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IL BOSCO BAGNATO

Ho avuto per un attimo anche io la tentazione  di pensarlo così,  solo e triste, sotto la pioggia, le foglie cadute e appiccicate al terreno, i rami neri e inzuppati d’acqua sotto un cielo freddo…

E invece chi l’ha detto che il bosco può essere poetico solo se è di aghifoglie?  Pure le latifoglie sanno esserlo, anche se non c’è Ermione la musa di D’Annunzio della “Pioggia nel pineto“.

Così ecco la chioma gialla di un gelso riparare dalla pioggia (forse) un’antica pietra, alberi che si specchiano nell’incavo di un antico mortaio, che lanciano rami spogli come braccia verso  la cappa di nubi…

ecco funghi che si arrampicano ordinatamente in fila sul tronco di un albero come dieci piccoli indiani e bacche di fusaggine con la goccia al naso.

Più avanti ecco un gruppo di amanite citrine su un letto di molinia e foglie di quercia rossa, poi  piccole foglie gialle come coriandoli sospesi….

 

Tutto questo abbiamo visto la ragazza che si allenava di corsa nel bosco, il ciclista che percorreva stretti sentieri fiancheggiati dai rovi, l’uomo che portava a spasso il cane….. e io.

 

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ASPARAGO TENUE

Asparagus tenuifolius

Asparago è una pianta, anzi sono molte piante, in italia ben 8 specie, alcune delle quali coltivate (Asparagus officinalis)  altre selvatiche  presenti su tutto il territorio nazionale o solo in alcune regioni.

Asparago è una parola che arriva dalla Persia ma passa prima dalla Grecia e significa “germoglio”.

Nel tempo sono state chiamate “asparago” (selvatico in questo caso) molte piante di cui si raccolgono i giovani germogli: il Luppolo, ad esempio o anche il Tamaro  o vite nera il pungitopo (Ruscus aculeatus) e altre.

L’asparago selvatico (Asparagus acutifolius) in molte regioni italiane del Centro e del Sud, è quello che punge.

Asparagus acutifolius – Photo by Giancarlo Pasquali
frutti Asparagus acutifolius

E se non punge?  Che asparago è?

Guardo queste bellissime bacche rosse, in questo autunno pieno di bacche (biancospini, ligustri, palle di neve, cappelli del prete…) e ovviamente capisco che si tratta di una pianta femmina.

L’asparago è una pianta dioica cioè esistono piante maschili (quelle di cui raccogliamo i germogli o turrioni) e quelle femminili che non ci servono a scopo alimentare ma che in questa stagione creano questo bellissimo effetto, tenue, come la luce che filtra nel sottobosco, (siamo in un bosco misto di farnia a ridosso del fiume) come la temperatura gradevole e l’aria un poco umida di queste mattine di ottobre, come le foglie sottilissime, filiformi… tenui.

fiori asparagus tenuifolius – Asparagina

Allora si tratta di Asparagus tenuifolius anche lui saccheggiato in primavera dei germogli maschili e chiamato comunemente Asparagina. Ma attenzione la raccolta è severamente regolamentata nelle varie regioni italiane.

L’asparago selvatico ha un gusto più deciso rispetto a quello coltivato e ha numerose proprietà: diuretiche, disintossicanti, depurative, antiossidanti (deve fare attenzione però chi ha problemi di reni).

Altra caratteristica degli asparagi  è l’odore che lasciano nelle urine, un metilcaptano (mi dicono)  che si forma nel nostro corpo con il consumo alimentare, penetrante e sgradevole e che viene eliminato appunto attraverso la pipì.

Per chi vuole saperne di più:

http://www.altovastese.it/flora-2/asparagi-le-8-specie-presenti-in-italia-come-riconoscerli-raccoglierli-e-coltivarli/

https://www.greenme.it/mangiare/di-stagione/23886-asparagi-selvatici-proprieta-quando-raccoglierli

 

BIOMASSE

La massa c’è, inutile negarlo… indubbiamente è anche bio. Però quanto spreco, mi dico.

Se un tempo tutto questa massa diventava energia adesso, con ogni probabilità andrà ad interrare anche questa palude?

La palude, si sa, non evoca sensazioni positive;  ambiente malsano, zanzare, malaria, acque basse e fango che appesantisce il cammino, lo blocca, palude come inerzia, dove niente sembra muoversi.

Da qualche tempo non è più così; gli ambienti umidi sono stati rivalutati come luoghi d’elezione per diverse specie di piante e di uccelli e quindi tutelati per la loro biodiversità ma…

Sono ambienti che vanno gestiti, altrimenti lei si mangerà tutto.

