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BARBA DI CAPRA

Aruncus dioicus – Barba di capra

La barba delle capre è un particolare anatomico che  ha sempre colpito la fantasia degli uomini tanto da trasferire spesso i paragoni dal mondo animale a quello vegetale.

Lo sa bene l‘Aruncus dioicus che da un giorno all’altro  (no in realtà da tempi molto antichi) si è sentito affibbiare questo appellativo, insieme a molti altri per dovere di cronaca, infatti lo chiamano anche Barba di Giove, Asparago di monte, Erba canona, Coda di Volpe, Gambe rosse e Asparago di bosco.

E con tutti questi nomi anche lui non se li ricorda sempre tanto che a volte quando lo chiami non si gira.

Va bene. Quello che sappiamo è che si tratta di una pianta perenne dioica: cioè i fiori maschili e quelli femminili si trovano su due piante distinte (ci penseranno poi le api a farli incontrare). Poi, ma questo è più difficile da credere, a prima vista, è che appartiene alla famiglia delle Rosaceae.

Germogli di Aruncus dioicus

Infine i suoi germogli giovani sono commestibili, infatti viene chiamato asparago perchè i suoi giovani getti rossastri sono colti e consumati come fossero asparagi selvatici.  Attenzione però, la pianta da adulta è velenosa per la presenza di un glucoside cianogenetico (per chi ama le parole difficili)

Germogli di Aruncus dioicus – Asparago di montagna

Il suo habitat si è capito sono le zone ombrose dei boschi di montagna tra 500 e 1500 m slm nelle zone temperato-fredde di Europa Asia e America settentrionale)

Fiorisce tra giugno e luglio con vistose infiorescenze a pannocchia colore bianco crema ma in Italia non più a sud della Toscana

E quando i monti sorridono anche gli Aruncus come le caprette salutano Heidi,

“Ciao !! ”

 

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MORA MA BIANCA

E’ un controsenso, lo so;  una contraddizione… eppure è così

Se sei una mora ovvero Blackberry  ma sei anche rossa  (rubus) nella tua giovinezza, salvo poi cambiare colore nella maturità e soprattutto sei canescens ovvero canuta ovvero bianca non giù nella vecchiaia ma fin da subito c’è qualcosa che non quadra.

Va beh, vediamo di fare un po’ di chiarezza.

Rubus canescens

Il rubus canescens (detto anche rubus tomentosum) è assieme al rubus fruticosus  (detto anche “ulmifolius” per la somiglianza con l’olmo) è la pianta che principalmente ci offre quei frutti succulenti che sono le more.

Dopo i fiori bianchi a pannocchia il nostro Rubus canescens produce frutti  rotondeggianti  e morbidi (drupe) composti da tante piccole palline addossate l’una all’altra dapprima verdi poi rosse e infine nere.

E il bianco dove sta?  (qui vi volevo)

Sta nelle foglie ovvero nella pagina inferiore che non è verde clorofilla ma argentea, un po’ come quelle dei salici, dei pioppi bianchi, quindi più “bianca” rispetto alla pagina superiore.

Certo non è educato e anche poco elegante sollevare il bordo delle foglie per guardare sotto, e in questo caso anche pericoloso, considerate le spine…  ma è l’unico modo per scoprirlo.

Chiarite le questioni cromatiche (e aspettando che i frutti maturino) non ci resta che osservare il laborioso e incessante lavoro delle api.

Ape su rovo

Ma attenzione che ci sono molte farfalle sui rovi a fare concorrenza alle api:

la splendida Tabacco di Spagna, una delle più grandi farfalle italiane, che ha una sola generazione all’anno, oppure la meno appariscente Maniola jurtina, farfalla molto comune (e poco considerata) ma soprattutto la Dafne (Brentis daphne) che per la sua predilezione per questa pianta possiamo considerare una vera e propria “farfalla di rovo”.

Ps: esiste il miele di rovo?

Mi dicono che il miele di rovo è un miele uniflorale, di colore ambrato o ambrato scuro, con odore intenso, consistenza liquida o parzialmente cristallizzato e con un gusto non molto dolce ma mediamente intenso di confettura.

(da https://www.mieleapi.it/tipi_di_miele.html )

 

 

 

GINESTRA E I CARBONAI

Che la ginestra, questa ginestra (Cytisus scoparius) avesse a che fare con i carbonai (antico mestiere ormai in estinzione) era abbastanza noto.

Ma la ginestra in un modo o nell’altro può essere collegata anche ai tintori di tessuti, ai poeti, pittori, banditi e perfino pizzaioli.

Non ci credete?

