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CALIFORNIANO CIANOTICO

Ceanothus Thyrsiflorus repens

Certo che “californiano cianotico” è un bel paradosso, un ossimoro… no, un’iperbole no… insomma inventatevi voi un’altra figura retorica.

Ciò che non è retorico è la natura di questo blue blossom (fiore blu) anche se ancora sento a crederci che uno che viene dalla California sia cianotico…

Di questo Ceanothus thyrsiflorus repens ovvero Lillà della California, quello che balza subito aglio occhi è il colore blu/turchese dei suoi fiori riuniti in pannocchie, sono le sue piccole foglie coriacee, verde brillante e seghettate, è il portamento strisciante che fanno di questo arbusto delle Rhamnaceae una pianta particolarmente adatta alle bordure delle aiuole.

S. Maria del Monte (VA)

E proprio qui l’abbiamo trovato, dove tra l’altro non ce lo aspettavamo. Dalla California alle Alpi, anzi alle Prealpi e più esattamente quasi in cima alla via sacra delle Cappelle che conduce al Santuario di S. Maria del Monte.

Si’ in fondo ha un senso visto che questa pianta può resistere fino ai -5/-10 ° e quindi agli inverni italiani degli 800 metri di quota.

Ceanothus arboreus

Della stessa famiglia e zona d’origine il suo parente alberello (oddio, mica tanto alberello visto che può raggiungere anche i 10 metri di altezza) ovvero il Ceanothus arboreus, questo sì davvero somigliante al nostro Lillà.

Qui però non l’ho visto. Forse lo scoprirò per caso in una prossima passeggiata.

NANDINA LA DOMESTICA

Ha prestato servizio nelle migliori famiglie. Per questo è così umile. Di lei si dice che è molto brava a far da mangiare ma non è buona da mangiare. Che governa la casa benissimo ma non pulisce il water… e non è neanche filippina.

Infatti è originaria di una vasta zona dell’Asia che va dall’Himalaya al Giappone. Di lei in Occidente non se ne sapeva nulla fino al 1804 quando il nobile Inglese Wiliam Kerr la portò con sè dalla Cina.

Ma non si poteva chiamarla “filippina” e allora ci pensò Carl Peter Thunberg, botanico svedese, allievo di Linneo, che si ispirò al nome con cui viene chiamata in Giappone, ovvero Nan-Ten.

La Nandina domestica è una pianta a portamento arbustivo, raggiunge anche i 180-200 cm con foglie piccole, ovali o lancelolate molto esili e di colore variabile dalla primavera all’estate fino all’autunno dove assumono i toni del rosso e dell’arancio e non cadono se non fa troppo freddo. I fiori bianchi non sono molto appariscenti, le bacche rosse e tossiche restano sulla pianta tutto l’inverno per questo viene chiamata anche Agrifoglio dell’Oriente.

Certo che noi occidentali siamo riusciti a sminuire di significato anche questa pianta che in oriente è considerata una pianta sacra (infatti è conosciuta anche come Bambù sacro) e piantata in prossimità dei templi come protezione dalla sfortuna.

E in Europa? Come molte altre piante esotiche è apprezzata e utilizzata soprattutto a scopo ornamentale. Come molti altri immigrati ha dovuto abbassare il suo status e fare lavori meno pagati di quelli che avrebbe fatto in patria.

Così abbiamo preso questa pianta e l’abbiamo messa in vetrina (in vendita, come facciamo a volte anche con gli esseri umani) solo per la sua bellezza.

Un vero peccato!

E LA’ IN FONDO… IL MARE

Sono qui da poche ore, respiro l’aria leggera di questa parte della costa ligure.

Solo ieri non pensavo di venire ed invece eccomi qui.

E’ una sensazione strana ma piacevole. Paesaggio ancora verde, case a ridosso della collina e serre, fiori e frutti di novembre che da me non ci sono.

Se il mirto ha i frutti c’è un’altra pianta che gli assomiglia, se non altro per le foglie, che adesso è in fiore la Polygala myrtifolia o Mirtifoglio, un arbusto sempreverde che resiste bene al freddo e alla salsedine e può essere utilizzato come siepe, i suoi fiori rosa e bianchi sono molto persistenti sulla pianta.

Anche il finocchio di mare (Crithmum maritimum L.) ha un buon rapporto con il sale (marino) ma cosa ci fa qui? Non cresce di solito sulle scogliere accarezzate dalle onde?

Sono in una specie di parco dove piante spontanee tipiche della macchia mediterranea si mi mischiano ad altre probabilmente messe a dimora intenzionalmente da qualche giardiniere.