Lei chi?

La cannuccia di palude ovvero Phragmites australis.

E’ una pianta cosmopolita diffusa in quasi tutto il mondo dove predilige ambienti umidi, come stagni ruscelli, margini dei laghi, sopporta anche acque leggermente salate.

Una pianta dallo sviluppo vegetativo veloce e robusto con fusti sottili alti fino a 4 metri e foglie lunghe e strette, dal margine tagliente; le sue virtù ambientali sono ormai note: è capace di restituire molto ossigeno all’ambiente ma anche di assorbire le sostanze nocive presenti nell’acqua attraverso microorganismi che vivono in simbiosi con le sue radici (Ma non dimentichiamo il riparo offerto agli uccelli).

Qui, negli stagni della fito-depurazione o affinamento depurativo a valle del depuratore di S. Antonino Ticino, la cannuccia di palude è stata introdotta dall’uomo, anche se nei paraggi ve n’erano un po’ di esemplari e comunque sarebbe arrivata lo stesso.

Nell’acqua profonda da un metro a pochi centimetri la cannuccia di palude aggrappa le sue radici dentro al fango; le radici si sviluppano orizzontalmente, formano un reticolo esteso dal quale, anno dopo anno i nuovi germogli produrranno nuovi fusti allargando sempre di più la superficie del canneto e assorbendo sempre più acqua.

Altro che palude ferma, altro che pantano!

Beh, no, il pantano rimane ma diventa sempre più secco, si mescola a tutte le cannucce in decomposizione dell’anno appena trascorso, una bio-massa enorme (migliaia di metri cubi, che non vengono utilizzati).

E invece quanta energia c’è dentro questi steli di paglia.

Un tempo venivano utilizzati in molti modi: come copertura dei tetti, (in Italia erano tipici i “casoni” veneti) o per farne stuoie, graticci, ceste, paraventi ma anche pipe e perfino imbarcazioni.

“casone veneto”

Le pannocchie che si presentano come morbidi piumini venivano utilizzate come per farne scopini.

Gli indiani d’America invece macinavano i piccoli  semi per ricavarne farina o mangiavano i teneri germogli bolliti come verdura, usanza questa che li accomuna, dall’altra parte del mondo con i Cinesi.

Qui in occidente può anche essere utilizzata nell’edilizia nei pannelli isolanti…  o in una casa dei “Tre porcellini”.

 

 

 

ABELIA A SAN BERNARDINO

Chiesa di S. Bernardino

La cupola bianca, ottagonale, forse un po’ anomina, sovrasta di poco le costruzioni vicine, palazzi  e case recenti.

La via è larga (come il suo nome); si attraversa saltellando sulle strisce pedonali con sosta sui marciapiedi in mezzo alla carreggiata (una specie di salto triplo) dopo essersi lasciati alle spalle il Duomo e Piazza Fontana.

Nel giardinetto sotto la cupola i fiori rossi delle begonie sono ancora la cosa che attira di più  di un giovane liriodendro e di un liquidambar, non ancora abbastanza adulti per farsi notare.

Più all’interno nella Piazza S. Stefano dove si affaccia anche l’omonima chiesa  le bici del bike sharing danno allo storico luogo un tocco di modernità. ( o di stonatura, proprio davanti a un’ossario come  quello di S. Bernardino;  non si fa.  Vi sembra?)

Piazza S. Stefano

Davanti alla porta di S. Bernadino c’è un barbone (infatti ha una bella barba);  altri clochard o senza fissa dimora sono seduti sulle panchine a lato della chiesa; stanno facendo colazione, chiaccherano, sembrano amici (cosa non scontata) si spostano nel vicino giardinetto con il fagotto delle loro poche cose, alcuni hanno accento dell’est Europa.

Cammino sul marciapiede a lato, mi sembra una provocazione passargli proprio sotto al naso, o forse temo mi chiedano soldi;  sta di fatto che in questo modo mi accorgo di una siepe di splendide rose bianche; oddio, splendide, sono un po’ sciupate dal freddo, ma è anche dicembre, ci sta.

Attraversato il traffico di auto e moto, tram lenti e pedoni veloci eccomi davanti a grandi cespugli fioriti di Abelia.

Stanno bene, a quanto vedo, nonostante lo stress per l’inquinamento, i decibel e tutte quelle luci accese anche di notte. (per loro dubito che valgano i consigli dei giardinieri su terreno e annaffiatura, ma tant’è).