E allora partiamo da qui da un altopiano siciliano vicino a Palermo noto come Portella della ginestra:

Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell’entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Iato. Quasi duemila tra contadini e braccianti di una Sicilia povera e disperata si erano dati appuntamento sui prati a ottocento metri di quota per celebrare la festa dei lavoratori, ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all’aria aperta”  (da Storiain.net)

Portella della ginestra è il teatro di una strage ad opera della banda di Salvatore Giuliano che spararono sulla folla uccidendo 11 persone e ferendone una cinquantina. (Ginestre sporche di sangue)

Inutile dire che non si seppero mai i mandanti.

Su quell’episodio il pittore Renato Guttuso qualche hanno dopo realizzò un dipinto, una specie di Guernica nostrana.

Renato Guttuso – Portella della Ginestra

Ma saliamo un po’ lungo la penisola e dalla Sicilia arriviamo in Campania, ovvero sulle pendici del Vesuvio.  Terreno lavico dove prosperano le ginestre notate da Giacomo Leopardi che non potè fare a meno di dedicare loro una poesia carica di simbolismi e del celebre pessimismo  (ma forse è solo un nostro pregiudizio).

Ginestre sul Vesuvio

Perchè la ginestra con quel suo giallo carico e i suoi petali lucidi è l’immagine del sole e della gioia.

E quelle macchie di giallo oro nei boschi  ai bordi delle radure a volte si sporcavano di nero fumo, di fuliggine che usciva dalle cataste di legna messe a bruciare a fuoco lento dai carbonai.

E se la fuliggine non gli è rimasta appiccicata gli è rimasto però appiccicato il nome.

Ginestra dei carbonai ovvero Ciytisus scoparius è una leguminosa arbustiva  diffusa in tutta l’Europa occidentale dalla Scandinavia alla penisola iberica e può attecchire fino a 1800 mt, slm. In Italia stranamente non la troviamo nella regione Veneto.

Preferisce terreni silicei dove forma ampi cespugli molto ramificati; è  caratterizzata da foglioline pelose trilobate (un po’ come il trifoglio) e da rami glabri e sempreverdi ma il suo periodo di maggior splendore è ovviamente quello della fioritura tra maggio e giugno.

Qui, alcune foto recenti della brughiera di Gaggio dove è una delle tre specie guida assieme al brugo e alla molinia.

I rami flessibili e poco infiammabili venivano usati per fare scope  (ecco il perchè di “scoparius) ma anche per sigillare la cima delle cataste di legna e farla bruciare più lentamente.

Da 5 quintali di legna si ricavavano circa 100 Kg di carbone vegetale ovvero carbonella usata ancora oggi per i barbecue e dai pizzaioli.

Chi manca all’appello?

Ah si… i tintori.

Infatti  i fiori della Ginestra dei carbonai possono essere utilizzati anche per tingere i tessuti  anche se per questo uso è più utilizzata una sua cugina la Genista tinctoria.

Genista tinctoria

E’ TUTTA QUESTIONE DI BRATTEE

Cornus florida

Che se non ce l’hai nessuno ti nota.

E’ come mettersi il mascara sulle ciglia e l’highliner sul bordo occhi.

Questo devono aver pensato queste piante del genere cornus.

Il corniolo nostrano ovvero Cornus mas ha fiori piccolissimi e gialli che spuntano molto presto quando ancora le piante tutto attorno nei boschi o nei parchi non hanno foglie ma agli osservatori più attenti non può sfuggire la nuvola gialla e leggera della sua chioma fiorita.

I suoi fiori però non hanno brattee.

Le brattee sono invece presenti in numerose altre specie di cornus come ad esempio il Cornus florida, un arbusto o piccolo albero originario dell’ America settentrionale dove fa parte della flora spontanea mentre  da noi è diventato una pianta ornamentale.

Si è acclimatato bene e lo troviamo fino a 1200 metri di altitudine.  Preferisce estati fresche e terreni acidi o sub-acidi e ha una crescita molto lenta (perfetto per i giardinieri pigri: dove lo mettiamo sta)

Le brattee, che sono poi false foglie  ovvero foglie “petalose” possono essere rosa, bianche o rosse e resistono sulla pianta a lungo; le foglie poi, quelle vere, in autunno di colorano di rosso (cosa possiamo volere di più?)

Se il “florida arriva da ovest”  da est invece ci arriva un altro corniolo:  il Cornus kousa.

Originario di Cina Giappone e Corea è stato importato negli U.S.A.  attorno al 1875 e gli americani ne hanno ricavato diversi ibridi prevalentemente con brattee di colore bianco panna e frutti che assomigliano nella forma ai Litchi.

Cornus Kousa
Cornus Kousa frutti

Simile per portamento e esigenze colturali al Cornus florida, il Kousa si distingue facilmente perchè ha le brattee a punta e non arrotondate come il cugino occidentale.