Così abbiamo un bell’esemplare di arancio amaro e un Corbezzolo (Arbutus unedo) un altro arbusto o alberello sempreverde dai fiori simili all’erica (infatti è un’ericacea) e dai frutti coloratissimi e salutari.

E se parliamo di macchia mediterranea non possiamo dimenticare il Lentisco (Pistacia lentiscus), e non posso perchè è proprio lì a pochi passi dal Corbezzolo con i suoi grappoli di bacche minute e rossastre. E’ una pianta parente del pistacchio dalle innumerevoli proprietà benefiche.

Dimentico qualcuno?

Ah sì, una piovra, proprio lì in mezzo al prato, anzi no, non è una piovra ma una famiglia di Aloe vera. (anche Aloe barbadensis Miller )

E’ una pianta perenne appartenente alle Xerofile, chiamata dagli Arabi Alloeh, dai Cinesi Alo-hei, prese il nome Barbadensis dalle isole Barbados, nonostante la sua origine fosse la costa orientale dell’Africa. Oggi si trova anche lungo le coste del Mediterraneo. 

(da https://www.lerboristeria.com/erbario/aloe.php )

Le proprietà cosmetiche del suo gel erano già conosciute ai tempi di Cleopatra come maschera di bellezza.

E a proposito di bellezza chi avrà disseminato le bacche delle Belle di notte ovvero Mirabilis jalapa che crescono proprio ai bordi della stradina che delimita il parco?

Scusate, mi sono fatto trasportare dall’entusiasmo per questo panorama per me insolito e forse ho esagerato un po’ con le descrizioni botaniche ma quello che conta è il clima sereno che si respira qui

perchè anche se non si vede non si può fare a meno di intuire che laggiù c’è il mare.

LA BRUGHIERA A SAN MARTINO

No, tranquilli. La brughiera è sempre quella di Gaggio.

Ma vi siete mai chiesti come può essere la brughiera nell’estate di S. Martino?

Eccovi accontentati.

C’è ancora molto rosso e una luce stupenda che penetra tra foglie e un cielo blu che più blu non si può.

In questa brughiera boscata così diversa dalle distese di bassi cespugli delle brughiere del Nord Europa, le radure si alternano al bosco, i pini si alternano alle querce, i pioppi tremuli fanno da sponda ai sentieri e il brugo ormai secco ha assunto un colore marroncino.

Cammino su un sentiero dove sono caduti tronchi di betulla, qualche cavalletta azzurra ancora saltella qua e là, incontro anche qualche fungo margherita ormai seccato dal vento di ieri.

Più avanti incontro un calesse con due cavalli e due persone sedute a cassetta,

Il verde del sottobosco (a novembre !!) mi accoglie poco dopo in un bosco di farnie.

E’ un panorama familiare dove davvero mi sento a casa ma penso a tutti quelli che non ci sono mai stati e che non immaginano quanto affascinanti possono essere queste “sterpaglie”

Ecco ho già detto troppo perchè ancora una volta le immagini dicono molto di più delle parole ma un’ultima cosa la voglio dire (a chi lo sapete):

“Perchè volete toglierci questa meraviglia in nome del dio denaro?”

LA GRANDE SETE

Per raccontare questo lungo periodo di siccità che non accadeva, dicono da almeno 70 anni, potevo iniziare con le immagini dei fiumi in secca… come ho fatto,

potevo iniziare dalle foto delle colture bruciate dal sole e dai raccolti persi (come ho fatto anche qui),

potevo iniziare dalla sfilza di articoli di stampa sull’argomento apparsi sempre più negli ultimi tempi ma, tranquilli, ve ne metto solo alcuni in fondo a questo articolo.

Voglio invece parlarvi di due fatti che mi hanno toccato da vicino. Il primo è un articolo sugli effetti della siccità per le api: le piante di difendono dal caldo immagazzinando acqua e producendo meno polline, le alte temperature poi fanno appassire velocemente i fiori dando così meno tempo alle api per raccogliere il nettare per alimentare le larve nell’alveare e di nutrire adeguatamente l’ape regina e tutte le operaie.

Il gran caldo poi rischia di far colare la cera e di portare al collasso tutta l’arnia e la morte delle api. Gli apicoltori rimediamo come possibile con acqua e prodotti proteici ma quanto potrà durare?

