daniela Romano de “Il giardino fiorito” –  fu importato in Europa verso la metà del secolo scorso. L’introduzione della specie la si deve a John Gould Veitch, che lavorò per il Royal Exotic Nursery di Chelsea, verso la metà del 1800; l’attributo specifico che si conserva tra i sinonimi (Ampelopsis vetchii) è proprio a suo ricordo. La specie si è ormai naturalizzata in Europa al punto che è stata ritrovata allo stato spontaneo in alcuni boschi della Slovenia fino a 2.100 m di altitudine.

La tricuspidata Ampelopsis vetchii pare si sia naturalizzata molto bene anche negli Stati Uniti d’America o U.S.A. tanto che da quelle parti viene chiamata anche Boston ivy  ovvero edera di Boston.

Ci avete capito qualcosa?

Va beh, io  intanto ho scoperto un’indizio interessante sulla verginità della vite:

Le viti ornamentali sono considerate “sterili”, ovvero non idonee alla vinificazione: in effetti il nome stesso parthenocissus deriva dal greco e significa “edera vergine”.

Ulteriori informazioni su:   www.giardinaggio.it 

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Ah, dimenticavo, le bacche delle viti vergini , anche se sono così carine, sono purtroppo velenose.

Ampelopsis brevipeduncolata – bacche

IL BOSCO BAGNATO

Ho avuto per un attimo anche io la tentazione  di pensarlo così,  solo e triste, sotto la pioggia, le foglie cadute e appiccicate al terreno, i rami neri e inzuppati d’acqua sotto un cielo freddo…

E invece chi l’ha detto che il bosco può essere poetico solo se è di aghifoglie?  Pure le latifoglie sanno esserlo, anche se non c’è Ermione la musa di D’Annunzio della “Pioggia nel pineto“.

Così ecco la chioma gialla di un gelso riparare dalla pioggia (forse) un’antica pietra, alberi che si specchiano nell’incavo di un antico mortaio, che lanciano rami spogli come braccia verso  la cappa di nubi…

ecco funghi che si arrampicano ordinatamente in fila sul tronco di un albero come dieci piccoli indiani e bacche di fusaggine con la goccia al naso.

Più avanti ecco un gruppo di amanite citrine su un letto di molinia e foglie di quercia rossa, poi  piccole foglie gialle come coriandoli sospesi….

 

Tutto questo abbiamo visto la ragazza che si allenava di corsa nel bosco, il ciclista che percorreva stretti sentieri fiancheggiati dai rovi, l’uomo che portava a spasso il cane….. e io.

 

ASPARAGO TENUE

Asparagus tenuifolius

Asparago è una pianta, anzi sono molte piante, in italia ben 8 specie, alcune delle quali coltivate (Asparagus officinalis)  altre selvatiche  presenti su tutto il territorio nazionale o solo in alcune regioni.

Asparago è una parola che arriva dalla Persia ma passa prima dalla Grecia e significa “germoglio”.

Nel tempo sono state chiamate “asparago” (selvatico in questo caso) molte piante di cui si raccolgono i giovani germogli: il Luppolo, ad esempio o anche il Tamaro  o vite nera il pungitopo (Ruscus aculeatus) e altre.

L’asparago selvatico (Asparagus acutifolius) in molte regioni italiane del Centro e del Sud, è quello che punge.

Asparagus acutifolius – Photo by Giancarlo Pasquali
frutti Asparagus acutifolius

E se non punge?  Che asparago è?

Guardo queste bellissime bacche rosse, in questo autunno pieno di bacche (biancospini, ligustri, palle di neve, cappelli del prete…) e ovviamente capisco che si tratta di una pianta femmina.

L’asparago è una pianta dioica cioè esistono piante maschili (quelle di cui raccogliamo i germogli o turrioni) e quelle femminili che non ci servono a scopo alimentare ma che in questa stagione creano questo bellissimo effetto, tenue, come la luce che filtra nel sottobosco, (siamo in un bosco misto di farnia a ridosso del fiume) come la temperatura gradevole e l’aria un poco umida di queste mattine di ottobre, come le foglie sottilissime, filiformi… tenui.

fiori asparagus tenuifolius – Asparagina

Allora si tratta di Asparagus tenuifolius anche lui saccheggiato in primavera dei germogli maschili e chiamato comunemente Asparagina. Ma attenzione la raccolta è severamente regolamentata nelle varie regioni italiane.