IL genere Abelia vanta 15-20 specie sempreverdi  di origine orientale (Cina, Giappone) con piccole foglie ovali e fusti poco ramificati e rossicci  e fioritura estivo-autunnale (i piccoli fiori campanulati sono bianchi con una leggere sfumatura rosa e resistono sulla pianta fino ai primi freddi)

Abelia grandiflora

Il suo scopritore occidentale pare sia stato il dottor Clarke Abel, un medico che si trovava in Cina per una spedizione del Governo inglese nel 1816-17. Peccato, perchè aggiungendo una G iniziale avrebbe potuto assomigliare a un noto attore ed andarsene “Via col vento”.

La specie più diffusa a scopo ornamentale è un ibrido chiamato “Abelia grandiflora aurea variegata” (un nome che dice già tutto).

Importata in Italia attorno al 1880, si stabilisce sul Lago Maggiore, poi subisce il fascino irresistibile della città.

E così eccola qui.

Ma… chi gliel’ha fatto fare?

 

 

SECONDA CHANCE

Fusaggine in inverno

Cadere e rialzarsi.

A quanti di noi è capitato…

Dove siamo andati a pescare la forza che non credevamo di avere?

Chi ci ha aiutato in questa opera di rigenerazione?

Sicuramente gli esempi contano e ne troviamo molti anche nel regno vegetale.

Prendiamo il caso della Fusaggine o Cappello del prete (Euonymus europaeus), un arbusto dal fusto angoloso e verde anche d’inverno e dai piccoli fiori verdastri poco appariscenti.

Fioritura Fusaggine

Appariscenti sono invece i frutti a quattro spicchi  (come il cappello che un tempo portavano i preti) che quando  maturano diventano di un bel colore rosso fragola  e che celano semi grandi come chicchi di riso avvolti in una polpa arancio vivo.

Appariscenti e velenosi.

In primavera, come detto, questo arbusto autoctono e ampiamente presente nei boschi di pianura, non si nota granchè ovvero si nota per un particolare fenomeno negativo che lo riguarda.

E’ infatti il cibo preferito del bruco di una farfalla notturna: la tignola del biancospino (Hyponomeuta irrorellus o anche Hyponomeuta evonymellus).

bruchi Hyponomeuta evonimellus

Questi bruchi sono molto gregari e attaccano la pianta tutti assieme proteggendosi dai predatori con la costruzione di una ragnatela tra i rami della pianta stessa  in modo che a volte ne è completamente avvolta.

Quando si squarcia il velo, come in un letto a baldacchino medievale, della povera pianta non sono rimasti che i rami spogli.

Le foglie sono tutto per le piante. Sono loro che permettono di catturare la luce e compiere la fotosintesi; sono loro che assicurano la traspirazione, l’espulsione delle sostanze nocive.

Come ci sentiamo noi quando cadiamo in una crisi? Dov’è la luce che andiamo cercando? Cos’è quel peso che ci opprime a tal punto che ci sembra di non riuscire a respirare?

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… Passano alcuni mesi; passa l’estate, passa anche un po’ di autunno, con le sue temperature più fresche, con le prime nebbie ed ecco che avviene il miracolo, sì, proprio così, anche se si corre sempre il rischio di usare questa parola a sproposito.

Mentre tutte le altre foglie cadono, il cappello del prete, ricaccia piccole foglie rosse, piccoli e temerari boccioli biancastri.

Una specie di rivincita in vista di quella che sarà la prossima primavera.

IL PAREGGIO NON E’ PREVISTO

No, direi proprio di no.

Capita!  Specie quando una cosa è impareggiabile come questa brughiera d’autunno.

Quando non ci sono bellezze uguali.  Non dico più o meno belle, le altre al limite sono bellezze diverse.

La bellezza della brughiera è una bellezza per intenditori, per quelli che non amano i colori troppo carichi, le riviste patinate, il glamour eccessivo.

Cos’altro aggiungere?

No non voglio aggiungere più niente.

Le foglie giallo-arancio del Prunus serotina, il verde brillante dei rami di Ginestra, le distese di brugo che ancora conserva in molte parti il suo violetto, l’eleganza degli steli di molinia, così tutti assieme, con la luce pomeridiana di un sole di ottobre, hanno solo bisogno del nostro ammirato silenzio.

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MARIA TERESA IN BRUGHIERA

Brughiera di Gaggio – settembre 2017

No, certo che no.

Maria Teresa non può avere tutte le colpe.