Non solo quindi danni all’apicoltura ma la mancata impollinazione da parte delle api mette a forte rischio ancora una volta la biodiversità

https://www.informazioneambiente.it/gli-effetti-della-siccita-sullapicoltura-i-rischi-e-le-conseguenze-per-la-api/

Il secondo fatto che ho potuto constatare direttamente con i miei occhi è la sofferenza estrema che la grande sete ha prodotto anche in una “dryland” come la brughiera.

Fa una certa impressione vedere i cespugli di brugo “arrostiti” dalle ondate di calore, le piante di quercia rossa completamente seccate o altri alberi come il pioppo tremulo e il prunus con le foglie “appassite

Brughiera 2022

Un confronto con l’anno 2021 mostra molto bene la differenza e i danni prodotti.

Brughiera 2021

Ecco alcuni link di approfondimento come promesso (… o minacciato)

https://www.meteo.it/notizie/siccita-e-caldo-in-italia-incendi-triplicati-nel-2022-1ddc6eaa

https://www.raiplay.it/video/2022/03/La-grande-sete—Puntata-del-21032022-3732efd4-dc5b-4f72-86ec-384c00f51e54.html

SPIREA SALICIFOLIA

Se lei non fosse esistita forse non esisterebbe neanche la Bayer, o forse esisterebbe ma farebbe altro.

E’ una rosacea originaria della Cina e Siberia orientale che ama un clima boreale temperato fresco.

Arrivata da noi nel 1700 come pianta ornamentale è poi sfuggita alla coltivazione (come molte altre specie) e si è naturalizzata diffondendosi in quasi tutta l’Italia settentrionale.

La possiamo incontrare ai margini dei boschi, in spazi incolti lungo fiumi e torrenti, comunque in luoghi freschi fino a 1800 m. slm. dove si sviluppa come arbusto con una altezza tra 1 e 2 metri.

I suoi fiori rosa tenue o bianchi, riuniti in pannocchie si possono osservare da maggio a giugno ma in montagna anche in luglio/agosto.

Nel dettaglio assomigliano molto a quelli del biancospino.

Il nome, neanche a dirlo, deriva dal greco spéira” = “benda o corona“; le foglie simili al salice la distinguono dalle sue sorelle, in primis dalla japonica ma poi abbiamo anche la betulifolia, quella a foglie di olmo, di iperico, di camaedrio ecc….

Ma torniamo alla Bayer e a un chimico tedesco di nome Hoffman che nel 1859 lavorò l’acido salicilico scoperto vent’anni prima su questa pianta e ne ricavò l’acido acetilsalicilico a cui poi la Bayer diede il nome di “aspirina“.

Insomma la Spirea salicifolia è una pianta, bella, utile, selvaggia…

chissà se anche gli insetti e le farfalle la usano quando hanno il mal di testa.

Stictoleptura rubra su Spirea salicifolia
Tabacco di Spagna su Spirea salicifolia

NATURA URBANA

C’è un cane che abbaia da dietro la ringhiera. No, mi dico, non era questa la musica che aveva pensato Lucio Battisti per questi fiori di pesco che spuntano selvatici aggrappati alla ripida riva di un torrente in secca.

Mi sposto quel tanto che basta per far tacere il cane ma adesso un altro rumore mi invade, quello delle macchine che corrono sul viale a doppia carreggiata sul quale si affacciano palazzotti di pochi piani tutti dotati di verde condominiale (conifere e magnolie fiorite, sono gli alberi che da qui riesco a distinguere).

Il verde in apparenza non c’è… e invece è dappertutto. Si, anche a dispetto di questo torrente che attraversa la città prigioniero dell’uomo e dei suoi capricci perchè ha voluto spostarlo più volte dove gli faceva più comodo.

Ma lui, il torrente è ancora un piccolo corridoio naturale con le sue sponde dove alberi di tutti i paesi hanno piantato le loro radici (una Pawlonia spunta da dietro un palazzo con lo sfondo di una ciminiera, più avanti robinie, gelsi, noccioli, qualche alloro e l’invadente ailanto.

Piante nostrane e aliene, rovi e poi fiori scappati di casa, anzi dai giardini che fanno da contrappunto a una fila di case di edilizia popolare.

E allora che ci fa qui la nobile magnolia? E sarà più nobile lei o il giardino del palazzo dove cresce?

Sarà, ma io amo di più le erbe spettinate, quelle senza fissa dimora, che quando le guardi ti sorprendi sempre di come abbiano fatto ad attecchire in un ambiente così ostile.

Certo non mi aspettavo di cogliere in un solo scatto ciliegi, vitallba e cannucce di palude.