L’asparago selvatico ha un gusto più deciso rispetto a quello coltivato e ha numerose proprietà: diuretiche, disintossicanti, depurative, antiossidanti (deve fare attenzione però chi ha problemi di reni).

Altra caratteristica degli asparagi  è l’odore che lasciano nelle urine, un metilcaptano (mi dicono)  che si forma nel nostro corpo con il consumo alimentare, penetrante e sgradevole e che viene eliminato appunto attraverso la pipì.

Per chi vuole saperne di più:

http://www.altovastese.it/flora-2/asparagi-le-8-specie-presenti-in-italia-come-riconoscerli-raccoglierli-e-coltivarli/

https://www.greenme.it/mangiare/di-stagione/23886-asparagi-selvatici-proprieta-quando-raccoglierli

 

BIOMASSE

La massa c’è, inutile negarlo… indubbiamente è anche bio. Però quanto spreco, mi dico.

Se un tempo tutto questa massa diventava energia adesso, con ogni probabilità andrà ad interrare anche questa palude?

La palude, si sa, non evoca sensazioni positive;  ambiente malsano, zanzare, malaria, acque basse e fango che appesantisce il cammino, lo blocca, palude come inerzia, dove niente sembra muoversi.

Da qualche tempo non è più così; gli ambienti umidi sono stati rivalutati come luoghi d’elezione per diverse specie di piante e di uccelli e quindi tutelati per la loro biodiversità ma…

Sono ambienti che vanno gestiti, altrimenti lei si mangerà tutto.

Lei chi?

La cannuccia di palude ovvero Phragmites australis.

E’ una pianta cosmopolita diffusa in quasi tutto il mondo dove predilige ambienti umidi, come stagni ruscelli, margini dei laghi, sopporta anche acque leggermente salate.

Una pianta dallo sviluppo vegetativo veloce e robusto con fusti sottili alti fino a 4 metri e foglie lunghe e strette, dal margine tagliente; le sue virtù ambientali sono ormai note: è capace di restituire molto ossigeno all’ambiente ma anche di assorbire le sostanze nocive presenti nell’acqua attraverso microorganismi che vivono in simbiosi con le sue radici (Ma non dimentichiamo il riparo offerto agli uccelli).

Qui, negli stagni della fito-depurazione o affinamento depurativo a valle del depuratore di S. Antonino Ticino, la cannuccia di palude è stata introdotta dall’uomo, anche se nei paraggi ve n’erano un po’ di esemplari e comunque sarebbe arrivata lo stesso.

Nell’acqua profonda da un metro a pochi centimetri la cannuccia di palude aggrappa le sue radici dentro al fango; le radici si sviluppano orizzontalmente, formano un reticolo esteso dal quale, anno dopo anno i nuovi germogli produrranno nuovi fusti allargando sempre di più la superficie del canneto e assorbendo sempre più acqua.

Altro che palude ferma, altro che pantano!

Beh, no, il pantano rimane ma diventa sempre più secco, si mescola a tutte le cannucce in decomposizione dell’anno appena trascorso, una bio-massa enorme (migliaia di metri cubi, che non vengono utilizzati).

E invece quanta energia c’è dentro questi steli di paglia.

Un tempo venivano utilizzati in molti modi: come copertura dei tetti, (in Italia erano tipici i “casoni” veneti) o per farne stuoie, graticci, ceste, paraventi ma anche pipe e perfino imbarcazioni.

“casone veneto”

Le pannocchie che si presentano come morbidi piumini venivano utilizzate come per farne scopini.

Gli indiani d’America invece macinavano i piccoli  semi per ricavarne farina o mangiavano i teneri germogli bolliti come verdura, usanza questa che li accomuna, dall’altra parte del mondo con i Cinesi.

Qui in occidente può anche essere utilizzata nell’edilizia nei pannelli isolanti…  o in una casa dei “Tre porcellini”.