Cornus Kousa

Ma a questo punto qualcuno si chiederà: a cosa servono le brattee?

Beh, oltre a rallegrare i nostri occhi (e il cuore) hanno due funzioni principali:  quella di attirare gli insetti impollinatori e altre volte anche quella di proteggere il fiore come esempio nelle Aracee.

Gigaro – Arum italicum

Altri esempi celebri e forse inaspettati di fiori con falsi petali ovvero brattee sono  le ortensie, le bouganvilee, gli anthurium, le euphorbie tra le quali il caso più eclatante è quello della “Stella di Natale

ma anche la Davidia involucrata  o Albero dei fazzoletti… utile anche  se mai vi venisse da piangere.

Davidia involucrata

 

IL VIBURNO DI COPPI

L’ultima curva,  prima del cartello… quella  curva che dopo una decina di chilometri di dolce e tortuosa salita spalanca davanti ai tuoi occhi un pugno di case affacciate a mezzogiorno alle montagne dell’appennino ligure; lontano ancora, eppure presente, il richiamo del mare.

E’ vero;  ogni volta mi emoziono ma non posso farci niente…è così.

Il cartello dice:  CASTELLANIA (adesso Castellania Coppi)

Certo, bisogna salire fin qui non da turisti, percorrere i sentieri di questi colli  tortonesi che già guardano all’Emilia e all’Oltrepò Pavese senza fretta… terre bianche argillose, patria di vitigni come il Croatina e il Freisa.

Serntiero e roverelle

Ma dove la zappa del contadino esita la vegetazione spontanea riprende il sopravvento  guidata dalla roverella; allora è possibile incontrare boschetti di frassino, olmi, a volte boscaglie rade dove dominano gli arbusti (biancospino, rose canine, prugnoli e peri servatici… e il viburno).

Perchè ho scelto proprio lui per raccontare l’emozione di questo viaggio non lo so. I miei sono sempre incontri non programmati, come quando ho incontrato quassù le orchidee.

Lantana viburnum

Lui, il viburno (Lantana viburnum) è un arbusto tipico della fascia collinare sia alpina che appenninica. E’ un tipo che ha bisogno di luce e di terreni calcarei, infatti cresce ai margini dei boschi ma poi si allarga: è una di quelle piante capace di colonizzare i terreni nudi e in questo molto utile per rinsaldare il terreno e diminuire il rischio frane.

Le sue infiorescenze bianche ad ombrello profumano l’aria primaverile e attirano gli insetti, i frutti rossi e neri a maturazione ne fanno una pianta ornamentale anche in autunno (attenzione però, sono velenosi) le foglie  ovali e pelose profondamente incise, non si lasciano molto spostare dal vento come quelle dei pioppi poco sopra di lui e neanche dal vento della bici di Fausto, quando sfrecciava su queste strade, garzone di salumeria, ignaro ancora del suo destino.

E forse Coppi era ignaro anche di sfiorare nella sua corsa i viburni (o forse no, lui figlio di contadini).

Così io, lentamente, camminando su questi sentieri, faccio miei non solo i ricordi ma anche questi alberi, questa terra, questa atmosfera.

(Ah, ecco, il titolo è sbagliato.  Il viburno non è di Coppi:  è il mio.)

BACCHE BLU

Di che colore sono le bacche nel paese dei Puffi?

Lascio a voi immaginare,  ma non è difficile. Forse è più difficile capire esattamente cosa è una bacca ma anche qui rimediamo subito…

bacca s. f. [lat. baccabaca]. – 1. In botanica, frutto completamente carnoso, senza endocarpo legnoso, spesso di notevoli dimensioni, con un solo seme (per es., il dattero) o più semi (come il pomodoro); si differenzia dalla drupa, che è caratterizzata invece dall’endocarpo lignificato.   (da Enciclopedia Treccani on line)

La bacca blu più succulenta è sicuramente il mirtillo (Vaccinium myrtillus L. ) che cresce nei boschi di collina. Peccato che quando ci vado io i puffi sono già passati e non me ne lasciano neanche uno.

mirtillo nero
Fiori di mirtillo nero

Il mirtillo è diventato ormai un “superfood” per le sue decantate proprietà antiossidanti. Sarà per questo che i puffi hanno la pelle blu?

Dal mirtillo al mirto il passo è breve,  anzi no, perchè si cambia totalmente ambiente. Il Mirto è un arbusto tipico della macchia mediterranea… ma vuol dire anche Sardegna nell’immaginario collettivo, vuol dire anche liquore digestivo (da prendere anche nel caso questo articolo risultasse pesante).