Beh sì, è stata lei ad inventare il catasto e la successiva tassazione su case e terreni, antenata dell’attuale IMU (era il giorno 1 gennaio 1760)  è stata lei che fece demolire la chiesa di S. Maria alla Scala per costruirvi il “Teatro dell’Opera” (oggi Teatro della Scala) ed è stata sempre lei che ha espropriato ai gesuiti  l’orto botanico di Milano e l’osservatorio astronomico ma forse non è una colpa aver fondato l’Accademia di Belle Arti di Brera (1776).

Maria Teresa d’Asburgo – Imperatrice d’Austria

Certo Maria Teresa D’Asburgo imperatrice d’Austria ha fatto molte altre cose,  molte guerre, per esempio,  e molti figli compresa quella Maria Antonietta, sposa di Luigi XVI e finita sotto la ghigliottina durante la Rivoluzione francese per la pessima abitudine di mangiare a colazione solo brioches.

Con tutte le cose che aveva da fare dubito che Maria Teresa, per gli amici “Resel” (Teresina) sia mai stata in brughiera, quella brughiera che pure con i suoi atti di governo nel Lombardo-Veneto, allora sotto il dominio austriaco, ha contribuito profondamente a modificare.

Prendiamo ad esempio gli astronomi di Brera.

Mentre Maria Teresa faceva misurare i terreni per fini fiscali, gli astronomi si erano messi in in testa di partecipare alla grande impresa della prima misurazione scientifica del pianeta terra.

Sbarcarono a Lonate Pozzolo da Milano dopo un viaggio in barcone sul Naviglio grande:  era il 17 maggio 1788.

Gli astronomi erano tre (come i magi) e come i magi portavano oggetti preziosi per la misurazione di  una linea di 10 km che poi sarebbe servita, attraverso triangolazioni successive a costruire la carta topografica del Milanese e del Mantovano.

Gli strumenti preziosi erano cannocchiali, cavalletti di legno, aste di metallo da spostarsi via via lungo una linea retta che va dal campanile di Nosate a quello di Mezzana (frazione di Somma Lombardo).

La brughiera era allora una immensa distesa  piatta di bassi cespugli di brugo e ginestra, senza alberi (quindi terreno ideale per la misurazione), terreno  improduttivo per lo più adibito al pascolo e alla caccia ma ancora per poco.

Catasto di Maria Teresa – Lonate Pozzolo – particolare

Gli effetti della riforma fiscale attuata con il catasto (noto ancora oggi come “Catasto di Maria Teresa) , indussero molti comuni a vendere ai privati pezzi di brughiera fino ad allora appartenenti alle comunità locali e si aprì una grande stagione di bonifiche perchè i nuovi proprietari, acquistati i terreni a poco prezzo, si misero in testa di farli fruttare, di far diventare quel terreno povero di nutrimenti e tendenzialmente acido, un terreno agricolo dove coltivare patate, frumento, mais, erbe da foraggio e perfino alberi da frutto.

Non sarebbe stato possibile agli astronomi fare le misurazioni con tutti quei contadini tra i piedi.

Ma un altro fenomeno stava nel frattempo modificando per sempre la brughiera (no non stiamo parlando dell’aeroporto di Malpensa, quello è venuto dopo); si stava affermando piano piano tra il brugo e le ginestre, accompagnato dalla gentile betulla, il Pino Silvestre.

Anche qui Maria Teresa ci ha messo lo zampino con massicce campagne di rimboschimento (il bosco vale di più, in termini economici, della brughiera), ma forse anche stavolta la colpa non è tutta  sua perché la diffusione del “Pino silvestre” è avvenuta nel tempo anche come processo naturale.

Farnia – Quercus robur

Nasce così la brughiera boscata che accoglie anche splendidi esemplari di Farnia (Quercus robur) e che fa delle brughiere lombarde un ambiente unico e molto differente dalle brughiere e dalle lande del Nord Europa.

moorland – Derbyshire

Ecco Maria Teresa è stata artefice di tutto questo, in parte senza volerlo (oggi diremmo: A sua insaputa) anche senza averci mai messo piede.

NO, però questo articolo non può finire così.

Allora immaginiamo che Maria Teresa, la vispa Teresa si sia recata un giorno sulle rive del Ticino e abbia fatto un salto in brughiera con un retino perchè anche allora tra un rovo e una buddleja volavano farfalle come i podaliri, le daphne, le vanesse e perfino, in quel lontano giorno di primavera, la verde “Tecla del rovo”.