Mirto

Se invece vogliamo brindare alla salute del grande puffo non ci resta che affidarci al Ginepro (Juniperus communis), albero o arbusto della famiglia dei cipressi che cresce bene in ambienti con poca disponibilità di acqua, quindi nella macchia mediterranea ma anche in montagna dove l’acqua ghiaccia per il freddo.

(Va bene, il Grande Puffo godrà del liquore fatto con le bacche blu del ginepro ma all’occasione potranno essergli utili anche in caso di infezione delle vie urinarie).

Juniperus communis

Nel paese dei puffi le bacche sono blu ma i fiori possono essere bianchi e rosa come quelli del Lauro Tino  o Lentaggine. Le foglie sono coriacee e sempreverdi, il portamento a cespuglio ma anche a piccolo albero e la pianta fiorisce tutto l’inverno portando allo stesso tempo i fiori riuniti in graziose ombrelline e i piccoli frutti blu metallico dalle estremità affusolate.

bacche di lauro tino
Fiori di Lauro tino

Ma le bacche più blu di tutte, più blu del blu, oserei dire, sono quelle del Mughetto giapponese (Ophiopogon japonicus) un’umile erba dalle foglie nastriformi e coriacee che si espande nel terreno grazie a gli stoloni delle sue radici e forma tappeti estesi (e come tappezzante viene infatti usata dai giardinieri) Se il fiore è una spighetta bianca e insignificante, le sue bacche blu sono davvero spettacolari.

bacche di mughetto giapponese

Abbiamo finito?

Di bacche blu ce ne sarebbero molte altre ma voglio concludere segnalando solo il Clerodendron trichotomum che al blu delle bacche aggiunge il rosso dei calici che aperti a petalo fanno assomigliare il frutto a un fiore.

Clerodendron frutti

Ma anche i fiori bianchi e profumati di questo piccolo albero giapponese sono una piccola grande attrazione (anche per le api, va da sé).

Fiori Albero del destino

Il Clerodendron trichotomum è conosciuto anche come Albero del destino.

Kleros in greco è la fortuna,  dendron è l’albero;  e che nel proprio destino ci sia fortuna è un gran bell’augurio,  anche nel paese dei puffi.

VITE VERGINE

Parthenocissus quinquefolia

Mah… dobbiamo litigare?

Se la vite sia vergine oppure no a me non importa, non saprei neanche come fare a scoprirlo perciò lasciamo stare.

Se vogliamo litigare sul serio però possiamo discutere su un’altro appellativo  della vite vergine ovvero “vite americana“.

Quando in autunno vediamo le sue foglie di rosso brillante avvinghiarsi ai tronchi degli alberi o tappezzare i muri delle case, dei muri di recinzione, poco ci importa è vero capire esattamente di che specie si tratta.

Parthenocissus tricuspidata

Quelli più attenti avranno notato che a volte le foglie sono divise in cinque “petali” altre  volte sono palmate  con tre lobi appuntiti.

La vite canadese (Parthenocissus quinquefolia) ha le foglie raccolte in gruppi di cinque sullo stesso picciolo; la vite americana ( Parthenocissus tricuspidata) ha foglie singole trilobate che ricordano quelle della vite da uva e, rispetto alla prima, è ancora più vigorosa.

NO, attenzione! ci dice Mizio Ferraris, botanico e divulgatore scientifico di Piante in viaggio. la Parthenocissus tricuspidata è originaria della Cina e del Giappone e quindi non è americana ma asiatica.

Il Parthenocissus tricuspidata – aggunge Daniela Romano de “Il giardino fiorito” –  fu importato in Europa verso la metà del secolo scorso. L’introduzione della specie la si deve a John Gould Veitch, che lavorò per il Royal Exotic Nursery di Chelsea, verso la metà del 1800; l’attributo specifico che si conserva tra i sinonimi (Ampelopsis vetchii) è proprio a suo ricordo. La specie si è ormai naturalizzata in Europa al punto che è stata ritrovata allo stato spontaneo in alcuni boschi della Slovenia fino a 2.100 m di altitudine.

La tricuspidata Ampelopsis vetchii pare si sia naturalizzata molto bene anche negli Stati Uniti d’America o U.S.A. tanto che da quelle parti viene chiamata anche Boston ivy  ovvero edera di Boston.

Ci avete capito qualcosa?

Va beh, io  intanto ho scoperto un’indizio interessante sulla verginità della vite:

Le viti ornamentali sono considerate “sterili”, ovvero non idonee alla vinificazione: in effetti il nome stesso parthenocissus deriva dal greco e significa “edera vergine”.

Ulteriori informazioni su:   www.giardinaggio.it 

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Ah, dimenticavo, le bacche delle viti vergini , anche se sono così carine, sono purtroppo velenose.

Ampelopsis brevipeduncolata – bacche